Grecia, niente Eurogruppo domani: accordo più lontano, ritorna il rischio Grexit?

Grecia e creditori di nuovo in stallo con il negoziato sugli aiuti. Si teme lo stesso incubo di un anno fa.

di , pubblicato il
Grecia e creditori di nuovo in stallo con il negoziato sugli aiuti. Si teme lo stesso incubo di un anno fa.

La UE ha respinto, almeno sinora, la richiesta del premier greco Alexis Tsipras di convocare un vertice straordinario dei ministri finanziari dell’Eurozona, al fine di agevolare il raggiungimento di un accordo tra la Grecia e i creditori pubblici. Il presidente europeo Donald Tusk si è mostrato scettico sulla possibilità che il meeting abbia luogo, dopo che l’Eurogruppo ha già cancellato quello in programma per domani, a causa di assenza di progressi nelle trattative tra Atene e i partner dell’unione monetaria, ma particolarmente con il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Crisi Grecia, è scontro sui conti

Il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha spiegato che tra le parti ci sarebbe un’intesa sul “95% dell’accordo”. E, tuttavia, proprio quel 5% potrebbe portare a una nuova ondata di scetticismo sulla permanenza della Grecia nell’euro. Le frizioni si hanno stavolta con l’FMI e a separare le parti sono 3,6 miliardi. Il governo Tsipras ha varato misure per 5,4 miliardi di euro, pari al 3% del pil ellenico, con l’obiettivo di centrare entro il 2018 il target di un avanzo primario (al netto degli interessi sul debito) del 3,5% del pil. L’FMI non crede ai numeri di Atene, sostenendo che essa dovrebbe varare risparmi per altri 3,6 miliardi, ovvero per un altro paio di punti percentuali di pil. Date le resistenze del governo ellenico, l’istituto è arrivato a proporre un compromesso: sì alle misure sinora varate, ma inserendo una clausola, che faccia scattare tagli automatici alla spesa pubblica fino al 2% del pil, qualora gli obiettivi fiscali non fossero stati raggiunti.      

Ristrutturazione debito Grecia si allontana

Il ragionamento dell’FMI, qui appoggiato anche dalla Germania, è che se la Grecia non ha niente da temere, essendo certa dei suoi numeri, dovrebbe avallare tali clausole. Atene si è detta disponibile a un meccanismo di riequilibrio automatico dei conti, ma il ministro del Lavoro, George Katrougalos, ha respinto la proposta di Washington come “incostituzionale”. Come spesso accade con i greci, si gioca con le parole. In effetti, l’FMI chiede non tagli automatici indiscriminati, ma concentrati nelle pensioni e nelle detrazioni fiscali sui redditi da lavoro, giudicate entrambe molto generose. Trattandosi di provvedimenti molto impopolari, Tsipras non può che rispedire tali proposte al mittente, sostenendo che esse andrebbero aldilà degli accordi del 13 luglio scorso, quando egli accettò incredibilmente all’ultimo minuto un terzo salvataggio da 86 miliardi in tre anni. L’impasse resta intatto da almeno 6 mesi e non s’intravede una soluzione alla portata, quando parrebbe che stavolta a dividere le parti siano questioni non così rilevanti. Eppure, bisogna fare presto. Anzitutto, perché giugno e luglio sono due mesi pesanti per gli esborsi previsti per la Grecia nei confronti dei creditori. Si teme che il paese non abbia sufficiente liquidità per onorare le scadenze senza gli aiuti stanziati dai governi europei e che un negoziato prolungatosi eccessivamente nei tempi possa portare allo stesso clima di tensioni crescente come nell’estate del 2015, quando furono necessari persino i controlli sui capitali per arrestarne la fuga all’estero. Secondariamente, Tsipras punta alla ristrutturazione dei parte dei 316 miliardi di debito pubblico, pari al 177% del pil.

Il suo obiettivo è di ottenere presto un alleggerimento per la quota preponderante (circa i due terzi) nelle mani dei creditori pubblici europei, attraverso un allungamento delle scadenze e un nuovo abbassamento dei tassi. Prima che ciò accada, però, i governi dell’Eurozona vogliono che i greci raggiungano un accordo per rendere sostenibile il loro debito e che varino riforme per sostenere la crescita economica nel medio-lungo termine.      

Remake del rischio Grexit?

La Borsa di Atene sta perdendo nel primo pomeriggio di oggi il 4,8%, portando al 38% il rosso dall’inizio dell’anno. I rendimenti decennali dei titoli di stato ellenici sono saliti all’8,99%, in rialzo di una sessantina di punti base quest’anno, mentre sulla scadenza biennale sono schizzati al 10,53%, segnando una crescita di 300 bp nel 2016. In entrambi i casi, si tratta, però, di livelli molto inferiori ai massimi toccati tra gennaio e febbraio e di gran lunga più bassi dei picchi dell’estate scorsa. Ma quali sono le probabilità di rivivere il dramma di un anno fa? Diversi elementi spingono a ritenere che dovrebbe essere evitato. Vediamo quali: 1) il tabù dell’austerità è stato infranto già nel luglio del 2015, quando Tsipras firmò un accordo impopolarissimo in patria, per cui il peggio sembra alle spalle per la maggioranza della sinistra radicale, la quale a seguito delle elezioni anticipate nel settembre scorso si è depurata delle componenti più radicali; 2) a differenza dello scorso anno, la Grecia è diventata strategicamente più importante, essendo da mesi il crocevia per il transito di decine di migliaia di profughi in arrivo dal Medio Oriente; 3) i sondaggi penalizzano Syriza e vedrebbero in vantaggio Nuova Democrazia, la formazione pro-Europa del centro-destra all’opposizione, per cui sarà più difficile per il premier greco tirare la corda e accettare il rischio di un ennesimo voto popolare; 4) l’Europa è alle prese con diverse emergenze (profughi, rischio Brexit, avanzata di partiti euro-scettici, ripresa incerta e debole, tensioni tra i diversi paesi dell’Eurozona), per cui una Grexit sarebbe devastante.

Per contro, si potrebbe anche supporre che tenere la Grecia nell’euro non sia più la grande priorità di Bruxelles. Vedremo fino a che punto ciò sia vero.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , ,
>