Guerra commerciale con Cina al via, affare FCA banco di prova per Trump e UE

Contro la Cina è in atto un riposizionamento di USA e UE, ma anche di altre economie. E l'affare Fiat Chrysler Automobiles sarà forse il primo test per verificare il nuovo corso.

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Contro la Cina è in atto un riposizionamento di USA e UE, ma anche di altre economie. E l'affare Fiat Chrysler Automobiles sarà forse il primo test per verificare il nuovo corso.

“Siamo in guerra commerciale con la Cina” aveva dichiarato pochi giorni fa Steve Bannon, chief strategist della Casa Bianca fino al venerdì scorso, quando è stato sollevato dall’incarico dal presidente Donald Trump. E paradossalmente, il licenziamento non ha segnato l’apertura di una fase più positiva per le relazioni commerciali tra Washington e Pechino, perché è stato seguito dall’annuncio di Trump dell’avvio di un’indagine sui furti delle proprietà intellettuali da parte di soggetti cinesi, che avverrebbero attraverso metodi illegali, tra cui lo spionaggio industriale e la pirateria informatica. Avvalendosi di una normativa risalente al 1974, la Casa Bianca potrà condurre indagini per la durata attesa di un anno, al termine del quale potrebbe imporre tariffe sulle importazioni di beni cinesi o attuare altri provvedimenti restrittivi.

Contro la Cina, però, non è in lotta il solo Trump, che anzi ha persino sacrificato i propositi più bellicosi contro Pechino sull’altare delle relazioni commerciali, avviando un confronto sul piano diplomatico, anche per cercare di contenere insieme al collega Xi Jinping i rischi legati alla Corea del Nord. (Leggi anche: Guerra commerciale USA-UE non nasce con Trump, ma nell’era Obama)

Italia, Francia e Germania hanno chiesto alla Commissione europea di istituire una normativa sovranazionale, con la quale i singoli governi potranno bloccare le potenziali acquisizioni di società nazionali da parte di soggetti che agiscono nell’ambito di regole non di mercato. Il riferimento esplicito è alle aziende cinesi, contro le quali l’Europa invoca protezione, sostenendo che non vi sarebbe un pari trattamento per le aziende occidentali in Cina, ossia che Pechino non giocherebbe sullo stesso piano dei principali competitor internazionali.

Le auto-restrizioni di Pechino

Secondo la proposta delle prime tre economie dell’Eurozona, i governi invierebbero a Bruxelles la documentazione riguardante una scalata entro 6 mesi e i commissari potrebbero decidere di bloccarla, ad eccezione delle società attive nel settore della difesa.

Non sarebbe protezionismo, chiarisce il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che nei fatti conferma l’invio formale della richiesta alle istituzioni comunitarie. La normativa sarebbe europea e non sostitutiva di quelle nazionali. (Leggi anche: Doppio gioco Germania: liberale contro Trump, protezionista in casa)

Nel frattempo, il Sud Australia ha intrapreso nuove azioni contro la Cina, imponendo un dazio del 4% sull’acquisizione degli immobili da parte di soggetti stranieri, elevandolo complessivamente al 10%. L’intento è di porre un freno proprio agli investimenti cinesi, che nel 2016 hanno rappresentato il 38% (2,4 miliardi di dollari australiani) del totale degli acquisti di immobili residenziali in tutta l’Australia.

E proprio il comparto immobiliare è oggetto principale delle restrizioni adottate dalla stessa Pechino, che qualche giorno fa messo nel mirino gli investimenti all’estero effettuati dai cinesi, inserendo quelli in case, uffici, alberghi e casino nella lista nera, in quanto considerati non attinenti all’economia reale. Obiettivo primario dell’auto-censura sarebbe l’arresto dei deflussi finanziari, in atto da oltre due anni e che minacciano le immense riserve valutarie.

L’affare FCA test per i rapporti con la Cina

E’ altresì probabile, però, che il governo cinese stia cercando di indirizzare gli investimenti all’estero in comparti più appetibili per gli interessi nazionali, come le società tecnologiche e quelle attive nel campo delle infrastrutture.

Tra le principali economie mondiali è in atto una guerra commerciale, che sta assumendo le forme di legislazioni meno aperte alle acquisizioni trans-nazionali, anche se non possiamo effettivamente parlare di protezionismo in senso stretto (almeno, non ancora), bensì di volontà dei governi di attuare finalmente i principi di reciprocità nel campo degli investimenti. E così, dagli USA all’Australia, passando per l’Europa, la Cina è nel mirino come mai dal 2001, anno di ingresso nell’Organizzazione del Commercio Mondiale.

Vedremo se in questo clima risulterà possibile ai cinesi rilevare il controllo di un asset come Fiat Chrysler Automobiles, pare oggetto di attenzioni da parte di Great Wall Motors, almeno per il suo marchio Jeep. L’affare sarebbe il banco di prova per il nuovo corso a Washington, in particolare, ma anche a Bruxelles, coinvolgendo, nel caso in cui si materializzasse, sia il governo italiano, sia quello americano. E difficile risulta immaginare che l’amministrazione Trump possa avallare l’eventuale passaggio del controllo da Detroit a Pechino, avendo l’attuale presidente vinto le elezioni proprio sui voti degli operai del distretto automobilistico e, in generale, della Rust Belt e puntando su toni anti-cinesi. (Leggi anche: Fiat Chrysler, dalla Cina smentiscono)

 

 

 

 

 

 

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