Helicopter money più vicino dopo il G20, ma quali sono i rischi?

Helicopter money, ovvero dare soldi ai cittadini per spenderli e aumentare così l'inflazione. Sembra quasi una fantasia, ma dopo il G20 di questo weekend trascorso diventa una seria probabilità. Vediamo, però, quali rischi comporterebbe.

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Helicopter money, ovvero dare soldi ai cittadini per spenderli e aumentare così l'inflazione. Sembra quasi una fantasia, ma dopo il G20 di questo weekend trascorso diventa una seria probabilità. Vediamo, però, quali rischi comporterebbe.

Il G20 finanziario di Washington del fine settimana appena trascorso ha confermato i timori dei principali governi mondiali sull’andamento dell’economia globale. Nel comunicato finale, i 20 ministri finanziari dei paesi più avanzati del pianeta hanno evidenziato come la crescita sia “modesta e non bilanciata”, che aumentano i rischi al ribasso tra il pericolo terrorismo, la crisi dei profughi, la possibile Brexit, i bassi prezzi delle materie prime, deflussi disordinati di capitali, le difficoltà di raggiungere un accordo tra creditori pubblici e la Grecia e quelle della Cina di bilanciare la sua economia. Pesano le diverse incertezze, ma quello che emerge dall’ultimo vertice dei ministri finanziari del G20 è che le politiche monetarie delle principali banche centrali avrebbero mostrato grossi limiti, che non è possibile per i singoli governi farvi troppo affidamento, così come, spiega il segretario del Tesoro USA, Jacob Lew, non si dovrebbe puntare eccessivamente su un singolo strumento di politica economica.

Non singole misure, ma un mix

Alla fine, il documento fa appello ai governi, perché facciano un buono uso del mix di misure loro possibili, compresa la leva fiscale per chi abbia spazio per farlo (Germania e Cina). Al contempo, si rimarca come la situazione sui mercati finanziari sia migliorato rispetto alle turbolenze di inizio anno, così come anche rispetto all’ultimo vertice di Shanghai, tenutosi alla fine di febbraio. Il Giappone ha evidenziato, come l’accordo per coordinare le politiche sui tassi di cambio, in modo da evitare una “guerra” valutaria, non precluda al governo di Tokyo di intervenire sul mercato valutario per indebolire lo yen, che ormai si attesta ai massimi da 18 mesi contro il dollaro.      

Mancato accordo sul petrolio rafforza rischi ribassisti

La BCE avrebbe espresso preoccupazione e fastidio per il recente trend della divisa americana, indebolitasi contro le altre valute, anche se avrebbe riconosciuto che ciò sarebbe la conseguenza della maggiore prudenza espressa dalla Federal Reserve in fatto di aumento dei tassi USA. Contestualmente al vertice di Washington, dall’altra parte del mondo si teneva la riunione dei grandi produttori di greggio, conclusasi senza alcun accordo per mantenere invariata la produzione. Lo scenario ribassista fiutato dai governatori centrali presenti negli USA è stato, quindi, confermato in tempo reale, visto che quanto non accaduto a Doha, Qatar, sin da queste ore si sta traducendo in un ripiegamento delle quotazioni del greggio, che a sua volta allontana il raggiungimento dei target d’inflazione in economie consumatrici come Eurozona e Giappone, così come nella stessa America, dove il biglietto verde potrebbe tornare a rafforzarsi contro le valute emergenti.

Helicopter money, cos’è

C’era preoccupazione ieri al G20 per le scarse munizioni di cui dispongono ormai le banche centrali, benché esse cerchino da mesi di rassicurare il mercato sulla presunta infinità nella dotazione dell’artiglieria utilizzabile per ravvivare le aspettative d’inflazione. Invece, avanza tragicamente l’ipotesi di varare misure di “helicopter money”, la forma più estrema di politica monetaria, mai adottata ad oggi in alcun paese al mondo. Essa consisterebbe nel finanziare direttamente misure di spesa pubblica dei governi, oppure nell’offrire ai cittadini denaro da spendere a costo zero e senza doverlo restituire, inviandolo loro con assegni o magari sui conti correnti. Qualche analista ha ipotizzato nelle settimane scorse, che la BCE potrebbe arrivare a inviare a ciascun cittadino dell’Eurozona 1.300 euro.      

I possibili rischi

La finalità di questi espedienti è chiara: immettere liquidità in circolazione, in modo da surriscaldare le aspettative d’inflazione e accelerare la ripresa, attraverso un aumento della domanda interna (consumi privati e/o spesa pubblica). I rischi di una simile misura sono ancora parzialmente ignoti agli analisti e alle stesse banche centrali. Tuttavia, già si cerca di anticiparne gli effetti, come nel caso dell’analista di Deutsche Bank, George Saravelos. Questi mette in guardia dai due possibili tipi di fallimento dell'”helicopter money”, consistenti o nel varare un programma eccessivo o nel vararne uno insufficiente, rispetto alle dimensioni dell’economia.

Troppo o troppo poco

Nel primo caso, spiega, le aspettative d’inflazione non solo si surriscalderebbero, ma potrebbero disancorarsi rispetto al target fissato dalla banca centrale, traducendosi nel caso più allarmante in “iperinflazione”. Se ciò accadesse, i rendimenti dei titoli di stato e delle obbligazioni private esploderebbero, anziché ridursi, con tutte le conseguenze del caso. Qualora, invece, la banca centrale “sparasse” moneta in quantità insufficiente, il mercato avvertirebbe il flop e le aspettative d’inflazione si raffredderebbero ancora di più, così come andrebbe perduta la credibilità dell’istituto. Ciò darebbe vita a una spirale deflazionistica, che farebbe in sé aumentare i rendimenti reali dei bond.      

Tempi vicini per helicopter money?

C’è un altro rischio, di cui iniziano a parlare diversi analisti, ovvero quello che le famiglie utilizzerebbero gli assegni ricevuti non per aumentare i consumi, bensì per ripagare i debiti, cresciuti abnormemente negli ultimi anni. Se uno scenario simile si verificasse, si avrebbe un’inefficacia d’impatto dell'”helicopter money”, perché in circolo non vi sarebbe alcun consistente aumento della liquidità e dei consumi. Quali sono le probabilità che una follia simile possa trovare adeguata attenzione dai board delle principali banche centrali del pianeta? E chi e quando potrebbe per prima utilizzare questo strumento estremo? A pochi mesi dal varo del “quantitative easing” nei vari paesi (USA, Regno Unito, Giappone, Eurozona, etc.) sembrava quasi impossibile che potesse accadere. Lo stesso dicasi per i tassi negativi, che fino a pochissimo tempo prima della loro adozione nel pianeta apparivano solamente un caso di scuola. Tutto ci spinge a ritenere, quindi, che prima o poi si arrivi anche alla forma più estrema di politica monetaria, anche perché da anni Fed, BCE, Bank of Japan, Bank of England, Riksbank, SNB e altre non riescono a centrare i rispettivi target d’inflazione. Il rischio è che le aspettative del mercato siano disancorate e che si perda fiducia in queste banche centrali. Ergo, bisogna intervenire presto. E chi per prime potrebbe mettere in atto una tale misura? Gli indizi porterebbe al Giappone, dove da un ventennio l’economia non riesce ad uscire dalla deflazione e dalla stagnazione del pil. Dopo avere varato negli ultimi tre anni i più potenti stimoli monetari del pianeta, la BoJ non ha centrato alcun obiettivo nel medio-lungo termine, dato che l’inflazione è molto al di sotto del target del 2%, mentre il pil cresce a singhiozzo e lo yen è risalito ai massimi da un anno e mezzo, segnando un +10% dall’inizio dell’anno contro il dollaro. L’invecchiamento della popolazione nipponica sarebbe il vero limite di qualsivoglia iniziativa nell’ambito monetario.      

Il primo sarebbe il Giappone

Nel caso di successo dell'”helicopter money”, si dovrebbe registrare un triplo effetto: aumento dell’inflazione, indebolimento del cambio e accelerazione del tasso di crescita. Ma potrebbe considerarsi un risultato stabile? No, semplicemente perché spingerebbe quasi immediatamente le altre banche centrali a reagire con misure simili, scatenando una guerra valutaria. Chi intervenisse dopo, quindi, potrebbe avere l’esigenza di varare misure ancora più estreme, al fine di più che neutralizzare gli effetti sul cambio già accusati. Ma se ciò è vero, allora dovremmo ammettere che il pericolo maggiore sarebbe di scadere in una sorta di “overshooting” e di ricadere in uno dei due scenari di fallimento delineati da Deutsche Bank.  

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