Rischio Grexit torna con Trump alla Casa Bianca? Ecco come l’euro può disgregarsi

Il rischio Grexit torna con la presidenza Trump. Ecco come la nuova amministrazione americana potrebbe spingere la Grecia fuori dall'euro.

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Il rischio Grexit torna con la presidenza Trump. Ecco come la nuova amministrazione americana potrebbe spingere la Grecia fuori dall'euro.

Inizia con oggi l’era Trump. Il nuovo presidente USA giurerà alle 18 di stasera (ore italiane) e successivamente terrà il suo primo discorso da “commander in chief” della nazione più potente al mondo. Nelle settimane trascorse dalla vittoria alle elezioni dell’8 novembre scorso ad oggi, abbiamo avuto modo di conoscere meglio alcuni punti-chiave di quello che sarà il suo programma per il prossimo quadriennio.

L’Europa è nel mirino di Donald Trump sotto diversi profili: partecipa poco alle spese militari per sostenere la NATO; la UE sarebbe “un veicolo degli interessi della Germania” e, pertanto, la Brexit sarebbe stata “una grande cosa”; la Germania si avvantaggia di una moneta – l’euro – troppo debole rispetto ai suoi fondamentali; altri paesi seguiranno (“e faranno bene”) l’esempio di Londra.

Per caso, che il rischio Grexit torna ad essere di attualità sotto la presidenza Trump? L’America di Barack Obama ha assunto un ruolo defilato rispetto alla crisi del debito nell’Eurozona, appoggiando l’operato del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che insieme alla UE e alla BCE ha erogato alla sola Grecia 35 miliardi di euro in tutto fino al marzo dell’anno scorso, quando sono scaduti i termini del suo secondo bail-out in favore di Atene. (Leggi anche: Grexit unica opzione credibile, ma l’accordo allungherà l’agonia di Atene)

FMI non partecipe del terzo bail-out

Nel frattempo, nell’agosto del 2015, al termine di sei mesi di scontro durissimo tra i creditori pubblici europei e il governo Tsipras, l’Eurozona ha concesso a quest’ultimo altri 86 miliardi di euro in tre anni, ma l’FMI non ha ancora sciolto la riserva sul terzo salvataggio dal 2010, chiedendo come pre-condizione per il suo coinvolgimento la ristrutturazione del debito ellenico, affinché diventi sostenibile. Solo così, l’istituto potrebbe intervenire nuovamente a sostegno di Atene.

La Germania pretende che l’FMI resti membro della Troika, in modo da godere di un alleato indipendente dalle valutazioni politiche, temendo che altrimenti queste prevarranno sugli aspetti propriamente economici. Ad oggi, Washington non ha espresso una posizione ferma su cosa intenda fare, attendendo prima che si arrivi alla rinegoziazione del debito, cosa che avverrebbe probabilmente nel 2018, dopo le elezioni in Germania.

(Leggi anche: Grecia, Tsipras ammette: elezioni anticipate senza accordo sul debito)

 

Come gli USA influiscono sull’FMI

In che modo si potrebbe insinuare il presidente Trump nella vicenda? Gli USA sono i principali azionisti dell’FMI, politicamente i più influenti, tanto che i detrattori di questo organismo internazionale definiscono il menu di politiche da esso caldeggiate in cambio degli aiuti “Washington consensus”, sottintendendo che dietro vi sarebbe la Casa Bianca. Il discorso sarebbe molto più complesso, ma il punto rilevante qui è che certamente il presidente americano può influire sulle scelte dell’istituto.

Già sotto Obama, i repubblicani hanno opposto resistenza contro la concessioni di prestiti ai paesi europei. Nel 2010, essi cercarono di spingere il Tesoro a bloccare il bail-out, ma la richiesta non fu accolta dal loro stesso governo e non avrebbe potuto tradursi in alcunché di concreto. Gli USA godono del 17% dei diritti di voto nel board dell’FMI, ma se un prestito viene approvato a maggioranza, essi non possono far altro che subirne le scelte, essendo l’istituto un creditore unico. (Leggi anche: Debito Grecia, condono necessario per FMI)

Rischio Grexit già dal 2018

Le cose potrebbero andare diversamente stavolta. L’amministrazione Trump potrebbe fare pressione, perché l’FMI si ritiri del tutto dal piano, anche in qualità di consulente indipendente. Per l’Eurozona si porrebbe un problema di consenso sul bail-out, ma non insormontabile. Ciò che conta per Atene sono i prestiti. Il punto è questo: è molto probabile che a metà 2018 ci sarà bisogno di un quarto stanziamento per l’economia ellenica. Se Trump riuscirà nel suo intento, l’FMI non ne farà parte quasi certamente, ma anche senza pressioni, l’istituto difficilmente avallerebbe un ennesimo salvataggio, specie in presenza di un debitore di fatto insolvente nel lungo periodo. (Leggi anche: Grecia, crisi debito non finirà per FMI)

A quel punto, o i governi dell’Eurozona sganceranno nuovi aiuti (dopo le tornate elettorali di quest’anno, gli euro-scettici saranno più forte nei rispettivi parlamenti nazionali), o Atene sarà abbandonata al suo destino.

In realtà, è abbastanza difficile che Bruxelles rischi la Grexit, che porrebbe fine all’unità dell’euro. Tuttavia, nuovi aiuti saranno sborsati a condizione che le misure di austerità fiscale proseguano.

 

 

Aiuti di Trump ad Atene in cambio della Grexit?

L’amministrazione Trump potrebbe giocare di strategia e promettere ad Atene una sorta di piano Marshall senza condizioni poco sostenibili sul piano economico e sociale, magari dietro il patto non scritto che esca dall’euro. Fantapolitica? Può essere, ma sembrava del tutto fantasioso fino a poche settimane fa che alla presidenza americana ci fosse un uomo, che tuonasse apertamente contro la UE e la moneta unica. Trump potrebbe giocare a sfaldare la UE, esattamente l’opposto della strategia seguita in questi anni da Obama in funzione anti-russa. Se l’ormai ex presidente ha individuato nella cancelliera Angela Merkel il leader europeo anti-Putin, il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe, invece, aizzarle contro questo e quel paese per indebolirne la leadership e disintegrarne l’Eurozona. (Leggi anche: Germania e Cina alleate contro Trump)

Grecia e Italia potrebbero essere i piatti forti della nuova amministrazione. Il governo Tsipras potrebbe godere a Washington di maggiore credito e di porte più aperte, in modo da essere indotto ad allentare il legame con l’unione monetaria, portando a termine quanto il 13 luglio 2015, per paura dell’ignoto e per assenza di sostegno, non ebbe il coraggio di fare.

 

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