Grillo molla Di Maio e i 5 Stelle, ecco la fine strategia che c’è dietro

Beppe Grillo non farà campagna per il Movimento 5 Stelle sotto elezioni, ma dietro ci sarebbe una precisa strategia. Vediamo quale.

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Beppe Grillo non farà campagna per il Movimento 5 Stelle sotto elezioni, ma dietro ci sarebbe una precisa strategia. Vediamo quale.

Beppe Grillo si separa dal Movimento 5 Stelle? Detto così sembra esagerato, ma la decisione di prendersi il dominio del suo blog, lasciando che la Casaleggio & Associati continui a gestire quello del movimento, pur annunciata da tempo, sta facendo scalpore, anche perché avviene in piena campagna elettorale e non si mostra un segnale rassicurante per la base pentastellata, nonostante il candidato premier Luigi Di Maio smentisca che vi sia in corso un divorzio con il fondatore. E c’è un altro elemento che ci fa seriamente dubitare che Grillo abbia intenzione di sostenere attivamente l’M5S a queste elezioni: fino alla terza settimana di febbraio sarà in tour per i suoi spettacoli e, dunque, sarebbe teoricamente libero per spendersi in campagna elettorale con comizi e appelli nelle due settimane rimanenti fino al voto del 4 marzo.

Difficile immaginare un impegno anima e corpo in siffatte condizioni e che questo restare in disparte all’appuntamento con la storia per il popolo grillino non sia stato studiato a tavolino. Ma allora, cosa si nasconde dietro a questa apparente strategia del disimpegno?

Grillo ha ampiamente dimostrato di metterci la faccia solo quando non sia sicuro del risultato positivo. Alle elezioni regionali in Sicilia del novembre scorso, ad esempio, ha lasciato che scorrazzassero i suoi “ragazzi” sull’isola, ovvero il solito Di Maio, accompagnato in quell’occasione da Alessandro Di Battista, a sostegno del candidato governatore Giancarlo Cancelleri, che pur partito con vento in poppa, è andato a sbattere contro la ritrovata unità del cartello elettorale di centro-destra. Il comico sa che qualcosa di simile starebbe per accadere anche per il rinnovo del Parlamento nazionale, complice la nuova legge elettorale, che nei fatti premia le coalizioni in termini di seggi.

(Leggi anche: Maroni, lo spread, i 5 stelle e il populismo: perché i mercati appaino sereni)

Perché Grillo vincerà perdendo

Da qui, la decisione di presentare Di Maio in corsa per Palazzo Chigi, ma allo stesso tempo facendo ritirare Di Battista dalla ricerca di un secondo mandato per un posto di deputato, che sarebbe stato altrimenti l’ultimo per le regole del movimento, nonché eclissando la figura di Roberto Fico, che da mesi non parla, non commenta, semplicemente è scomparso dai media. Il tutto, finalizzato con ogni probabilità a non “bruciare” tutti i principali protagonisti della platea grillini in un solo giro. Sì, ma a cosa punta allora Grillo, se non a vincere? A vincere al prossimo turno.

Alle condizioni attuali, all’M5S non basterebbe nemmeno un boom di consensi per battere gli avversari, essendo privo di alleati. Qualcuno potrebbe giustamente eccepire che tali condizioni si ripresenterebbero anche alle prossime elezioni e a quelle successive ancora. Dunque, Grillo non avrebbe mai speranze di farcela, privo di alleati per ideologia. E proprio questa la scommessa del comico genovese, ovvero che le altre coalizioni si disarticolino, confidando che ciò accadrà per l’implosione di quale che sarà la prossima maggioranza di governo. (Leggi anche: La crociata anti-euro si è sgonfiata, il rischio dei populisti al governo no)

Dalla sua, Grillo ha alcune carte decisive da giocare. Il prossimo governo non potrà realizzare quasi nessuna, forse proprio nessuna, delle promesse elettorali. Dalla flat tax all’abolizione della legge Fornero, dall’eliminazione del canone Rai a quella delle tasse universitarie, chiunque entrerà a Palazzo Chigi si troverà a gestire un’eredità pesantissima e che diverrà ancora più un fardello con l’avvio della stretta monetaria della BCE. Per quanto possiamo lamentarci della legislatura appena conclusasi, essa si è dipanata in un clima surrealmente ultra-positivo sui mercati finanziari, tra tassi zero, petrolio a basso costo e cambio debole. Insomma, abbiamo goduto delle migliori condizioni possibili per crescere, anche se l’unica cosa che siamo riusciti a concludere come economia italiana è stata di uscire lentamente dalla recessione per sostare nella recessione, con un assaggio di crescita più spinta negli ultimi mesi, ma sempre a rimorchio dell’Eurozona e tra gli ultimi nell’area.

L’eredità della prossima legislatura

Tuttavia, il petrolio sta già risalendo, il cambio euro-dollaro pure e i tassi sono ancora bassissimi in un’ottica storica, ma anch’essi destinati a lievitare con la fine del “quantitative easing” nel settembre prossimo e l’avvio della stretta nel 2019 da parte della BCE. A quel punto, il costo di rifinanziamento del debito salirà, gli investimenti e i consumi privati rischiano di flettere o stagnare e i nostri conti pubblici tenderanno a peggiorare. Altro che il taglio di questa o quella imposta. Saranno anni di transizione difficile verso la normalizzazione monetaria e la sbornia degli ultimi anni, quando siamo passati dalla crisi dello spread a rendimenti sottozero per i bond di durata minore, lascerà spazio al brusco risveglio. (Leggi anche: Debito pubblico, l’occasione persa dell’Italia e i 1.000 miliardi che aspettano il nuovo premier)

Reggerà la prova il prossimo governo? Secondo Grillo, no. Almeno, così spera. Egli scommette, cioè, che o il centro-destra o il centro-sinistra o una maggioranza di larghe intese raccogliticcia ne esca con le ossa rotte, esplodendo di contraddizioni e ponendo fine ad alleanze apparentemente collaudate, come quelle a destra tra Forza Italia e Lega Nord. In uno scenario siffatto, al prossimo giro, quando Silvio Berlusconi non sarebbe nemmeno probabilmente in gara personalmente o come regista di partito/coalizione, il governo del Paese diverrebbe realmente contendibile. E sarà allora che Grillo e il Movimento 5 Stelle si giocheranno la partita della vita, incassando i risultati di altri anni all’opposizione dell’ennesima maggioranza inconcludente e che avrebbe ancora una volta tradito gli elettori. Non ce ne sarebbe per nessuno. Ceto medio, piccoli imprenditori, lavoratori, disagiati, disoccupati, studenti, tutti finirebbero per ragioni anche opposte tra loro a votare i pentastellati, essendosi ormai centro-destra e PD definitivamente screditati e apparendo totalmente indifendibili agli occhi dell’opinione pubblica.

Piaccia o meno ammetterlo, le probabilità che il 4 marzo prossimo Grillo vinca perdendo le elezioni sono altissime, perché altrettanto lo sono di chi vincerà o, comunque, andrà al governo di deludere ancora una volta i propri elettori, avendo raccolto consensi su propositi che non hanno fatto i conti con l’oste. E non è detto che Grillo debba attendere altri 5 anni prima di sferrare l’attacco finale all’establishment politico-istituzionale italiano, perché nel caso in cui il malcontento montasse e la maggioranza si ritrovasse impossibilitata a governare, alle urne si tornerebbe presto. I giochi non si chiudono il 4 marzo, anzi quel giorno si apriranno. E se gli schieramenti tradizionali soffriranno di ansia da prestazione, dovendosi sparare cartucce immediate dopo un quarto di secolo trascorso nell’inconcludenza, i grillini potranno aspettare. Risparmiatevi le risate per i congiuntivi sbagliati di Di Maio, perché quelle grasse arriveranno dopo.

 

 

 

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