Il padre dell'euro ha vinto la sua scommessa solo a metà

Il padre dell'euro, Helmut Kohl, morto venerdì scorso, è stato un gigante politico. Pur essendo stato il mentore della cancelliera Angela Merkel, tra i due esistono diverse oggettive.

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Giuseppe Timpone

La scommessa vinta a metà di Kohl

Da quando venerdì sera si è appreso della scomparsa di Helmut Kohl, sulla stampa tedesca gira un aggettivo sopra ogni altro per descriverlo: “gigante”. E l’ex cancelliere, che a 87 anni è morto tre giorni fa nella sua residenza a Ludwigshafen, gigante lo era anche fisicamente, con la sua corporatura robusta e la sua altezza imponente. Ma la grandezza di cui si parla è politica. “Abbiamo perso un grande tedesco e un grande europeo”, ha commentato la cancelliera Angela Merkel, che a Kohl deve la sua carriera politica e il suo essere già il capo di governo più longevo nella Germania unita.

Nato nel 1930 da una famiglia molto conservatrice del Rheinland-Pfalz, da ragazzino (appena 18 anni) entra nella CDU, la formazione cristiano-democratica sorta dopo la Seconda Guerra Mondiale e che trae origine dal partito cattolico centrista pre-hitleriano. Scalerà velocemente il partito, fino a diventarne segretario nel 1972, carica che conserverà fino al 1998.

Dalla riunificazione a padre dell’euro

La sua figura divenne internazionale nel 1982, quando fu nominato per la prima volta cancelliere, a capo di una coalizione tra i conservatori della CDU-CSU e i liberaldemocratici della FDP. Resterà a capo del governo per 16 anni, diventando il leader politico tedesco più longevo da Otto von Bismarck, sconfitto solo da un allora euro-scettico Gerhard Schroeder. (Leggi anche: Frau Merkel ipoteca il quarto mandato)

Sotto la sua lunga cancelleria, la Germania conquista la riunificazione nel 1990, a seguito della caduta del Muro di Berlino nell’anno precedente. E qui inizia forse il capolavoro diplomatico di Kohl, comunque la si pensi. Sfidò lo scetticismo generale, quando impose alla Germania dell’Est un cambio di 1:1 con il più forte marco tedesco dell’Ovest. Per quanto la riunificazione non fu una passeggiata sotto il profilo economico e sociale, la scommessa fu vinta e dopo appena un quarto di secolo possiamo affermare, infatti, che i sei Laender orientali siano oggi pienamente integrati nell’economia tedesca, sebbene rimangano un’area più fragile rispetto ai vecchi Laender occidentali.

Dopo avere superato le ostilità internazionali alla riunificazione delle due Germanie (l’allora premier italiano Giulio Andreotti dichiarò ironico di amare così tanto la Germania da volerne due, mentre la Signora Margaret Thatcher fu irritata con gli USA per l’avallo a una super-potenza europea), Kohl studia e porta a compimento un altro progetto assai ambizioso: l’euro.

Non fu facile convincere i tedeschi di liberarsi di quella moneta che era stata alla base del loro successo economico negli ultimi cinque decenni, ma per ottenere il loro consenso promise che esso sarebbe stato altrettanto forte, grazie ai famosi criteri di Maastricht, che ponevano obiettivi stringenti sui conti pubblici, l’inflazione e i tassi.

La nascita dell’euro

Assecondato dalla Francia di François Mitterand, desiderosa di contrastare la concorrenza industriale dell’Italia, Kohl riuscì a conquistare il via libera di quasi tutti gli stati allora appartenenti alla UE, ad eccezione del solo Regno Unito, che sotto la Lady di Ferro prima e John Major dopo, si tenne fuori dall’unione monetaria. (Leggi anche: Asse Macron-Merkel conferma che l’Italia rischia un nuovo 2011)

Il capolavoro sull’euro si spiega così: Kohl, che non era un fine economista, ma un abile politico dal grande fiuto, capì che una Germania unita avrebbe necessitato di ingenti investimenti per superare l’arretratezza dell’ex DDR, e che avrebbe potuto finalmente assurgere a ruolo di leader europeo, solo costruendo qualcosa di più grande, in cui vi rientrassero almeno tutte le principali economie del continente.

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