Governo tecnico? Sarà un Vietnam in Parlamento, ringraziate Di Maio

Il governo tecnico si avvicina e con esso l'incubo di nuove tasse e di una rissa politica permanente da qui alle elezioni anticipate. I calcoli errati di Luigi Di Maio sono stati ad oggi devastanti per la gestione del dopo 4 marzo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo tecnico si avvicina e con esso l'incubo di nuove tasse e di una rissa politica permanente da qui alle elezioni anticipate. I calcoli errati di Luigi Di Maio sono stati ad oggi devastanti per la gestione del dopo 4 marzo.

Tre giorni alle quarte e ultime consultazioni. Lunedì, i rappresentanti di Movimento 5 Stelle, centro-destra, PD e delle formazioni minori presenti in Parlamento saliranno al Quirinale, dove dovranno fornire al presidente Sergio Mattarella le loro indicazioni definitive per la formazione del nuovo governo. In assenza di novità, il capo dello stato tenterà l’ultima carta per evitare le elezioni anticipate, ovvero nominerà premier una figura terza, un “tecnico” non sgradito a nessuno. Si fa il nome di Alessandro Pajno, presidente di sezione del Consiglio di Stato e già sottosegretario all’Interno del governo Prodi. Insomma, la solita personalità “super partes” individuata nell’ampio establishment di centro-sinistra, in barba ai risultati elettorali, che hanno bocciato senza appello proprio quest’area politica, riducendola ai minimi termini.

Così l’ipocrisia di Di Maio farà arrivare un governo tecnico delle tasse

Chi lo sosterrebbe? Forza Italia e PD è molto probabile, non avendo alternative convenienti. Quanto alla Lega e all’M5S, dovrebbero dire di no, se tenessero fede alle indicazioni già date, ma il pressing di Mattarella potrebbe spingere almeno una delle due formazioni ad astenersi in Parlamento, consentendo la nascita di un governo di minoranza, esattamente quello che lo stesso Mattarella sostiene di volere impedire a ogni costo quando il centro-destra gli reclama il pre-incarico per tentare di fare nascere un esecutivo senza numeri certi. Siamo alla presa in giro degli italiani, che contrariamente alle loro preferenze si ritroverebbero a Palazzo Chigi il solito premier estratto dal cilindro di istituzioni molto occupate a salvaguardare sé stesse, anziché a rispondere alla domanda di cambiamento dei cittadini. Lo stesso arrivo dell’ennesimo tecnico al governo sarebbe un tradimento delle istanze emerse il 4 marzo scorso, ma senza input politici evidenti, non vi sarà modo di evitare che Mattarella compia almeno il tentativo di propinarci una mummia istituzionale per transitare l’Italia alle urne chissà quando e chissà dopo avere fatto cosa.

L’unica certezza è come siamo arrivati sin qui. Il leader dell’M5S, Luigi Di Maio, ha dato vita a un tira e molla poco appassionante con la Lega per la gran parte del tempo dalle elezioni ad oggi, salvo ripiegare sul “secondo forno” del PD nelle ultime due settimane, ottenendo un due di picche dal Nazareno. Salvini è l’unico leader che continua ad aprire ai 5 Stelle, che non vogliano sentirne, però, di considerarlo a capo di una coalizione di centro-destra, anche perché di essa ne farebbe parte Silvio Berlusconi. Eppure, i retroscena ci dicono che Di Maio avrebbe fatto recapitare al Cavaliere un messaggio, nel quale lo si invitava a sostenere (dall’esterno?) un governo da lui guidato, ottenendo in cambio una legge “light” sul riordino del sistema radio-televisivo. Dunque, la vera pregiudiziale dei grillini non sarebbe stata verso l’ingombrante figura dell’ex premier, quanto nel prendere in considerazione un’alleanza con tutto il centro-destra per ragioni di numeri. A quel punto, infatti, per Di Maio si sarebbero dischiuse le porte per Palazzo Chigi, in quanto la premiership sarebbe spettata a Salvini o un terzo uomo della sua coalizione.

Governo tecnico, un incubo

L’Italia sta scivolando verso l’incubo di un governo tecnico per le velleità di un ragazzo molto giovane e che si è rivelato molto spregiudicato nel cercare di sparigliare le carte, ma scontrandosi con i limiti di un’azione politica che non ha fatto i conti con i numeri. Di Maio, che ora chiede elezioni anticipate, avrebbe voluto fare il premier a ogni costo, confidando nel suicidio elettorale o di Salvini o del PD. Il solo fatto che abbia trattato con leghisti e democratici, come fossero soggetti politici interscambiabili, la dice lunga sulla strategia cinica sin qui seguita di andare al governo indipendentemente dai programmi dei potenziali alleati.

Il governo tecnico sarà un incubo per gli italiani sotto ogni profilo. Se nascesse, non avrebbe numeri certi in Parlamento, perché si potrebbe reggere solo grazie alla tolleranza di Lega e M5S, ovvero di partiti che avranno tutta la convenienza a staccare la spina probabilmente dopo l’estate o a legge di Stabilità scritta. Esso dovrà passare tra le forche caudine della manovra correttiva di 5 miliardi, che sarà formalmente richiesta dalla Commissione europea verso fine maggio e che dovrà essere varata prima dell’estate, e delle clausole di salvaguardia da quasi 20 miliardi, che scatterebbero nel 2019, facendo lievitare le aliquote IVA rispettivamente dal 22% al 24% e dal 10% all’11,5%, nonché le accise sul carburante. Per evitare la mazzata, dovranno o trovarsi le coperture necessarie (tagli alla spesa e/o aumenti di altre imposte) o ottenere dalla UE un rinvio del target sul deficit, che Bruxelles ci concederebbe forse solo dietro espliciti impegni credibili da parte del nostro governo, il quale dal canto suo non avrebbe il supporto parlamentare e politico sufficiente per compiere una simile operazione.

Probabile anche che nel frattempo l’esecutivo tenterà di mettere mano alla riforma elettorale, che si annuncia tema incandescente. I grillini non avallerebbero mai un premio di maggioranza alle coalizioni, temendo di fare un regalo al centro-destra, mentre quest’ultimo non accetterebbe mai di votare per un premio alla lista, cosa che favorirebbe l’M5S. Ne scaturirà un clima dilaniante tra gli schieramenti e quasi certamente a risentirne sarebbe l’operato del già fragile governo, paralizzato dalle risse tra gruppi. L’unico risultato che il premier tecnico porterebbe a casa sarebbe di sfornare centinaia di nomine per le partecipate statali e la Rai, sottraendole a grillini e leghisti. Inutile girarci attorno, Mattarella sa benissimo che un cosiddetto “governo di tregua” sarà, in verità, travolto il prima possibile dalla bellicosità tra le parti, ma almeno avrà rassicurato così quell’Italia che ruota attorno alla morta Seconda Repubblica, appendice della Prima, piazzando a capo delle società pubbliche o controllate dal Tesoro uomini di “fiducia”. Il voto del 4 marzo sarà stato inutile, a meno che da qui a lunedì non si registri una qualche novità dirompente.

Perché un governo tra Salvini e Di Maio spaventa davvero la vecchia politica 

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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