I BTp trovano un nuovo equilibrio, in attesa dell’esame ‘di riparazione’ in autunno

I titoli di stato italiano reggono il colpo delle brutte notizie arrivate da Londra, ma l'equilibrio trovato in queste settimane non durerà oltre l'estate. Ecco gli scenari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I titoli di stato italiano reggono il colpo delle brutte notizie arrivate da Londra, ma l'equilibrio trovato in queste settimane non durerà oltre l'estate. Ecco gli scenari.

Mercoledì, due stanze di compensazione, la Lch Clearnet e l’italiana CC&G, hanno alzato i margini richiesti agli investitori per operare sui nostri titoli di stato, evidentemente scontando maggiori perdite. La notizia, che avrebbe potuto scatenare una crisi dello spread non dissimile da quella vissuta drammaticamente nel biennio 2011-’12, non ha avuto effetti significativi sulle negoziazioni, i cui volumi restano bassi, ma che si sono mostrate capaci di assorbire la novità in arrivo dalla principale “clearing house” di Londra. E già questo sarebbe un buon segnale, affatto scontato. Nel dettaglio, scopriamo che il margine viene aumentato fino alla scadenza dei 10 anni e il rialzo più significativo lo si è avuto con i CcT, che scontano un nuovo margine 5,60% dal 2,30% precedente e per i BTp di durata residua tra 2 e 3,25 anni, per i quali dal giovedì scorso è stato richiesto un deposito del 4,70% dal 3,45% precedente. Le scadenze meno colpite sono quelle brevissime (3-9 mesi), che passano dallo 0,85% allo 0,90%, così come quelle medio-lunghe, con i 7-10 anni a salire solo dal 6,3% al 6,4%.

I nostri BTp già valutati come titoli “spazzatura” del Kenya

Punto più, punto meno, ormai i nostri BTp sembrano avere trovato un nuovo equilibrio, con i decennali in area 2,50% e i biennali intorno allo 0,55%. Lo spread tra le due scadenze si attesta così sui 190 punti base, praticamente in linea con quello precedente alla fiammata di maggio, quando i biennali rendevano ancora quasi il -0,2% e i decennali sostavano poco sotto l’1,80%. Sappiamo che alla fine di maggio, all’apice delle tensioni politico-istituzionali in Italia, i titoli a 2 anni arrivarono a esplodere fino a poco meno del 2,45% e i 10 anni salirono al 3,33%, mostrando un differenziale di appena lo 0,90%, troppo ristretto per non farci temere una possibile crisi del credito da appiattimento della curva.

Tutto sommato, può anche andare bene così, nonostante i livelli dei nostri rendimenti sovrani risultino ancora doppi di quelli spagnoli sul tratto decennale e un multiplo per quelli a breve, con i biennali di Madrid ancora al -0,29%. Dunque, l’allarme sull’Italia resta tutto, sebbene lo scenario peggiore sinora per noi sia stato scansato. Alla fine di questa estate, il mercato dei bond tricolori non rimarrà fermo intorno a questo equilibrio. L’andamento atteso è di tipo binario: o farà peggio (potenzialmente, molto peggio) o farà meglio. Due gli eventi che segneranno la ricerca di un nuovo equilibrio: la legge di Stabilità e il “tapering” della BCE.

L’esame d’autunno

Sappiamo che l’esplosione dello spread ha coinciso con l’apertura ufficiale delle trattative tra Lega e Movimento 5 Stelle per formare il nuovo governo, specie con la prima bozza, successivamente rivista, del contratto tra i due partiti, dove si contemplava l’ipotesi di richiesta di un condono del debito sovrano italiano in mano alla BCE. A impensierire il mercato sono le misure fiscali “lassiste” della maggioranza giallo-verde, tra tagli alle tasse senza coperture certe, revisione della riforma previdenziale (legge Fornero) e reddito di cittadinanza ai non occupati. Tuttavia, ad oggi sono solo timori, perché le misure di politica economica verranno adottate solo a partire con il varo della legge di Stabilità, la quale verrà elaborata tra settembre e ottobre e presentata tra tre mesi a Bruxelles. In quella sede, si capirà se saranno prevalse le istanze elettoralistiche leghiste e/o pentastellate o la prudenza del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che da settimane rassicura i mercati sul rispetto dei vincoli fiscali.

Nelle stesse settimane, la BCE avvierà il dimezzamento degli acquisti di bond realizzati con il QE, i quali scenderanno tra 15 e 30 miliardi al mese tra ottobre e dicembre, finendo azzerati dal gennaio prossimo. Capiremo meglio se gli investitori privati saranno da soli in grado di assorbire una quota crescente di titoli di stato italiani emessi o se senza il sostegno di Francoforte, i rendimenti nostrani siano destinati ad esplodere più che altrove e di quanto non abbiano già fatto. Possiamo ben dire, perciò, che il mercato resterà in stand-by sui BTp da qui ai prossimi 2-3 mesi e si regolerà sul dal farsi in pieno autunno, quando avrà testato sia le intenzioni reali del governo italiano, sia l’incipiente normalizzazione della politica monetaria nell’Eurozona. In caso di esito positivo, più che attenderci un tonfo dei rendimenti, dovremmo immaginare a un restringimento dello spread per effetto del rialzo di quelli tedeschi (e spagnoli) e del calo moderato di quelli italiani. Viceversa, assisteremmo a uno spread in direzione 300 punti e oltre, ma con il rischio concreto di giungere a un punto di non ritorno, qualora la fiducia tra gli investitori andasse persa, un po’ come avvenne 7 anni fa. A meno che Mario Draghi non lanci nuovi messaggi accomodanti, se dal fronte inflazione arriveranno segnali di raffreddamento nell’Eurozona.

La BCE si mostra “falco” e colpisce i BTp, ma ecco perché non è ancora allarme debito 

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Economia Italia, rendimenti bond, Spread

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