Guerra delle sanzioni USA-Russia: che succede se l’Asia attacca i petrodollari?

In Asia, Russia e Cina stanno studiando il modo per evitare di passare dal dollaro per gli scambi bilaterali. Il ruolo del biglietto verde è ormai apertamente messo in discussione nel mondo.

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La guerra delle sanzioni tra USA e Russia, che tocca anche la stessa Europa, potrebbe avere effetti indesiderati per l’economia americana. Da settimane, Mosca minaccia più o meno palesemente di volere mettere in dubbio l’uso del dollaro nelle transazioni internazionali. Ma se agli inizi dello scontro diplomatico sulla Crimea, si trattava solo di parole, successivamente il Cremlino ha iniziato a passare ai fatti.

Le mosse del Cremlino

E’ accaduto, infatti, che in poche settimane, il governo russo abbia stretto diversi accordi commerciali con Cina, India e Iran, finalizzati a dribblare il dollaro quale mezzo di regolamento degli scambi. La scorsa settimana, ad esempio, tra Mosca e Teheran è stato stipulato un accordo con cui la prima importa petrolio e si impegna a pagarlo con l’invio di cibo e di altri beni industriali per un controvalore simile a quello delle quotazioni internazionali dei barili di greggio.

 

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Nello stesso tempo, la Cina ha formalizzato due accordi con Francoforte e Londra, che consentiranno alle parti di fare a meno del dollaro per le transazioni bilaterali. Si avvarranno solo dell’uso rispettivamente di sterlina ed euro contro yuan.

E sempre la Cina sembra intenzionata a importare altre 5 mila tonnellate di oro, che servirebbe da base per garantire in futuro lo yuan come valuta per effettuare transazioni con l’estero.

Ad oggi, infatti, il dollaro USA è utilizzato anche per gli scambi di materie prime tra paesi che nulla hanno a che vedere con l’America e che non vedono alcuna presenza di società americane. Ad esempio, se una società italiana vuole acquistare un barile di petrolio dall’Arabia Saudita, il pagamento avverrà in dollari, nonostante questi non siano la valuta né dell’Italia, né di Riad.

Gli effetti sull’America

L’uso del dollaro negli scambi internazionali ha un effetto dirompente sull’economia americana: le consente di accumulare deficit di bilancio, senza timori reali di default, visto che la forte domanda di biglietti verdi al di fuori degli USA ne tengono alto il valore e, addirittura, in caso di crisi internazionali, il dollaro è considerato un bene-rifugio, di fatto comprimendo i rendimenti dei Treasuries.

Se da un giorno all’altro, però, la Cina, la Russia, l’India, l’Iran e qualche altra economia emergente di rilevanti dimensioni dovessero annunciare di volere regolare gli scambi bilaterali nelle valute locali (se i cinesi comprano un bene russo, pagheranno in rubli, e viceversa) e se, addirittura, la Cina – vera superpotenza rivale agli USA – dovessero assicurare agli investitori la convertibilità dello yuan in oro, similmente al sistema di Bretton Woods, messo in piedi dall’Occidente tra il 1944 e il 1971, il dollaro sarebbe trafitto nel giro di poche ore e il mondo sarebbe messo davanti a un evento epocale dalle conseguenza drastiche sul nostro modo di concepire l’economia del pianeta.

A quel punto, non sarebbe più scontato che petrolio, oro, argento e altre commodities continueranno ad essere quotati nella valuta americana, anche se ciò potrebbe portare a una fase di boom dei prezzi di questi beni, per compensare il tracollo dei petrodollari sui mercati valutari.

Per l’America, poi, finirebbe l’era della cicala e inizierebbe quella obbligata della formica, perché il forte indebitamento pubblico e privato della sua economia non potrebbe essere più sostenuto quasi automaticamente dalla domanda estera di dollari e Treasuries, nonché di altri bond privati USA. Sarebbe la caduta degli dei.

 

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