Guerra alla Siria: l’Italia starà a guardare…forse

Gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare la Siria. L’Europa sta valutando la situazione. In Italia regna un po’ di confusione

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Gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare la Siria. L’Europa sta valutando la situazione. In Italia regna un po’ di confusione

E’ un copione già visto. Il classico regime illiberale del Medio Oriente (o del Magreb) contestato dalla popolazione, atti che sfiorano i crimini contro l’umanità, intervento dell’Occidente. Questa volta è il turno della Siria (Venti di guerra in Siria: cosa potrebbe accadere all’economia? Intanto salgono oro e petrolio). Gli Stati Uniti accusano Assad di aver utilizzato le armi chimiche e sono pronti a bombardare gli obiettivi militari dei lealisti. Un po’ come in Iraq, quando Saddam venne accusato di detenere armi di distruzione di massa, sebbene il caso siriano sembra offrire più certezze circa l’utilizzo di mezzi off-limits. Ad ogni modo, la tempistica è sospetta: la rivolta è scoppiata da due anni ma si interviene (forse) solo ora. Con la Libia fu sufficiente appena qualche mese.  

Obama corre e l’Onu cammina

Gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire tardi, ma dalla presa di coscienza alla decisione di intervenire militarmente è passato pochissimo tempo. Si vocifera che già da domani (giovedì 29 agosto) potrebbero iniziare i primi raid. L’idea è quella di una guerra lampo di 3-4 giorni, giusto per dare la spallata finale ad Assad. L’Onu ha fatto partire la sua macchina organizzativa che, si sa, ha i suoi tempi, quasi mai ristretti. Se poi ci aggiungiamo che in Siria gli ispettori sono de facto persona non gradite… Nel frattempo, le potenze europee e non si stanno posizionando. Russia, Cina e Iran si sono schierate contro l’attacco (come da tradizione insomma) adducendo timori circa un escalation di conseguenze “terribili” per l’equilibrio della regione. Una certa accondiscendenza rispetto all’ipotesi di Obama è stata invece espressa dalla Francia, secondo cui vanno puniti coloro che hanno utilizzano il gas, senza se e senza ma.

Il Regno Unito si è dichiarato a favore di un attacco, ma solo nel caso di un via libera da parte dell’Onu.  

L’Italia tra il sì e il forse

E l’Italia? Da noi, tanto per cambiare, regna un po’ di confusione. Il Ministro degli Esteri Emma Bonino si è nei giorni scorsi allineata alla posizione del Regno Unito. Posizione legittima e ineccepibile: sì agli attacchi, ma solo dopo l’ok dell’Onu (che però rischia di arrivare a giochi fatti). Ma ci ha pensato il Ministro della Difesa Mario Mauro a sparigliare le carte in tavola. L’ex berlusconiano amante degli F35 ha dichiarato che l’intervento italiano, anche qualora giungesse tempestivo il sì delle Nazioni Uniti, non è scontato. Insomma, la cosa va discussa. Altra fonte di confusione è il “come”. Come l’Italia intende apportare il proprio contributo? Concedendo le proprie basi militari o partecipando ai bombardamenti? A riguardo la situazione non è affatto chiara. Una cosa è certa: questa volta le pressioni sull’Italia sono davvero poche. Il Bel Paese non ha rapporti con Assad da dover “compensare” (come invece accade per la Libia). Non ci sono in ballo trattati di tipo economico, e non c’è di mezzo una sfida a chi si pappa prima il petrolio, la quale, due anni fa, mise il turbo alla Francia (il riferimento è ancora alla Libia). L’unica cosa che ci si aspetta dall’Italia, adesso, è un minimo di coerenza e di velocità nel prendere una decisione, qualunque essa sia.

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