I conti sbagliati con l’Europa sulla manovra del governo giallorosso

Legge di Bilancio scritta e riscritta dalla maggioranza di governo, formata da Movimento 5 Stelle, PD e Italia Viva. L'errore di fondo sta nell'essersi fidati della Commissione UE.

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Legge di Bilancio scritta e riscritta dalla maggioranza di governo, formata da Movimento 5 Stelle, PD e Italia Viva. L'errore di fondo sta nell'essersi fidati della Commissione UE.

Manovra scritta e riscritta per la legge di Stabilità 2020. La maggioranza che sostiene il governo Conte-bis resta divisa al suo interno su questioni cruciali come tasse, contanti e pensioni, tanto che nessuno esclude che in Parlamento possano avvenire modifiche anche sostanziali, pur dopo l’intesa apparentemente trovata in fretta e furia successivamente alla batosta elettorale accusata dal centro-sinistra in Umbria.

La situazione si mostra così “fluida”, che il presidente Sergio Mattarella si è sentito in dovere di mettere i partiti in riga, facendo trapelare l’intenzione di sciogliere le Camere nel caso in cui l’attuale esecutivo non reggesse oltre.

Perché la flessibilità sui conti pubblici chiesta dall’Italia non serve

Che sarebbe stato difficile mettere mano ai conti pubblici per l’anno prossimo lo si sapeva dalla fine del 2018, cioè da quando il primo governo Conte, quello sorretto in Parlamento dai Movimento 5 Stelle e Lega, aveva rinviato al 2020 le clausole di salvaguardia sull’IVA, potenziandole a oltre 23 miliardi di euro. Questa è l’entità delle sole risorse che servono per evitare gli aumenti dell’IVA, a cui vanno sommate le altre per coprire le spese inderogabili (aumenti pensioni, rinnovo contratti pubblici, etc.) e per finanziare eventuali misure fiscali espansive.

Tuttavia, quando Matteo Salvini quest’estate ha ritirato l’appoggio al governo, il PD non ha mostrato molti tentennamenti nell’imbarcarsi sulla nave dell’inedita alleanza con i 5 Stelle, fiutando non solo l’opportunità di tornare a guidare l’Italia, ma anche di beneficiare un atteggiamento benevolo da parte della Commissione europea, sia quella uscente che l’altra ancora in corso di formazione e presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen. Il PD fa parte del gruppo dei Socialisti & Democratici, che ha votato a favore della nuova Commissione, insieme agli stessi eurodeputati grillini, oltre che a Forza Italia. Per questo, si aspettava indulgenza sui conti pubblici.

I conti sbagliati di PD e 5 Stelle

Da Bruxelles, l’indulgenza è arrivata e si è tramutata nell’ennesima concessione di flessibilità fiscale per 11 miliardi di euro, se è vero che al governo italiano, tornato inaspettatamente “amico”, è stato consentito di fissare per l’anno prossimo un deficit al 2,2% del pil, che è non solo un livello superiore a quel 2% per cui è successo il finimondo l’autunno scorso, con tanto di liti furibonde tra Roma e commissari e annesse tensioni finanziarie, bensì pure dell’obiettivo dell’1,4% a cui il governo italiano avrebbe dovuto tendere.

L’attuale maggioranza sperava fino a qualche settimana fa, che avrebbe ricevuto una dose ancora più massiccia di flessibilità, che magari le fosse stato consentito di portarsi al deficit-limite, cioè appena sotto il 3%.

Perché lo spread non è più sinonimo di guai per i conti pubblici italiani

Se avesse avuto ragione, a disposizione il governo Conte avrebbe avuto almeno altri 9-10 miliardi di euro, evitando le magre figure rimediate tassando bibite, zucchero, giochi, sigarette e rivedendo sfavorevolmente l’imposizione fiscale sulle partite IVA. Anzi, avrebbe finanche potuto permettersi una manovra dal sapore “elettoralistico”, distribuendo prebende a destra e a manca, dato che in Italia non si sa mai quanto duri una legislatura. Ebbene, aveva fatto i conti senza l’oste. I commissari si sono mostrati più generosi, ma più a parole, nel senso che avrebbero concesso esattamente gli stessi margini di cui avrebbe goduto il governo, se fosse stato ancora appoggiato dalla Lega di Salvini. Semmai, hanno evitato le manfrine di un anno fa per non creare tensioni sui mercati, cosa che si è almeno rivelata utile al PD per esibire la propria credibilità all’estero e verso il mondo degli investitori.

Percezione sull’Italia resta negativa

La flessibilità sarebbe arrivata ugualmente per la necessità dell’Europa di non acuire il rallentamento economico in corso. E la rigidità nel non consentire all’Italia di ottenere di più, similmente alla Francia di Emmanuel Macron con la scorsa manovra, risiede nella percezione che l’Italia sia un elefante in una cristalleria e che continui a mostrare fondamentali macro deludenti, per non dire preoccupanti. Il deficit continua a crescere a ritmi superiori al pil, l’economia è ferma da troppi anni, l’occupazione è tra le più basse dei membri OCSE e il rapporto debito/pil resta inchiodato a un allarmante 135%.

Se qualcuno si fosse illuso che sarebbe bastato battere il cinque alla Commissione di turno per ricevere benevolenza illimitata, adesso si è dovuto ricredere.

L’alleanza tra Germania e Francia traballa sui conti pubblici. E Berlino schiaffeggia Macron

E il PD, che già prima di tornare al governo stava alla canna del gas sul piano dei consensi, adesso rischia di pagare uno scotto elettorale ancora più pesante, addossandosi il costo politico di una manovra che riteneva si sarebbe rivelata utile per riguadagnarsi la fiducia degli italiani, mentre sta finendo per alienargliela ulteriormente, specie tra i ceti produttivi, che dall’opposizione segnalava di ambire a rappresentare contro la follia “euro-scettica” dei giallo-verdi.

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