Accordo a Shanghai per indebolire il super-dollaro? Ecco gli indizi

Contro il super-dollaro e per evitare una guerra valutaria c'è stato un accordo segreto a Shanghai a fine febbraio?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Contro il super-dollaro e per evitare una guerra valutaria c'è stato un accordo segreto a Shanghai a fine febbraio?

Solamente un paio di mesi fa, i primi venti ministri finanziari del pianeta si riunivano a Shanghai, dove si è tenuto un importante vertice del G20, seguito da un’altra riunione a Washington un paio di settimane fa. Ma in Asia è stata l’occasione, in particolare, per fare il punto sulle tensioni finanziarie esplose nelle prime settimane del 2016, quando i mercati erano in subbuglio, reagendo male alla prima stretta monetaria degli USA, varata dopo un decennio nel dicembre scorso, così come al rallentamento dell’economia cinese. Uno dei temi affrontanti, anzi il principale, è stato quello della stabilità dei tassi di cambio, o meglio, dell’evitare le svalutazioni competitive, che darebbero il via a una guerra valutaria, il cui risultato finale sarebbe un peggioramento dell’economia globale e un crollo del commercio mondiale.

Contro guerra valutaria accordo tra banche centrali

Sin dallo scoppio della crisi finanziaria nel 2008, se c’è stata una cosa su cui tutti i governi del pianeta hanno convenuto è che bisognasse evitare il remake della Grande Depressione, quando USA ed Europa reagirono con una chiusura delle frontiere commerciali, che a sua volta ha amplificato gli effetti della crisi. Ciò accadrebbe con una svalutazione del cambio, che farebbe scattare una reazione a catena rovinosa per le economie coinvolte. Ecco, quindi, che a Shanghai si è discusso di come evitare un simile scenario al riapparire dei venti di crisi finanziaria ed economica. Bisognava eliminare la tentazione che qualche banca centrale (quella cinese, in primis) con la scusa di sostenere l’economia e di mirare al target d’inflazione, utilizzasse la leva del cambio. Più o meno, fuori dalle ipocrisie, è quanto da anni stanno facendo tutti i principali istituti: Federal Reserve, BCE, Bank of England, Bank of Japan, People’s Bank of China, Riksbank, SNB.      

Accordo per indebolire super-dollaro?

Sarà un caso, ma dal vertice di Shanghai ad oggi sembra esservi stato un trend più o meno chiaro, che vi mostriamo in pochi, ma significativi dati: il dollaro si è indebolito contro le principali valute del pianeta mediamente del 5%. In particolare, contro l’euro ha perso più del 3%, contro lo yen il 5% e contro lo yuan l’1%. Il frutto di un eventuale accordo alla fine del febbraio scorso sarebbe, quindi, l’indebolimento del dollaro. Perché mai, ci chiediamo, le altre banche centrali avrebbero dovuto accettare di rafforzare il loro cambio contro la principale valuta del pianeta? Le spiegazioni potrebbero essere molteplici e si potrebbero sintetizzare così: un dollaro forte impedirebbe alla Federal Reserve di normalizzare la sua politica monetaria, perché abbassando il costo dei beni importati negli USA, allontana il raggiungimento del target d’inflazione. E il mantenimento prolungato dei tassi zero produce effetti indesiderabili, quali la creazione di pericolosissime bolle finanziarie. Allo stesso tempo, il super-dollaro comporta due rischi per l’economia globale: colpisce le quotazioni delle materie prime, perché queste sono espresse nella valuta americana. E più essa è forte, più costose diventano le commodities, per cui dollaro e quotazioni sono correlate negativamente tra di loro. Ma i bassi prezzi delle materie prime spingono le economie avanzate ed importatrici verso la deflazione, mentre provocano tra le economie emergenti esportatrici la stagflazione. Entrambe sono conseguenze indesiderate, per cui se fosse possibile, tutti vorrebbero evitarle.      

Dopo Shanghai c’è stato boom prezzi materie prime

Non a caso, da Shanghai in poi, i corsi delle materie prime si sono rafforzati mediamente del 12%, tra cui spicca il +35% messo a segno dalle quotazioni del petrolio. Questo ritrovato trend positivo ha allontanato lo spettro della deflazione tra le maggiori economie mondiali e ha allentato la pressione sui mercati emergenti. Resta da vedere in quali termini è avvenuto l’indebolimento. La BCE non avrebbe assecondato, in teoria, questo progetto, se consideriamo che a marzo ha potenziato gli stimoli monetari per la seconda volta e dopo appena tre mesi dalla prima. Tuttavia, non sembra contrariata dal rafforzamento del cambio euro-dollaro. Se l’accordo reggesse e gli effetti fossero quelli desiderati, a fronte del costo di avere temporaneamente “sacrificato” il proprio cambio, le banche centrali aderenti avrebbero ottenuto il risultato voluto: una più veloce normalizzazione della politica monetaria americana, che per loro si tradurrà in un presumibilmente indebolimento delle valute contro il dollaro; la stabilizzazione dei mercati finanziari, che non gradiscono che la valuta di riserva mondiale sia eccessivamente forte e destabilizzi le economie concorrenti agli USA; la risalita dei prezzi delle materie prime e il migliorato outlook delle economie emergenti, che adesso rappresentano il 40% del pil mondiale.              

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Argomenti: Abenomics, Altre economie, Cambio euro-dollaro, Crisi materie prime, Crisi paesi emergenti, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, economie emergenti, Fed, Petrolio, quotazioni petrolio, Rallentamento dell'economia cinese, super-dollaro, tassi USA, valute emergenti