Grecia, perché dopo il referendum il negoziato sarà comunque difficile

Dopo il referendum in Grecia di domenica, il negoziato con i creditori rischia di essere duro aldilà dell'esito del voto.

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Dopo il referendum in Grecia di domenica, il negoziato con i creditori rischia di essere duro aldilà dell'esito del voto.

La Grecia è oggi più che mai a un bivio. Al referendum di domenica prossima, dovrà votare a maggioranza per un “sì” o un “no” a un accordo con i creditori, l’ultimo proposto prima della scadenza del 30 giugno e che formalmente non esiste più già da 3 giorni, essendo spirato con la mezzanotte tra martedì e l’altro ieri. Comunque vada, però, sarebbe molto poco probabile, come afferma da tutta la giornata oggi il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, che l’accordo sarebbe quasi concluso, un dato smentito con forza dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il quale ritiene, al contrario, in ogni caso di vedere “un futuro estremamente difficile” per Atene. Tuttavia, aldilà dei formalismi, è evidente che se prevarrà un consenso favorevole all’accordo, il governo Tsipras otterrebbe un’indicazione chiara: trattare con i creditori, anche al costo di accettare nuovi tagli alla spesa o nuove tasse. Se vincesse il “no”, invece, la popolazione direbbe al premier che ha avuto ragione a tenere il punto e che nessuna nuova concessione dolorosa dovrà essere accettata. APPROFONDISCI – Grecia divisa sul referendum per i sondaggi. Ma perché 4 su 5 vogliono restare nell’euro?  

Se vince il sì

Le implicazioni dell’una e dell’altra scelta sono altrettanto evidenti. Con la vittoria del “sì”, i greci dovranno accettare nuove dosi di austerità, ma che costringerebbero il governo di Atene a dimettersi, lasciando spazio, magari per qualche settimana, a un esecutivo di unità nazionale, prima di tornare alle elezioni anticipate, forse già entro luglio. Nel frattempo, un Parlamento a ridosso del voto dovrebbe varare misure presumibilmente poco gradite dai greci, per quanto da loro stessi autorizzate, con Syriza probabilmente divisa e le opposizioni ad appoggiare il piano dei creditori pubblici (UE, BCE e FMI). Per non parlare che in piena campagna elettorale, questi ultimi dovrebbero erogare alla Grecia la prima tranche dei nuovi aiuti, altrimenti si rischia un nuovo default il 20 luglio, quando Atene dovrà versare alla BCE 3,6 miliardi per rimborsare titoli di stato in scadenza e acquistati da Francoforte nel 2010 e 2011 con il Securities Markets Programm.   APPROFONDISCI – La Grecia è in default verso l’FMI, ecco le conseguenze drammatiche   Aldilà della strategia delle dimissioni, che sarebbero certe per  Varoufakis, nel caso della vittoria del “sì”, il governo Tsipras avrebbe assicurato la firma dell’accordo entro martedì prossimo. A fare propendere per una sua capitolazione, oltre all’esito del voto in sé, sarebbe anche il fatto che il premier ha già inviato una lettera ai creditori, lo scorso martedì, per comunicare loro che avrebbe accettato sostanzialmente tutte le condizioni poste nell’ultimo accordo, salvo qualche modifica marginale. Sembrerebbe cosa fatta, quindi. E, però, quell’accordo era stato ammorbidito nelle richieste per cercare di chiudere il negoziato prima del 30 giugno, data di scadenza sia della proroga degli aiuti, sia della maxi-rata da 1,54 miliardi all’FMI. Adesso che la Grecia è uscita dal programma di assistenza finanziaria dei creditori ed è nei fatti in default verso l’FMI, se il referendum desse torto a Tsipras, non si vedrebbe ragione per cui Bruxelles, la BCE e l’FMI, trainati dalla Germania, non impongano alla Grecia condizioni più severe. D’altronde, il rifiuto dei creditori di trattare fino a lunedì sarebbe dettato proprio dalla possibilità di tirare la corda ben più di prima del referendum, trovandosi, nell’eventualità di una vittoria del “sì”, dinnanzi a un governo indebolito politicamente. Ma per ciò stesso, Tsipras potrebbe rifiutarsi anche solo di firmare, sostenendo che la controparte abbia cambiato le carte in tavola e che pretenda di far passare un piano diverso da quello su cui i greci avranno votato domenica. Ne seguirebbe il caos politico, perché in Parlamento potrebbe non esserci una maggioranza in grado di approvare le misure dei creditori.   APPROFONDISCI – Grecia, l’annuncio di Varoufakis: se vince il “sì”, mi dimetto  

Se vince il no

Peggio ancora se vincesse il “no”.

Tsipras, uscito rafforzato in Grecia, cercherà di ottenere dai governi europei  il taglio del debito e una rinegoziazione delle misure in suo favore.
I creditori non potrebbero accettare un cedimento così marcato alle sue richieste, rischiando altrimenti di alimentare i consensi dei partiti anti-euro nel resto dell’Eurozona, specie in Spagna e Italia. E la prima va a votare questo autunno prossimo. Va da sé che con la vittoria del “no”, lo scenario di una Grexit si farebbe molto concreto, anche perché i mercati sarebbero trascinati nel panico, le banche elleniche prese d’assalto e per evitare il quale sarebbero procrastinati i controlli sui movimenti dei capitali, nonché la chiusura degli istituti. La crisi di liquidità che esploderebbe nel paese, non più sostenuto dalla BCE, spingerebbe la Banca di Grecia a stampare moneta. Ma non sarebbero più euro, bensì dracme.   APPROFONDISCI – La Grecia nel dramma: le banche stanno finendo la liquidità, commerci paralizzati  

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