Guerra commerciale, Trump attacca la Cina: 320 miliardi di deficit da eliminare

Il presidente eletto Donald Trump e la Cina ai ferri corti su vari dossier economici. C'è il rischio di una guerra commerciale tra le due prime economie mondiali, ma non converrebbe a entrambi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente eletto Donald Trump e la Cina ai ferri corti su vari dossier economici. C'è il rischio di una guerra commerciale tra le due prime economie mondiali, ma non converrebbe a entrambi.

I rapporti tra Cina e presidente eletto degli USA, Donald Trump, sono già tesi, ancor prima che il secondo si insedi alla Casa Bianca, il prossimo 20 gennaio. L’ultimo motivo di contrasto è stata la chiamata che il tycoon ha fatto al presidente di Taiwan, che non ha precedenti nella storia americana e che ha profondamente irritato il governo di Pechino, il quale considera lo stato una sua provincia, non riconoscendone l’indipendenza.

Le fonti di tensione tra cinesi e americani sono diverse e riguardano, però, soprattutto l’economia, come si evince nei tweets, inviati per tutta risposta da Trump alle proteste di Pechino per la telefonata incriminata, tutt’altro che una gaffe: “Per caso la Cina ci ha chiesto se siamo d’accordo a svalutare lo yuan (rendendo meno competitive le nostre merci), a tassare pesantemente i nostri prodotti venduti nel loro paese (gli USA non li tassa) o a dare vita a un complesso militare imponente nel bel mezzo del Mare del Sud della Cina? Non penso”. (Leggi anche: Cina, yuan e borsa in rialzo: perché Pechino non ha paura del voto USA?)

Guerra commerciale nascerebbe da squilibri

In poche frasi, Trump ha riassunto tutti i motivi del contrasto con i cinesi: lo squilibrio commerciale. Su base annua, gli USA importano dalla Cina merci e servizi per 320 miliardi di dollari in più di quanti ne esportino. Al confronto, gli squilibri con i due paesi del NAFTA appaiono ridicoli: appena 6 miliardi di deficit con il Canada nei primi nove mesi di quest’anno e 47 con il Messico, a fronte di flussi commerciali complessivi per circa 400 miliardi con l’una e con l’altro.

Non è vero, però, che gli USA non tassino i prodotti cinesi venduti sul loro territorio. Secondo l’Organizzazione del Commercio Mondiale, i beni agricoli cinesi scontano un dazio del 2,5% e quelli non agricoli del 2,9%. Ma è vero, che la Cina tassa quelli americani con dazi più alti e pari al 9,7% per i primi e al 5% per i secondi, applicando su di loro le stesse tariffe previste per gli altri membri del WTO, ad eccezione di quelli con cui ha stretto accordi commerciali specifici. (Leggi anche: Commercio mondiale, Trump potrebbe portargli fortuna?)

 

 

Le misure cinesi invise a Trump

Trump minaccia di introdurre un dazio del 45% sui prodotti cinesi, lamentando un uso spregiudicato del cambio da parte della Cina, che svalutando lo yuan, “ruberebbe” posti di lavoro agli americani. E nel mirino del prossimo presidente c’è anche la produzione sussidiata di beni, specie offerti da società controllate dallo stato cinese, come l’acciaio, che provocando un eccesso di produzione sul mercato mondiale, schiantandone i prezzi e alimentando una grave crisi nel settore, tanto che già da un anno l’amministrazione Obama ha imposto dazi a tre cifre sulle importazioni cinesi.

Ultimamente, poi, la Cina ha reso più stretti i controlli sui movimenti finanziari, introducendo un limite di acquisto di valuta straniera di 50.000 dollari all’anno per ciascun individuo, mentre le società controllate dallo stato dovranno chiedere l’autorizzazione alla banca centrale per investire all’estero più di 5 milioni. E che dire della limitazioni operative per le imprese straniere, che possono aprire battenti sul territorio cinese, a patto di godere di partnership con società o dirigenti locali, quando agli imprenditori cinesi non è precluso l’acquisto anche del 100% del capitale di una società europea o americana? (Leggi anche: Guerra commerciale USA-Cina già in corso?)

Rischio ritorsioni dalla Cina

Dalla sua, Pechino ha diverse armi: in primis, riserve valutarie per oltre 3.000 miliardi di dollari, di cui i due terzi detenuti nella divisa americana (circa 1.200 miliardi investiti in Treasuries), risultando prima creditrice dello stato USA. Secondariamente, il governo cinese potrebbe reagire a eventuali dazi anti-dumping con ritorsioni contro i prodotti americani, incitando magari al boicottaggio di colossi come McDonald’s e Apple. (Leggi anche: Azioni Apple, ecco il possibile rally)

Ma Trump offre ai cinesi anche qualche spunto positivo: il ritiro annunciato degli USA dal TTP, l’accordo di libero scambio tra una dozzina di economie del Pacifico, dal quale Pechino è stata esclusa, consente loro di espandere le relazioni economiche con gli altri paesi del Sud Est Asiatico, anche se già possiede con questi un ampio surplus commerciale. Lo stesso disimpegno militare dall’Asia, che il presidente eletto sembra voler perseguire, appare abbastanza interessante agli occhi della dirigenza comunista.

 

 

Guerra commerciale rovinosa per entrambi

Una guerra commerciale non servirebbe ai consumatori dell’una e dell’altra potenza mondiale, che rischiano di doverne pagare il costo con prezzi più elevati su un’ampia gamma di beni. Washington e Pechino, nel volere difendere i rispettivi livelli di occupazione, di questo dovranno tenere conto, ossia che i lavoratori siano allo stesso tempo consumatori. E non è detto che il gioco valga la candela.

 

 

 

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Argomenti: Economia USA, Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese, valute emergenti

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