Grecia fuori dall’euro per passare al dollaro, i piani dell’ambasciatore di Trump

La Grecia uscirebbe dall'euro per prendersi il dollaro come nuova moneta nazionale. Lo sostiene l'ambasciatore nominato dal presidente Trump presso la UE. Una pazza idea, che suona come ipotesi umiliante per l'Eurozona.

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La Grecia uscirebbe dall'euro per prendersi il dollaro come nuova moneta nazionale. Lo sostiene l'ambasciatore nominato dal presidente Trump presso la UE. Una pazza idea, che suona come ipotesi umiliante per l'Eurozona.

La ripresa dell’economia in Grecia è più incerta che mai, dopo che l’istituto statistico nazionale ha oggi pubblicato dati abbastanza deludenti sul pil nel quarto trimestre del 2016, contrattosi dello 0,4%, quando gli analisti avevano stimato una crescita dello 0,4%. Nel terzo trimestre dello scorso anno, si era registrata un’espansione promettente dello 0,9%. Nell’intero 2016, la crescita si sarebbe così fermata allo 0,3%.

Cifre, che rendono ancora meno credibile l’ottimismo della Commissione europea sul raggiungimento dei target fiscali da parte di Atene. Bruxelles prevede che l’anno prossimo sarà raggiunto un avanzo primario del 3,7% del pil, mentre la crescita economica sarebbe quest’anno del 2,7% e nel 2018 del 3,1%.

Le tensioni con i creditori europei sull’ottenimento della nuova tranche di aiuti potrebbero danneggiare la già debole e zoppicante ripresa, così come anche portare la Grecia fuori dall’euro, quando tale scenario sembrava essere scongiurato definitivamente un anno e mezzo fa. (Leggi anche: Grecia, crisi debito come nel 2015?)

Grecia fuori dall’euro e verso la dollarizzazione?

A rendere più minacciose le prospettive future è stato ancora una volta il Prof Ted Malloch, nominato dal presidente USA, Donald Trump, ambasciatore presso la UE. L’uomo ha già sostenuto l’elevata probabilità di una fine imminente della moneta unica, ma adesso ha aggiunto un particolare molto più specifico, ovvero che diversi economisti greci starebbero studiando il modo di lasciare l’Eurozona per adottare il dollaro quale nuova moneta nazionale, compiendo un passo, che si tradurrebbe in una palese umiliazione per la UE e, in particolare, la Germania, prima forza economica del Vecchio Continente.

Che l’amministrazione Trump possa assecondare una simile prospettiva è probabile, ma che essa sia una minaccia credibile ne dubitiamo altamente. La Grecia, semmai decidesse finalmente di uscire dall’euro, lo farebbe per l’impossibilità di rendersi competitiva in un’unione monetaria con economie più forti. L’euro è troppo apprezzato per l’economia poco dinamica di Atene e in assenza di riforme economiche, che ne rilancino la competitività, nessuna prospettiva credibile di crescita sarebbe possibile.

(Leggi anche: Rischio Grexit torna con Trump alla Casa Bianca?)

Si dovrebbe passare dalla dracma

Tuttavia, uscire dall’euro per adottare unilateralmente il dollaro, un po’ come accadde nell’Argentina degli anni Novanta, sarebbe come passare da un suicidio a un altro. Uscendo dall’Eurozona, infatti, la Grecia potrebbe adottare sì il dollaro, ma i suoi problemi rimarrebbero intatti, anzi rischierebbero di aggravarsi, dato che il biglietto verde sarebbe persino più forte dell’euro.

Quanti turisti perderebbe la Grecia, se per prenotare un albergo a Santorini o a Rodi si dovesse pagare in dollari, specie in una fase come quella attuale, in cui la divisa americana tende ad apprezzarsi con il rialzo dei tassi USA? E allora, una possibile soluzione, almeno temporanea, sarebbe la seguente: uscire dall’euro, ma adottando nuovamente la dracma e fissando subito una parità contro il dollaro inferiore a quella attuale. Ad esempio, se oggi un euro (dalla Finlandia alla Grecia) compra circa 1,06 dollari, Atene potrebbe stabilire di deprimere il proprio cambio di un tot%, magari lasciando fluttuare liberamente la moneta nazionale per un certo periodo di tempo, decidendo successivamente di adottare un cambio fisso contro il dollaro.

La dollarizzazione sarebbe solo un sollievo temporaneo

Tuttavia, il sollievo sarebbe temporaneo: se la dollarizzazione dell’economia ellenica venisse percepita quale credibile e sostenibile nel medio termine, i capitali non fuggirebbero dalla Grecia, ma potrebbero persino affluirvi sulle attese di un ritorno alla crescita; ma se i tassi di produttività ellenici continuassero a restare bassi e non fossero in grado di tenere il passo con quelli americani, si riproporrebbe l’esatta situazione di questi anni, ovvero di una moneta per la Grecia ancora troppo forte e conseguente perdita di competitività sui mercati internazionali.

Certo, non essendo il legame con il dollaro scolpito su una roccia, come quello irreversibile tra euro e monete nazionali sin dal 1999, Atene avrebbe sempre la possibilità di svalutare la propria moneta nazionale, ancorandola al biglietto verde a un tasso più conveniente. Lungi dall’essere una soluzione, questo scenario spingerebbe i mercati a tenersi alla larga da un’economia, dove le svalutazioni sarebbero frequenti e sempre in agguato.

Servono riforme economiche, non fughe dalla realtà

La dollarizzazione, quando sconnessa dai fondamentali economici (il caso estremo è il Venezuela di Nicolas Maduro), non solo non rappresenta una soluzione ai problemi di stabilità finanziaria e un supporto alla crescita economica, ma rischia di trasformarsi presto in un incubo, come sa benissimo l’Argentina del Nuovo Millennio, che da un cambio alla pari ha visto crollare nel 2001 il peso a un rapporto di 3:1 contro il dollaro, finendo in default.

Il governo Tsipras può anche minacciare soluzioni-tampone per evitare di fare i conti con la realtà nell’immediato, ma sarebbe solo una questione di tempo, prima che l’esigenza di varare riforme economiche torni a farsi pressante come oggi, se non di più. La risposta al tracollo dell’economia ellenica non è cambiare una moneta forte con la moneta più forte del pianeta. Sarebbe molto più pragmatico per Atene ed Eurozona concordare un’uscita temporanea dall’euro, finalizzata a svalutare la dracma e a ritornare nell’unione monetaria con un tasso di cambio legato ai fondamentali dell’economia nazionale. Ma lo impediscono i Trattati di Maastricht e forse sarebbe una soluzione anche politicamente non praticabile. (Leggi anche: La caduta della stella Tsipras ostacola riforme e aiuti)

 

 

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