Guerra al contante, ecco perché la tassa sulle cassette di sicurezza è illiberale

La guerra al contante portata avanti dal governo Renzi con la "voluntary disclosure bis" ha assunto connotati inquietanti. Bisogna pare per riavere il proprio denaro.

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La guerra al contante portata avanti dal governo Renzi con la

Il governo intende riaprire i termini della cosiddetta “voluntary disclosure”, ovvero dell’autodenuncia di capitali sfuggiti al Fisco, stavolta mirata a colpire il denaro contante, compreso quello depositato presso le cassette di sicurezza delle banche. Le aliquote previste per sanare eventuali posizioni poco chiare sul piano fiscale sono due: 15% e 35%.

La prima si applica alla liquidità rinvenuta nelle cassette di sicurezza, spostata dai conti correnti. La seconda, invece, è la “sanzione” forfetaria, che dovrà sostenersi sulla liquidità rinvenuta e depositata direttamente senza esser passata prima per un movimento tracciato, ovvero tramite conti bancari.

Ora, se da un lato potremmo già considerare assurdo che in uno stato di diritto si presuma che un cittadino abbia commesso un reato, senza che esso sia stato provato, applicandosi una sorta di inversione automatica e di massa della prova, ancora più incomprensibile appare la sanzione del 15%, che si applica, come detto, non al contante non tracciato, bensì a quello che pur essendolo stato in precedenza, risulta adesso custodito nella cassetta di sicurezza di una banca italiana e straniera. (Leggi anche: Denaro contante è democrazia e libertà)

Un esempio di guerra “stupida” al contante

Poniamo che il signor Mario Rossi, spaventato dai venti di crisi delle banche italiane, abbia prelevato 30.000 euro dal suo conto corrente e li abbia messi al sicuro da un possibile bail-in, così come da un tracollo dell’Eurozona – ipotesi mai venuta meno dal 2010 in poi – custodendoli in una cassetta di sicurezza. Formalmente, infatti, il denaro e gli oggetti ivi rinvenuti non sono di proprietà dell’istituto, che si limita ad offrire un servizio di custodia, bensì del cliente, il quale paga periodicamente una sorta di canone per goderne. (Leggi anche: Lotta al contante legata a tassi negativi?)

Con la norma proposta dal governo Renzi, se il signor Rossi volesse ritirare i suddetti 30.000 euro, all’apertura della cassetta di sicurezza, l’operazione dovrebbe essere segnalata dalla banca e di conseguenza sulla somma il Fisco applicherebbe il 15%. Nel nostro caso, Mario Rossi rischia di pagare 4.500 euro per il solo fatto di avere spostato liquidità dal suo conto, movimento peraltro tracciato e, quindi, giustificabile agli occhi dell’Agenzia delle Entrate.

Se, poi, quest’ultima non si convincesse dell’origine della somma e di eventuali altri oggetti rinvenuti come deposito, potrebbe fare scattare l’accertamento.

Denaro contante criminalizzato per interessi specifici

Se lo stesso Rossi avesse prelevato dal conto corrente i 30.000 euro suddetti, ma senza tenere traccia del loro impiego, avendo perso scontrini, fatture, etc., sarebbe anche in questo caso sottoposto all’aliquota forfetaria del 15%, sempre che gli vada bene.

E dire che la norma viene contestata esattamente per la ragione opposta, ovvero perché si presterebbe ad avallare un gigantesco riciclaggio di denaro, stimato fino a 150 miliardi di euro, tanto da essere stata ribattezzata “salva Corona”, dal nome dell’ex paparazzo Fabrizio Corona, arrestato nuovamente pochi giorni fa, dopo che nel suo appartamento sono stati ritrovati 1,5 milioni di euro liquidi. Siamo in presenza, invece, a una criminalizzazione senza precedenti del contante, da parte di uno stato a caccia costante di denaro per alimentare sé stesso e da un sistema bancario a pezzi, che ha bisogno più che mai che ogni euro in circolazione passi dalle sue filiali. (Leggi anche: Economia sommersa cresciuta con stretta sul contante)

 

 

 

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