Grande accordo in Germania su Draghi passa dalle elezioni in Italia

Le elezioni italiane saranno un tassello fondamentale per capire se parteciperemo alla spartizione delle cariche europee, dove dovremo essere presenti per farci sentire in politica fiscale e monetaria.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le elezioni italiane saranno un tassello fondamentale per capire se parteciperemo alla spartizione delle cariche europee, dove dovremo essere presenti per farci sentire in politica fiscale e monetaria.

Il Partito socialdemocratico tedesco della SPD sosterrebbe l’attuale governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, per la successione alla presidenza della BCE, quando alla fine dell’anno prossimo scadrà il mandato di Mario Draghi. Lo riporta il quotidiano Die Zeit, vicino al centro-sinistra in Germania, anche se dal quartier generale dell’SPD arriva una smentita (per il momento) all’indiscrezione, che se fosse confermata in futuro, sigillerebbe l’accordo in atto a Berlino con i conservatori della cancelliera Angela Merkel, la quale nelle scorse settimane ha dovuto concedere agli alleati presenti e futuri della Grosse Koalition cariche ministeriali importanti, tra cui quella alle finanze. Il baratto avverrebbe, quindi, lungo le due direttrici dell’impostazione economica teutonica: politica fiscale e politica monetaria. Da un lato, Frau Merkel cede la gestione dei conti pubblici ai socialdemocratici, dall’altro questi accettano di sostenere un “falco” monetario come Weidmann, che chiede la fine del “quantitative easing” e il rialzo dei tassi nell’Eurozona quanto prima.

In realtà, la sinistra tedesca non muterà granché la politica fiscale presso la prima economia europea, se è vero che i due schieramenti giurano di essersi accordati per il rispetto del pareggio di bilancio (oggi, il bilancio è in attivo) e per l’assenza di politiche in deficit spending. Del resto, nemmeno l’appoggio dell’SPD a Weidmann si rivelerà decisivo per mutare gli equilibri a Francoforte, dato che il QE è agli sgoccioli e alla fine dell’anno prossimo sarà quasi certamente un ricordo del passato e il rialzo dei tassi sarà stato verosimilmente avviato da Draghi o poco ci mancherà che avvenga.

E l’Italia rimarrà a bocca asciutta in questa spartizione europea delle cariche? Molto dipenderà da chi vi sarà al prossimo governo. Dopo anni di retorica politica anti-tedesca, a Roma dovrà prevalere il pragmatismo. Matteo Renzi non appare affidabile agli occhi della cancelliera, vagando su posizioni alterne e mostrandosi europeista a convenienza. Del Movimento 5 Stelle c’è il terrore a Bruxelles per i suoi toni contro l’euro, pur ammorbiditi di recente, nonché per un certo spirito anti-sistema, che colpirebbe anche le istituzioni comunitarie. Per non parlare dell’inesperienza dei suoi rappresentanti, che forse è percepita come aspetto peggiore.

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Le cariche in gioco

Non resta che Silvio Berlusconi per Berlino, che dopo anni di purgatorio politico anche sul piano europeo, adesso si vede insignito del riconoscimento da parte del PPE di essere l’unico leader italiano in grado di contrastare i populismi e di guidare il Paese nei prossimi anni. L’ex premier si mostra abbastanza disponibile a una nuova intesa con la cancelliera e già si è speso in favore delle larghe intese con Martin Schulz, il suo arci-nemico sin da quel 2003, quando ebbe a definirlo “kapò” sotto gli occhi smarriti di centinaia di eurodeputati. Egli punta a riallacciare il dialogo con i tedeschi, l’unico che ci consentirebbe di intavolare trattative dall’esito concreto per partecipare alla spartizione dei ruoli-chiave nella UE.

Assodato che perderemo la guida della BCE entro la fine del 2019 (prima, se fosse proprio Draghi a fare il premier del centro-destra, in caso di vittoria), ci rimarrà la pur pregevole presidenza dell’Europarlamento, che sempre tra poco più di un anno e mezzo, però, dovrebbe essere rinnovata, a seguito delle elezioni europee. Dunque, resteremo a mani vuote? Certo che no, a patto che il prossimo esecutivo sappia gestire bene il dossier. In gioco ci sono diversi rinnovi in vista: oltre alla presidenza della BCE e dell’Europarlamento, abbiamo anche quella della Commissione europea e del Consiglio UE. E nel board della BCE servirà un rimpasto, perché se un tedesco ricoprirà la massima carica, un altro non può esservi come consigliere esecutivo. Pertanto, Sabine Lautenschlaeger dovrebbe lasciare e a quel punto l’Italia potrebbe farsi valere e inviare un proprio uomo.

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E sempre nella BCE è in scadenza nel 2019 un’altra carica dal forte impatto politico: la presidenza del Consiglio di sorveglianza, oggi in mano alla francese Danielle Nouy, la stessa che sta preparando il cosiddetto “addendum” con cui varerà una stretta sui crediti deteriorati delle banche nell’Eurozona, costringendole dal prossimo aprile ad accantonare più capitale per la loro copertura nei bilanci. Sarà essenziale trattare bene ed esserci a Bruxelles nei prossimi mesi, perché tra un consigliere esecutivo o il capo della vigilanza, a casa dovremo portare qualcosa per fare sentire la nostra voce a Francoforte nella fase piuttosto delicata di transizione verso la fine dell’accomodamento monetario.

Serve tornare a fare politica

E anche le trattative sulla presidenza della Commissione europea dovrebbero vederci in prima linea, onde minimizzare le probabilità che alla carica vi vada un esponente dell’asse franco-tedesco, lo stesso che si sarebbe già accordato per ridisegnare le istituzioni europee a immagine e somiglianza di Francia e Germania e su misura per i rispettivi interessi. Certo, sarà molto difficile sottrarre la Commissione dalle mire di Parigi, che non potrà restare a bocca asciutta nel processo di spartizione delle massime cariche istituzionali. Tuttavia, bisogna puntare i piedi per ottenere almeno qualcosa tra la successione a Jean-Claude Juncker e quella a Donald Tusk alla presidenza UE, anche rinunciando, al limite, alla presidenza dell’Europarlamento, con sacrificio di Antonio Tajani.

Non si tratta di ottenere potere per il potere, bensì di essere parte integrante dei processi decisionali nell’ambito fiscale e in quello monetario e in una fase complicata di gestione dei conti pubblici con tassi di mercato più alti e un cambio atteso meno favorevole. Servirà che a Roma ci sia un governo autorevole e politicamente sostenuto con convinzione dal Parlamento, in grado di interloquire alla pari con Frau Merkel ed Emmanuel Macron, tanto per capirci. Abbiamo compreso sulla nostra pelle quanto sia dannoso non averne uno, allorquando la sede dell’Agenzia per il farmaco ci è stata soffiata sotto il naso ai sorteggi e pochi giorni dopo ci siamo visti escludere persino dalla possibilità di competere per la presidenza dell’Eurogruppo, andata al Portogallo. Ci sarà bisogno di un ritorno alla politica dopo le elezioni, anche se il rischio sta nel possibile caos post-elettorale, che ci farebbe perdere mesi preziosi e che porterebbe a Palazzo Chigi l’ennesimo premier senza sufficiente credibilità politica sul piano internazionale.

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Argomenti: Bce, Germania, Mario Draghi, Politica, Politica italiana