Referendum sull’euro resta obiettivo di Grillo, M5S in buona compagnia tra i senza idee

L'ultima figuraccia di Beppe Grillo sul collocamento del Movimento 5 Stelle in Europa è frutto di una lunga stagione politica, in cui idee, valori e programmi non esistono. Nemmeno gli altri leader italiani sanno bene dove stare a Strasburgo.

di , pubblicato il
L'ultima figuraccia di Beppe Grillo sul collocamento del Movimento 5 Stelle in Europa è frutto di una lunga stagione politica, in cui idee, valori e programmi non esistono. Nemmeno gli altri leader italiani sanno bene dove stare a Strasburgo.

Nel giro di 48 ore, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha litigato con l’Ukip di Nigel Farage, tentando di entrare nel gruppo dei liberali europeisti dell’Alde, indicendo un referendum online sul cambio di casacca all’Europarlamento e riscuotendo quasi il 75% dei consensi a favore, ma finendo per vedersi bocciata la richiesta dai potenziali nuovi compagni di ventura, con il risultato di tornare tra le braccia proprio di quel Farage, fino a poche ore prima rinnegato. “Divergenze ripianate”, ha dichiarato ieri sera il leader britannico, mentre Grillo conferma che il referendum sull’euro resta una battaglia del suo movimento e che sul punto non ci sarebbero stati cambiamenti nemmeno con il fallito trasloco tra i liberali, che dell’euro e dell’integrazione politica nella UE sono i principali fautori.

Eppure, la magnanimità di Farage non è stata gratuita: il Movimento 5 Stelle ha dovuto rinunciare alla co-presidenza del gruppo e salta, quindi, la poltrona di David Borrelli, che è stato l’architetto (mancato) del tentativo di agganciare i 17 deputati pentastellati alla famiglia dei liberali europei di Guy Verhofstadt. (Leggi anche: Il piano di Grillo per andare al governo passa anche per la figuraccia in Europa)

Una pagliacciata all’italiana

Una buffonata, insomma, degna della più pagliaccesca tradizione politica italiana. Eppure, per quanto ieri abbiamo dissertato sulle possibili ragioni di questa figuraccia di Grillo, c’è ben poco da ridacchiare sull’accaduto, perché dimostrerebbe quanto vuoto di contenuti sia persino il movimento anti-sistema, che attualmente viaggia su percentuali ragguardevoli nei sondaggi, tanto da poter ambire a tutti gli effetti a guidare l’Italia da qui a poco più di un anno al massimo.

Solo in Italia sarebbe concepibile che un partito politico trovi indifferente far parte della famiglia dei liberali europeisti per eccellenza o degli anti-UE.

Solo da noi, un leader politico potrebbe anche solo ipotizzare che nel giro di mezza giornata si possa traslocare da un gruppo, in cui il principale riferimento è un uomo (Farage) reduce da una storica vittoria sulla Brexit – avendo vinto il referendum per fare uscire il Regno Unito dalla UE – a un altro gruppo, in cui il rappresentante è un ex premier belga, tale Guy Verhofstadt, che non solo tuona da anni contro i populismi alla Farage, ma che sarà anche nel team di negoziatori per la UE sulla Brexit. (Leggi anche: Svolta europeista di Grillo tradisce la voglia di tregua con Bruxelles)

 

 

 

 

Anche Forza Italia è confusa sul suo rapporto con l’Europa

Si dirà, che questi grillini siano davvero senza idee e ideologia. Verissimo, senonché appaiono in gran compagnia nel decadente panorama politico italiano. Restando al rapporto con l’Europa, come possiamo dimenticare che un altro partito, Forza Italia di Silvio Berlusconi, faccia parte ormai dal 1999 del Partito Popolare Europeo, lo stesso raggruppamento di cui è membro influente il partito di quella cancelliera Angela Merkel, così tanto attaccata proprio dagli azzurri?

Forza Italia ha usato per anni toni contro l’establishment europeo, salvo appoggiarlo a Bruxelles e Strasburgo, essendone parte per il tramite del PPE, finendo per irritarne i dirigenti, che poco capiscono come si possa stare in un gruppo e attaccarne i rappresentanti allo stesso tempo. (Leggi anche: Perché Berlusconi è alternativo alla Merkel)

E anche i renziani sono “socialisti a disagio”

E che dire del PD renziano, che sta tra i Socialisti e Democratici, salvo sentirsi a disagio in quella casa, tanto che l’ex premier Matteo Renzi avrebbe optato, fosse stato per lui, per far parte dell’Alde, il gruppo proprio a cui ambivano i grillini sino all’altro ieri?

Dei tre principali partiti politici in Italia, nessuno ha una collocazione chiara sul piano programmatico e ideale in Europa.

Forza Italia sta con i popolari solo per entrare nelle stanze dei bottoni (lo ha ammesso persino lo stesso Berlusconi); il PD sta con i socialisti, perché non saprebbe altrimenti dove collocarsi; l’M5S sta con Farage, perché al di fuori dei due principali schieramenti vi sarebbero solo i nazionalisti della Le Pen, che stanno con i leghisti di Matteo Salvini.

 

 

 

Partiti politici vuoti in Italia

Nessuno stupore per questa ennesima sceneggiata all’italiana, che scredita ancora di più il nostro sistema istituzionale, già assai inviso nel resto del pianeta. Il grillismo non è che il frutto di almeno un ventennio di destrutturazione politica, passata dal berlusconismo fino ad approdare al renzismo. Siamo nella post-era dei partiti leggeri, liquidi, anzi del “liquid feedback”, in cui nessuna ideologia viene richiesta per aderire a questo o quel gruppo e in cui il rispetto dell’indirizzo del capo vale più di qualsiasi altra considerazione di natura programmatica e ideal-ideologica. Un’epoca, in cui fare politica significa cliccare “mi piace” a questa o quella proposta comodamente da smartphone, tablet o PC e dove non esiste spazio per il contatto con gli elettori in carne e ossa, né per discutere con i rappresentanti di interessi concreti e diffusi.

Si può stare in Forza Italia da liberali, cattolici, socialisti, perché l’unico punto fermo consiste nella difesa ad oltranza degli interessi aziendali del capo. Si può ben stare nel PD da qualsiasi connotazione ideologica, purché non si contrasti con la figura del segretario di turno. I democratici, tanto per essere espliciti, sono quel partito che ha vinto le elezioni di misura nel 2013 con una classe dirigente all’80% bersaniana, ma che un anno dopo era quasi totalmente renziana, sposando e attuando le tesi diametralmente opposte a quelle per cui aveva rastrellato consensi alle urne. E ora che Renzi non è più premier, si percepiscono le prime voci critiche dal suo (ex?) cerchio magico sulle politiche condotte fino a un mese fa senza alcuna titubanza.

(Leggi anche: Referendum Jobs Act, Bersani voterà sì contro Renzi)

Siamo nelle mani di 3-4 leader senza bussola

La stessa Lega Nord, pur il partito più coerente, è passata da “Roma ladrona” e “A morte i terroni” a fare indossare al suo leader le felpe con scritta “Napoli” o “Palermo”, perché quel che conta nell’epoca dei partiti leggeri e del “non esistono più la destra e la sinistra” è raccattare voti, non importa per quale fine; l’importante è vincere, magari un giorno strizzando l’occhio agli euro-scettici, invocando il ritorno alla lira, un altro al popolo facebookiano manettaro, inveendo contro i politici corrotti, salvo rimangiarsi tutto il giorno successivo ancora e spiegare come dall’euro non si possa uscire e che un avviso di garanzia non equivalga a una condanna.

Siamo alle comiche di fine impero, nelle mani di 3-4 leader politici, che in qualsiasi altro paese normale non potrebbero ambire nemmeno alla carica di amministratore di condominio, in qualche altro sarebbero rinchiusi in un reparto psichiatrico per l’evidente stato di dissociazione mentale in cui versano. L’Europa è croce e delizia in tutto questo marasma: croce, perché è il trasferimento di poteri crescenti verso Bruxelles ad avere reso meno grave il possedere una classe politica così scadente; delizia, perché se non ci fossero questi quattro burocrati a sorvegliarci, chissà che fine avremmo fatto nelle mani di questi commedianti. (Leggi anche: Accordo Berlusconi-Renzi per fregare Grillo)

 

 

 

 

Argomenti: