Grexit unica opzione credibile, ma l’accordo allungherà l’agonia di Atene

La Grecia otterrà i nuovi aiuti con l'accordo del 24 maggio, ma l'uscita dall'euro sarebbe l'unica soluzione per un'economia incompatibile con la permanenza nell'Eurozona.

di , pubblicato il
La Grecia otterrà i nuovi aiuti con l'accordo del 24 maggio, ma l'uscita dall'euro sarebbe l'unica soluzione per un'economia incompatibile con la permanenza nell'Eurozona.

L’Eurogruppo di ieri ha rinviato al 24 maggio un accordo con la Grecia, che consentirebbe al governo Tsipras di ottenere la nuova tranche di aiuti stanziati con il terzo bailout da 86 miliardi in 3 anni, necessari per adempiere alle scadenze estive. A giugno, Atene dovrà rimborsare al Fondo Monetario Internazionale (FMI) una rata da 300 milioni, ma luglio a destare qualche preoccupazione, quando alla BCE dovranno essere pagati 2,3 miliardi.

Si teme che se per allora non saranno stati erogati gli aiuti, la Grecia non sia in grado di onorare i suoi debiti, tornando nell’incubo dell’estate scorsa. In realtà, questo scenario non dovrebbe verificarsi, perché l’accordo con i creditori pubblici (UE, BCE e FMI) sarebbe alla portata, come ha lasciato intendere ieri il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, secondo cui i temi sul tavolo sono tre: riforme, le clausole di salvaguardia e il debito. E sui primi due, ha spiegato, che l’intesa sarebbe vicina, sull’ultimo si è appena aperta la discussione.

Aiuti Grecia il 24 maggio, agonia può continuare

I ministri finanziari hanno paventato al collega greco Euclid Tsakalotos una bozza d’intesa, secondo la quale i governi dell’Eurozona sarebbero disponibili a ristrutturare il debito pubblico ellenico nelle loro mani a partire dal 2018, attraverso l’allungamento delle scadenze delle rate e del periodo di grazia. Questo, a patto che Atene sia in grado di centrare entro i prossimi due anni i target fiscali assegnati, ovvero un avanzo primario (al netto degli interessi sul debito) del 3,5% del pil. Domenica sera, in un clima di scontri tra le strade della capitale, il Parlamento ha approvato misure di austerità (aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica) per 5,4 miliardi in tre anni, pari al 3% del pil. Tuttavia, l’FMI crede che siano insufficienti a centrare l’obiettivo, chiedendo il varo di nuove misure per un ulteriore 2% del pil, che scattino automaticamente al mancato raggiungimento dei target nel 2017 e nel 2018.      

Target fiscali non saranno centrati

Il governo Tsipras è contrario, sia perché ha spiegato che nuove dosi di austerità sarebbero improponibili in un paese economicamente al collasso, sia anche perché ha spiegato che la Costituzione ellenica impedirebbe simili clausole.

In realtà, i cavilli formali nascondono la verità svelata dall’FMI: il target di un avanzo primario al 3,5% del pil nel 2018 non sarà centrato. D’altronde, se le misure appena varate fossero sufficienti, Atene non avrebbe niente da temere dalle clausole di salvaguardia, le quali non scatterebbero. Ma se l’istituto di Washington ha ragione, questo significa che l’anno prossimo e fra due anni serviranno nuovi tagli alla spesa pubblica e/o nuovi aumenti delle tasse, ovvero si ritornerebbe allo stesso clima di scontro con i creditori di questi mesi. A meno di immaginare un’improbabile ripresa roboante dell’economia ellenica, lo scenario a cui ci accingiamo ad assistere sarebbe il seguente: pil stagnante o ancora in recessione, disoccupazione elevata e sempre intorno ai livelli attuali (25%), conti pubblici squilibrati e debito pubblico tendenzialmente verso il 200% del pil.

Grexit rimane opzione valida e unica seria alternativa all’agonia

Con queste condizioni, l’Europa non ristrutturerà il debito ellenico, per cui al massimo tra un paio di anni ci troveremo punto e a capo: malcontento sociale ancora più potenzialmente rabbioso, scontro politico incandescente tra Atene e creditori, rischio default sempre in agguato e Grexit come opzione di ultima istanza. A questo punto, paradossalmente dovremmo tifare perché tra due settimane non si trovi alcun accordo con i greci, in modo che l’Eurozona sia messa una volta per tutte dinnanzi a una scelta chiara: o decide di condonare in parte o in tutto il debito della Grecia, nella consapevolezza che il governo attuale di Atene (e forse anche i prossimi di colore politico diverso) non sarà in grado di centrare gli obiettivi fiscali, oppure indica al premier Alexis Tsipras la porta, quella che conduce all’uscita dall’euro.    

Ristrutturazione debito Grecia non ci sarà presto

Ovviamente, non si realizzerà né l’uno, né l’altro scenario.

L’Eurozona non condonerà il debito e né potrebbe farlo, specie gratis, ma nemmeno si sognerà di minacciare la Grexit, cosa che un anno fa creò scompiglio tra i governi, con il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, quasi “linciato” mediaticamente per essersi permesso di suggerire l’unica opzione credibile. Un’economia in recessione per l’ottavo anno degli ultimi nove, che rischia di restarci anche l’anno prossimo, con una disoccupazione al 25% e che tra i giovani sale al 50%, senza alcuna prospettiva di riuscire ad attirare capitali esteri per rilanciare la ripresa, a causa dei grossi rischi sul fronte del debito e della stessa tenuta politico-istituzionale, non ha alcun futuro nell’euro. Serve un evento traumatico, che azzeri tutto e offra ad Atene la possibilità di ripartire. La Grexit resta l’unica possibilità per la sua economia, non perché risolverebbe i suoi problemi (anzi!), ma semplicemente perché i greci non hanno alcuna speranza di restare nell’euro nel rispetto delle condizioni allegate. A rischio c’è la reputazione anche del progetto della moneta unica, improntato a criteri quotidianamente infranti dalla Grecia.    

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , , ,
>