A Hong Kong arrestati 5 giornalisti critici con il regime cinese. Resta un luogo sicuro per fare affari?

Cinque persone, tra cui il direttore, sono state arrestate nella redazione di Apple Daily, quotidiano critico verso Pechino. E il territorio rischia di perdere appeal tra finanzieri e capitalisti.

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Hong Kong, attacco alla libertà

Gli uffici di Apple Daily sono stati oggi teatro di una maxi-irruzione della polizia di Hong Kong. In 500 sono entrati per arrestare 5 dirigenti del quotidiano, tra cui il direttore Ryan Law. Agli impiegati è stato negato di proseguire il loro lavoro. In virtù di una legge sulla sicurezza nazionale, “oltre 30 articoli” sono ritenuti di avere fomentato la sedizione verso la Cina, tra l’altro alcuni di questi facendo appello alle forze straniere perché impongano sanzioni contro Pechino. Quest’ultima accusa è piuttosto pesante e rischia di infliggere agli arrestati una lunga condanna.

Già il proprietario del quotidiano era stato arrestato e condannato a complessivi 28 mesi di carcere per avere partecipato a due manifestazioni anti-governative. Hong Kong è passata in breve tempo dall’essere una sorta di paradiso in Terra per le multinazionali al diventare un territorio poco sicuro. Nel 1997, il Regno Unito rispettò un contratto sottoscritto con la Cina un secolo prima, riconsegnandole il protettorato. A Hong Kong gli abitanti tremarono al pensiero di passare sotto il controllo del regime comunista. Temettero di perdere tutte le libertà e il benessere conquistati sotto il dominio di Londra. Invece, Pechino comprese che sarebbe stato più saggio sfruttare la peculiarità di questo territorio autonomo, facendolo diventare un “hub” mondiale della finanza.

Fine della specialità di Hong Kong

E così fu. Hong Kong è diventato l’emblema stesso delle potenzialità del capitalismo. Secondo la classifica Doing Business della Banca Mondiale, è la terza economia più libera al mondo. Con un PIL di 350 miliardi di dollari per appena 7,5 milioni di abitanti, vanta tra i più alti indici di benessere al mondo. L’autorità monetaria dispone di quasi 500 miliardi di riserve valutarie.

Insomma, Hong Kong resta un centro di affari cruciale per il pianeta. Ma tutto questo sta cambiando in peggio e in fretta. Due anni fa, le proteste anti-governative esplosero per via di una proposta di legge, con cui il governatorato locale avrebbe consentito l’estradizione verso la Cina di soggetti accusati di “terrorismo”.

Gli oppositori ci videro lungo. Sarebbe stata il cavallo di Troia di Pechino per eliminare ogni forma di dissenso a Hong Kong. La legge dopo mesi di violenze e repressioni passò. E non è un caso che l’irruzione nell’edificio di Apple Daily sia avvenuta a pochi giorni di distanza dal G7, il cui comunicato finale è stato impostato contro la Cina. Il regime di Xi Jinping ha sostanzialmente avvertito l’Occidente di farsi gli affari suoi, altrimenti perderà del tutto il suo gioiello finanziario.

Chi può prendere il posto di Hong Kong

Hong Kong rischia una diaspora delle multinazionali. Centinaia o migliaia di dirigenti si stanno già chiedendo da tempo se non sia rischioso continuare a vivere in un territorio sempre più soggetto alle leggi cinesi. Le ritorsioni contro singole realtà che possano finire nel mirino di Pechino minaccerebbero la stessa libertà fisica di finanzieri e manager. Ed è probabile che in questa fase a fregarsi le mani siano gli emirati arabi. Già dopo il 1997, realtà come gli Emirati Arabi Uniti vissero un boom economico e finanziario spettacolare sui timori di molti per il passaggio di Hong Kong sotto il controllo cinese.

Molti capitali affluirono a Dubai e per costruire le sedi di una miriade di multinazionali in cerca di un luogo sicuro in cui fare affari, si registrò un corsa verso il mercato immobiliare a dir poco strabiliante. In meno di un quarto di secolo, il PIL nell’emirato è più che quintuplicato. E nel Qatar si è moltiplicato per oltre 15 volte. Certo, il forte rialzo delle quotazioni petrolifere ha contribuito in maniera determinante al boom, ma è indubbio il ruolo avuto dai capitali esteri.

Gli sforzi del mondo arabo

In realtà, anche Singapore oggi avrebbe grosse potenzialità.

Già può considerarsi una sorta di Hong Kong e bisogna ammettere che dal 1997 abbia fatto molto meglio di questa, crescendo economicamente di 3,7 volte contro il raddoppio avvenuto nel territorio autonomo cinese. Tuttavia, ha un limite: risulta eccessivamente affollata con una densità abitativa di di 7.700 abitanti per km quadrato, quasi 40 volte l’Italia. E per attirare nuovi capitali, occorre spazio fisico, cioè sedi in cui aprire uffici. La carente disponibilità farebbe esplodere i prezzi già altissimi degli immobili e, in generale, il carovita, rendendo poco o affatto conveniente un trasloco a Singapore.

D’altra parte, da tempo l’Arabia Saudita punta esplicitamente a diventare una seconda Hong Kong per l’Asia e allo scopo ha in progettazione Neom, una città per stranieri tecnologicamente avanzata, libera nei costumi e non soggetta al diritto del regno. Gli Emirati Arabi Uniti a loro volta puntano da decenni su uno stile di vita molto più libero per attirare capitali degli stessi sauditi. La crescente liberalizzazione dei costumi ad opera del principe Mohammed bin Salman non fa che andare incontro alla necessità di rendere Riad una capitale allettante per il resto del mondo e lontana dall’immagine ultra-austera che se ne ha altrove. I fatti di Hong Kong rendono relativamente più appetibile questo pezzo di mondo arabo, che se non altro ha il pregio di essere schierato sul piano geopolitico a favore dell’Occidente.

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