G7 finanziario, aria di scontro tra USA e Giappone sulla guerra valutaria

Al G7 finanziario in Giappone gli USA lamenteranno i tentativi di alcune economie di manipolare il cambio, scatenando una guerra valutaria.

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Al G7 finanziario in Giappone gli USA lamenteranno i tentativi di alcune economie di manipolare il cambio, scatenando una guerra valutaria.

Il fine settimana vedrà incontrarsi i primi sette ministri finanziari del pianeta al G7 di Sendai, in Giappone, dove saranno accolti dal padrone di casa Taro Aso. Si parlerà di crescita globale, attesa pericolosamente in rallentamento, a causa della performance peggiore delle previsioni delle economie emergenti. Il vertice ruoterà attorno alle soluzioni per sostenere l’economia mondiale e il dibattito si concentrerà sul ruolo della politica fiscale e sulle riforme strutturali, tenuto conto che sul piano della politica monetaria non pare che ci siano più grossi spazi di manovra. Su una cosa, in teoria, tutti sarebbero concordi, ovvero di evitare una guerra valutaria, che risulterebbe rovinosa per tutti.

Già al G20 finanziario di fine febbraio a Shanghai, le prime venti economie del pianeta avevano trovato un’intesa sul punto, dichiarandosi contrari all’utilizzo della leva del cambio per effettuare svalutazioni competitive e tentare per questa via di ravvivare le esportazioni.

Dollaro più debole dopo Shanghai

Da allora, in effetti, la Cina ha stabilizzato il suo yuan contro il dollaro, mentre il biglietto verde si è indebolito mediamente contro le altre divise più importanti, anche se nelle ultime sedute ha iniziato a recuperare terreno, man mano che la pubblicazione degli ultimi dati macroeconomici disponibili sugli USA hanno incrementato le probabilità di un aumento dei tassi Fed entro l’estate. Resta il fatto che lo yen si è indebolito del 9% contro il dollaro dall’inizio dell’anno, un fatto che ha acceso i riflettori di Washington, che ha inserito il Giappone nell’elenco dei paesi da monitorare per il rischio di manipolazione dei cambi, insieme a Germania, Cina, Taiwan e Corea. Trattasi di paesi con i quali gli USA registrano un deficit commerciale di almeno 20 miliardi di dollari all’anno, oppure che mostrino un surplus delle partite correnti superiore al 3% dei rispettivi pil, o ancora le cui banche centrali effettuino acquisti di valute straniere per un ammontare pari ad almeno il 2% del pil.      

Tassi USA, prima di un nuovo rialzo la Fed scruterà le altre banche centrali

Dopo le tensioni finanziarie delle prime settimane dell’anno, sembrava che l’intesa trovata con il vertice di Shanghai avesse portato a una certa stabilità, quanto meno allontanando lo spettro di una guerra valutaria. Ora, l’indebolimento della ripresa nell’Eurozona, nonostante il potenziamento degli stimoli monetari, nonché la debolezza dell’economia nipponica, sempre stretta tra crescita quasi stagnante e inflazione poco superiore allo zero, hanno fatto riemergere tali timori, anche perché Tokyo ha minacciato piuttosto esplicitamente di compiere un simile passo, che per gli analisti avverrebbe con il raggiungimento di un cambio pari 100 tra yen e dollaro. All’inizio di maggio si era arrivati fino a 105,5, ai massimi da 18 mesi, ma oggi siamo già sopra 110, mostrando un indebolimento di oltre il 3% in questo mese. Poiché è probabile che la Federal Reserve alzerà i tassi entro settembre, il governatore Janet Yellen vorrà prima assicurarsi che la stretta non provocherà un eccessivo rafforzamento del dollaro, spauracchio che si materializzerebbe, se fosse assecondato dalle principali banche centrali, attraverso annunci di eventuali nuovi stimoli.

Obiettivi in conflitto nel breve

In questo fine settimana, il segretario al Tesoro USA, Jacob Lew, chiarirà ai colleghi che l’America potrà normalizzare gradualmente la sua politica sui tassi, a patto che gli altri istituti non divergano eccessivamente dal percorso intrapreso a dicembre dalla Fed, ovvero che cessino di indebolire i rispettivi cambi con ulteriori tagli dei tassi e/o iniezioni di liquidità. Trovare un accordo non sarà affatto facile, perché gli interessi appaiono nel breve termine confliggenti. Europa e Giappone, solo per restare nel G7, hanno l’esigenza di sostenere le rispettive economie anche con nuove dosi di stimoli monetari, considerando che sul fronte fiscale non sembrano in grado di potere fare molto e che si mostrino lenti nel varare nuove riforme strutturali. L’America non può, invece, permettersi né di ignorare di essere in piena occupazione e in crescita da un lato, né che un’eventuale nuova stretta la renderebbe esposta alle conseguenze di un super-dollaro.

Né potrebbe alzare la voce più di tanto, avendo iniziato per prima ad attuare misure non convenzionali di politica monetaria sin dal 2008.    

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