Grecia, le banche chiedono aiuti pubblici per soli 5,7 miliardi. Crisi finita?

La ricapitalizzazione delle banche in Grecia è costata molto meno delle attese. Ma allora possiamo dire che la crisi è finita?

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La ricapitalizzazione delle banche in Grecia è costata molto meno delle attese. Ma allora possiamo dire che la crisi è finita?

Il portavoce del governo Tsipras, Olga Gerovasili, ha annunciato che 2 delle 4 banche sistemiche della Grecia, Piraeus e National Bank of Greece, hanno richiesto al fondo statale, Hellenic financial stability fund (Hfsf), 5,7 miliardi di euro, mentre Eurobank e Alpha sono riuscite a coprire il gap di capitali risultante dagli stress-test della BCE con mezzi privati, ovvero ricorrendo a ricapitalizzazioni, attraverso la vendita di azioni e la conversione di bond. Lo stesso hanno fatto anche le prime 2, che al termine delle operazioni realizzate la settimana scorsa, però, non sono riuscite a coprire interamente il “buco” riscontrato dai controllori europei. Tuttavia, i 5,7 miliardi che saranno sborsati dallo stato, attraverso il fondo statale, a sua volta alimentato dai finanziamenti dei creditori europei, sono di gran lunga inferiori ai 25 miliardi che questi ultimi avevano messo a disposizione a luglio con il terzo salvataggio in 5 anni da 86 miliardi di euro in tutto, ma che adesso Garavasili definisce un calcolo “del tutto sbagliato”. Alla fine di ottobre, la BCE aveva rilevato un buco complessivo di 14,4 miliardi per le 4 banche sistemiche elleniche, prevedendo che almeno 4,4 miliardi sarebbero stati coperti con fondi privati. E così, nei giorni scorsi i creditori europei hanno sbloccato per Atene 12 miliardi di liquidità, di cui 2 in favore dello stato e fino a 10 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche.

A questo punto, il risparmio è stato di 4,3 miliardi, soldi che torneranno indietro ai creditori. Rispetto alle stime di luglio, poi, il fabbisogno è risultato di quasi 20 miliardi più basso, per cui l’intera entità del bailout scende intorno a 67 miliardi di euro.      

Ricapitalizzazione banche Grecia, crisi non finita

Se il governo di Atene parla di successo per le ricapitalizzazioni bancarie – il suo cruccio maggiore per ammissione del ministro delle Finanze, Euclid Tsakalotos, dopo quello estivo sul rischio Grexit – si fa presto a parlare di fine della crisi. Vero è che con l’iniezione di capitali pubblici e privati alle banche, la Grecia ha raggiunto 4 obiettivi: 1) ha evitato un collasso a breve del sistema bancario ellenico, dopo che 40 miliardi di depositi sono stati ritirati nell’ultimo anno dai clienti; 2) ha creato le condizioni preliminari per il ritorno della fiducia tra gli investitori da un lato e i risparmiatori dall’altro e 3) potrà presto ritirare anche del tutto i controlli sui capitali, introdotti alla fine di giugno proprio per impedire un tracollo degli istituti e la fuga dei capitali all’estero; infine, 4) ha evitato che le ricapitalizzazioni fossero rinviate al 2016, quando sarebbe scattata la nuova normativa sul bail-in, con il rischio che anche i depositi sopra i 100.000 euro fossero coinvolti nelle perdite.

Ma resta il fatto che Standard & Poor’s ritiene che queste ricapitalizzazioni siano in grado solamente di coprire le perdite che le banche elleniche dovrebbero registrare entro i prossimi 12-18 mesi. In effetti, esse mostrano un livello di sofferenze altissimo, che avrebbe superato la soglia dei 100 miliardi di euro, corrispondente a oltre il 60% del pil. Si tenga conto che allo stato attuale i depositi bancari ammontino a 120 miliardi, la metà di quelli esistenti all’inizio dello scoppio della crisi del debito sovrano, tramutatasi immediatamente in una recessione senza fine.      

Crisi Grecia resta, come rischi per banche

Senza un recupero dell’economia, un chiaro miglioramento del sistema bancario in Grecia diventa un obiettivo velleitario. Non solo i risparmi depositati potrebbero continuare a contrarsi per effetto sia della scarsa fiducia dei clienti che delle difficoltà economiche delle famiglie, ma proseguirebbe anche il deterioramento dei crediti, difficilmente arrestabile. Lo stesso ritiro dei controlli sui capitali sarà un test per verificare la tenuta degli istituti. Non dimentichiamoci che soltanto nella primavera dello scorso anno si era tenuta un’altra operazione di ricapitalizzazioni, che sembrava essere l’ultima, ma i cui effetti sono stati azzerati dal peggioramento delle aspettative del mercato, dopo l’arrivo al governo di Syriza, che ha trascorso i primi 5 mesi e mezzo a litigare con i creditori e a rinviare la sottoscrizione di un terzo pacchetto di aiuti. La lezione di quest’estate sarebbe sufficiente per evitare che nel breve siano tentate nuovamente manovre azzardate da parte di Atene nella gestione della crisi del debito.

Tuttavia, non possiamo nemmeno escludere che il mobile panorama politico ellenico non ridiventi fonte di instabilità finanziaria e di perdita di fiducia verso il sistema creditizio interno. Appena un anno e mezzo fa sembrava inimmaginabile che da lì a poco sarebbe esplosa una fortissima tensione con la Troika (UE, BCE e FMI), quando l’economia iniziava a muovere i suoi primi passi verso la crescita.      

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