Grecia, da Bruxelles doccia fredda per neo-premier Mitsotakis sull’austerità fiscale

Esordio infelice per il neo-premier greco Mitsotakis, a cui l'Eurozona ribatte di non essere disposta a cedere sull'avanzo primario. Sul suo calo si fonda la promessa di tagliare le tasse.

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Esordio infelice per il neo-premier greco Mitsotakis, a cui l'Eurozona ribatte di non essere disposta a cedere sull'avanzo primario. Sul suo calo si fonda la promessa di tagliare le tasse.

Nuovo governo, vecchi problemi. L’esordio del governo conservatore del premier Kyriakos Mitsotakis non è stato tra i migliori. Non ha avuto il tempo di riunire il primo consiglio dei ministri, che da Bruxelles si è fatto sentire Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo e ministro delle Finanze portoghese, il quale ha fatto recapitare ad Atene un messaggio chiaro e senza fronzoli: “gli impegni sono impegni e se li infrangiamo, la prima cosa a venir meno sarà la credibilità”.

A cosa si riferiva? Alla volontà del nuovo capo del governo greco di tagliare l’avanzo primario dal 3,5% del pil concordato con la Commissione europea per i prossimi 3 anni, così da finanziare un piano di taglio delle tasse e rilanciare la fragile economia ellenica.

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A dire il vero, il governo Tsipras aveva esitato per il 2018 un avanzo primario del 4,4% del pil, ma all’inizio dell’anno, non senza l’opposizione dei commissari, ha ipotecato parte di questo surplus per il triennio prossimo, in modo da allentare l’austerità fiscale e finanziare un aumento della spesa in favore di pensionati e dipendenti pubblici, nonché per evitare l’abbattimento della “no tax area” sui redditi delle persone fisiche e aumenti dell’IVA. Secondo la Banca di Grecia, l’avanzo primario nel 2019 scenderà al 2,9%, secondo Bruxelles al 2,5%. Quindi, in partenza Mitsotakis si ritroverà conti pubblici meno migliori di quelli ipotizzati in campagna elettorale. Anche se la UE gli andasse incontro, difficile che egli abbia modo di ricavarsi margini di manovra che vadano oltre qualche zero virgola del pil.

E senza rilancio dell’economia, la riduzione del rapporto debito/pil dal 180% attuale sarà lenta. Lo stesso dicasi per l’abbattimento degli NPL, i crediti deteriorati delle banche elleniche, pari a 80 miliardi di euro, il 45% del totale, oltre 10 volte superiori alla media europea. Gli istituti puntano a tagliarli di 54 miliardi entro il 2022, così da abbatterne il rapporto sotto il 20%. Difficilissimo che ciò possa avvenire entro tempi così brevi, anche perché la stessa cessione degli NPL risulta complicata da normative rigide a difesa delle famiglie protestate.

Ma il boom della Borsa di Atene e delle obbligazioni sovrane quest’anno si deve proprio alla previsione di una decisa svolta politica ed economica con la vittoria di Nuova Democrazia. Il rischio di delusione è dietro l’angolo.

Il conflitto apparente tra austerità e crescita

Non conviene, però, agli stessi creditori stringere troppo il cappio al collo del debitore. Anzitutto, perché sanno essi stessi per primi che l’eccesso di austerità strozza la crescita e, in definitiva, rende più difficile la restituzione del capitale e il pagamento degli interessi. Secondariamente, SYRIZA è appena tornata all’opposizione, ma con quasi il 32% ottenuto domenica scorsa, si mostra tutt’altro che morta o marginale. E se Mitsotakis fallisse nell’impresa di abbassare il tasso di disoccupazione dal 18% attuale, di accelerare la crescita del pil dal 2% e di far tornare a respirare e sperare famiglie e imprese, il pendolo dei consensi si sposterebbe probabilmente nuovamente verso l’estrema sinistra.

L’aspetto curioso di questa vicenda è che la Grecia vanta una liquidità in eccesso stimabile in almeno 15 punti di pil, ma che non riesce a impiegare per smaltire il debito pubblico, in quanto serve a rassicurare il mercato e i creditori pubblici sulla sua sostenibilità. In sostanza, i greci risultano più indebitati di quanto sarebbero effettivamente per il solo fatto che debbano garantire per i debiti in mano a investitori privati e governi europei.

E dal canto loro, i creditori europei hanno ragione nel non mollare la presa sull’avanzo primario, perché alle attuali condizioni del mercato, se il debito pubblico ellenico fosse interamente nelle mani dei privati, la spesa per interessi si attesterebbe intorno ai 4 punti e mezzo di pil, circa 1 punto in più di oggi, a fronte di un avanzo di bilancio proprio di circa l’1%. In altre parole, per quanto elevato, l’avanzo primario imposto ad Atene sarebbe appena sufficiente a garantire che il debito pubblico smetta di crescere in valore assoluto.

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