Grecia, crisi debito come nel 2015? Ecco come Tsipras potrà ottenere gli aiuti

La crisi del debito in Grecia potrebbe evolversi come nel 2015, ma il governo Tsipras ha qualche carta da giocare per evitare il peggio.

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La crisi del debito in Grecia potrebbe evolversi come nel 2015, ma il governo Tsipras ha qualche carta da giocare per evitare il peggio.

La Grecia deve immediatamente raggiungere un accordo con i creditori europei, altrimenti rischia una crisi come nel 2015. A dirlo è stato ieri il governatore della banca centrale di Atene, Yannis Stournaras, ex ministro delle Finanze del governo conservatore di Antonis Samaras. Secondo il banchiere, l’economia potrebbe tornare ad avvitarsi e ricadere in recessione, qualora si ripetesse lo stesso film di due anni fa, quando il governo Tsipras siglò un terzo bailout da 86 miliardi, al termine di una maratona contrattuale durata oltre cinque mesi e dopo avere sfiorato l’uscita dall’euro, costretto persino a introdurre rigidi controlli sui capitali per arrestare i deflussi e il crollo definitivo delle banche. (Leggi anche: Grexit scelta migliore per l’FMI)

A differenza del 2015, non siamo in prossimità della scadenza del piano di salvataggio, che avverrà solo nel giugno 2018, ma a dividere i governi dell’Eurozona da Atene è la nuova revisione delle riforme, senza il cui esito positivo non potranno essere sborsati i nuovi aiuti, necessari per evitare che in estate la Grecia scivoli verso il default, dovendo pagare nel solo mese di luglio 6 miliardi di euro di debito in scadenza, di cui una tranche alla BCE.

Guerra di cifre tra FMI ed Eurogruppo sulla Grecia

Venerdì sera, l’Eurogruppo e il Fondo Monetario Internazionale hanno raggiunto un accordo formale sulle richieste al governo Tsipras: nuove misure di austerità per 1,8 miliardi entro il 2018 e altrettanti successivamente. Eppure, nella guerra delle cifre tra i due organismi, apprendiamo da ieri che la Commissione europea stimi al 3,7% del pil l’avanzo primario, che Atene dovrebbe centrare l’anno prossimo. Per l’FMI, non andrà oltre l’1,5% senza correttivi. (Leggi anche: Grecia, perché Tsipras attacca l’FMI?)

L’istituto di Washington, però, non chiede nuova austerità fiscale, come il governo Tsipras lamenta ai greci, bensì riforme. In particolare, ritiene che debbano esserne varate due per stabilizzare una volta per tutte i conti pubblici: pensioni e imposte sui redditi. La Grecia ha la percentuale di spesa più alta in Europa destinata alle pensioni, pari al 17,5% del pil, a causa di un sistema generosissimo, ma insostenibile.

Pensioni e detrazioni non si toccano per Tsipras

Gli assegni medi hanno importi simili a quelli staccati in Germania, nonostante gli stipendi e i contributi versati siano di gran lunga più bassi. Per non parlare del fatto, che la metà dei contribuenti non paghi le tasse, godendo di un livello di esenzione fiscale molto alto e che scarica sulla metà di chi lavora l’onere di sostenere aliquote elevate.

Ma pensioni e detrazioni non sono opzioni realistiche per il premier Alexis Tsipras, il quale è stato già travolto nell’ultimo anno da un’ondata di impopolarità, che oggi come oggi lo manderebbe all’opposizione, se si tenessero elezioni anticipate. (Leggi anche: Detrazioni fiscali solo per acquisti con carta di credito e bancomat)

Le carte di Tsipras in piena campagna elettorale europea

Tsipras non è più una minaccia, quando chiede o il taglio del debito o il voto anticipato, perché i creditori europei non potrebbero che guadagnarci da una sua prevedibile sconfitta, che riporterebbe al governo una maggioranza euro-fila. Tuttavia, l’FMI non crede alle cifre “ottimistiche” dell’Eurogruppo sul futuro dell’economia ellenica, stimando il rapporto debito/pil al 2060 al 275% contro il 100% di Bruxelles. Parliamo di una differenza abissale, tale da rendere poco credibile ogni previsione macro-economica di chicchessia. (Leggi anche: Rischio Grexit si riaffaccia, debito esplosivo per FMI)

In questa confusione, Atene possiede qualche carta da giocare. La tempistica le è sia favorevole che contraria. Da un lato, dovrebbe trovare un’intesa entro il 20 febbraio, data calendarizzata per l’Eurogruppo, successivamente l’Europa inizia una lunga fase elettorale, che vede tornare alle urne olandesi, francesi e tedeschi, nel corso della quale i paesi creditori non possono permettersi di trattare pubblicamente con il governo greco.

L’Eurogruppo si fingerà contento di Tsipras

Detto questo, le elezioni in Germania, in particolare, appaiono croce e delizia per Atene. La cancelliera Angela Merkel è costretta ad evitare una degenerazione della crisi come nel 2015, perché i suoi elettori non glielo perdonerebbero. Si ritroverebbe esposta alle critiche di quanti a destra – gli euro-scettici dell’AfD – potrebbero sostenere di avere previsto questo caos e a sinistra di chi – Martin Schulz in testa – l’accuserebbe di non essere stata in grado di gestire al meglio la crisi ellenica. (Leggi anche: Doppio euro? Merkel si corregge)

Per evitare che si ripeta l’incubo di due anni fa, però, è necessario giungere a un accordo al più presto, in modo da sborsare gli aiuti alla Grecia, con cui rinviare qualsiasi discussione sulla sostenibilità del debito e sulla realizzazione delle riforme a dopo settembre. Per ottenere tanto, serve che Tsipras conceda qualcosa o sul fronte delle nuove misure di austerità o delle riforme, cosa che a parole non è intenzionato a fare. Escludendo che la Grecia venga accompagnata alla porta ed esca dall’euro, la Germania dovrà fingersi soddisfatta e spingere l’Eurogruppo ad accontentarsi di una qualche minima disponibilità di Atene. Le stime “gonfiate” della Commissione sull’avanzo primario per il 2018 vanno esattamente nella direzione di creare una narrativa di successo, nonostante tutto, del caso ellenico, il che non è. Il mercato l’ha capito e ieri i rendimenti decennali dei bond sono scesi al 7,5% dal 7,8% di venerdì.

 

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