Grecia: il Parlamento approva l’accordo, ma Tsipras ha perso la maggioranza

La Grecia approva in Parlamento il piano dei creditori tra proteste di piazza e la fine della maggioranza per il governo Tsipras.

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La Grecia approva in Parlamento il piano dei creditori tra proteste di piazza e la fine della maggioranza per il governo Tsipras.

Notte di tensione ad Atene, dove da ieri sera Piazza Syntagma è stata occupata da 13.000 manifestanti, riunitisi davanti al Parlamento per protestare contro le nuove misure di austerità chieste dai creditori pubblici (UE, BCE e FMI) alla Grecia e  che stavano per essere votate dai deputati. La manifestazione era stata indetta dai comunisti del KKE, gruppo di opposizione al governo Tsipras, ma dal corteo si sono staccati una cinquantina di persone, per lo più anarchici, che hanno iniziato a lanciare bombe molotov, cercando di dirigersi verso il Parlamento e costringendo gli agenti della polizia a disperderli con il lancio di lacrimogeni.

Scene, che ricordano quelle del 2011, quando le proteste iniziavano a serpeggiare nel paese contro le prime misure di austerità dell’allora governo Papademos.

Syriza divisa

Dentro al Parlamento,  il piano in 8 punti presentato dal  premier Alexis Tsipras è stato approvato da 229 deputati su 300, ma 38 membri di Syriza non l’hanno votato, tra cui l’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, che qualche ora prima aveva definito l’accordo con Bruxelles un nuovo Trattato di Versailles e aveva tuonato che la Grecia d’ora in poi sarà del tutto asservita ai voleri dei creditori. Il piano è passato, dunque, solo grazie ai voti delle opposizioni, ossia dei socialisti del Pasok,  della sinistra moderata di To Potami e del centro-destra di Nuova Democrazia. Già nel primo pomeriggio, il comitato centrale di Syriza aveva bocciato l’accordo con 109  voti su 201, segno allarmante che Tsipras non avrebbe più nemmeno la maggioranza dei consensi all’interno del suo partito, per quanto in Parlamento sia stato inferiore a un quarto del totale il fronte dei dissidenti interni.   APPROFONDISCI – La Grecia verso una crisi politica, parte di Syriza chiede le elezioni anticipate  

Governo di larghe intese o dimissioni Tsipras?

Ma il governo perde pezzi sia trai deputati che tra i suoi ministri. Il rimpasto è ormai necessario. Ieri, prima del voto, si erano dimessi il vice-ministro delle Finanze, Nadia Valavani, nonché il segretario generale dello stesso ministero, in polemica con il piano che da lì a poco sarebbe stato approvato in Parlamento.

A questo punto, l’ipotesi più probabile è che il premier dia vita a un governo di unità nazionale, allargando la maggioranza a tutte le forze dell’opposizione, che ieri hanno permesso alla Grecia di adempiere alle richieste dei creditori per potere attingere agli aiuti del terzo salvataggio in appena 5 anni. Non possiamo escludere, però, che Tsipras si dimetta, come aveva minacciato davanti ai suoi ieri pomeriggio, quando  aveva chiesto a Syriza unità, altrimenti avrebbe potuto lasciare. E a conti fatti, l’unità non c’è stata.   APPROFONDISCI – Grecia, la UE precisa: il terzo salvataggio costerà 40-50 miliardi  

Nuova liquidità a banche Grecia?

Con il piano approvato, il negoziato per il bailout potrà essere formalmente riaperto. Oggi, la BCE potrebbe decidere così di alzare il tetto dei fondi ELA, la liquidità di emergenza erogata  alle banche greche, ferma da quasi 3 settimane a 88,6 miliardi. D’altronde, lo stesso premier ha spiegato ai deputati che l’unica ragione per cui ha dovuto accettare un piano che egli stesso non condivide in numerosi punti è stata per impedire il collasso del sistema bancario. Adesso che un accordo sugli aiuti sarebbe alla portata, quindi, la BCE potrà iniettare maggiore liquidità alle banche elleniche, chiuse per la terza settimana consecutiva e i cui clienti possono prelevare con il bancomat non oltre 60 euro al giorno.

Prestito-ponte subito e forse anche rinegoziazione debito Grecia

Ma oltre all’ELA, l’altro passo in avanti che dovranno compiere i creditori sarà ora quello del prestito-ponte da 7 miliardi, che va erogato alla Grecia entro lunedì, giorno in cui dovranno essere rimborsati alla BCE 3,5 miliardi di titoli di stato  ellenici in  suo possesso. Sul meccanismo tecnico per giungere al prestito pare che si sia aperta la concreta possibilità di attingere all’Efsm, il Fondo di salvataggio di emergenza, di cui fanno parte anche i paesi della UE non appartenenti all’Eurozona, alcuni dei quali (Regno Unito e Repubblica Ceca)  avevano manifestato nei giorni scorsi apertamente la loro contrarietà a sobbarcarsi il costo pro-quota dell’ennesimo piano di aiuti alla Grecia. Secondo fonti europee, l’intesa potrebbe essere questa: la Commissione europea utilizza parte dei 13 miliardi disponibili dell’Efsm, ma garantisce per i paesi esterni all’Eurozona per il caso in cui tali prestiti non fossero rimborsati da Atene.   APPROFONDISCI – Grecia, caos non solo ad Atene. Sul prestito-ponte è scontro anche a Bruxelles   Ai greci interessa la riapertura delle banche e la fine di questo razionamento della liquidità, che sta mettendo in ginocchio l’economia ellenica. Per questo, nonostante un sentimenti misto tra rabbia e  rassegnazione  sull’assenza di una vera prospettiva per uscire dalla crisi, i sondaggi certificherebbero che oltre 7 su 10 sarebbero stati favorevoli all’accordo appena votato dal Parlamento, condizione imprescindibile per  accedere ai nuovi aiuti e per sbloccare lo stallo con le banche. Ma quando si parla di Grecia, mai pensare che le cose siano facili. Ieri, l’FMI ha avvertito gli altri 2 creditori che non intende partecipare al bailout,  se non sarà ristrutturato in un qualche modo il debito pubblico  ellenico, considerato insostenibile e tendente al 200% del pil entro i prossimi 2 anni dal 177% attuale. Che si abbia sotto  forma di taglio o haircut (improbabile, date le forti resistenze della Germania) o  per via di un allungamento ulteriore delle scadenze e/o un nuovo taglio degli interessi, la ristrutturazione appare quasi ineludibile.   APPROFONDISCI – La Grecia sarà in recessione per altri 2 anni, ecco perché i nuovi aiuti non basteranno  

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