Il grande sconfitto delle elezioni rischia la “sfiducia” con il nuovo governo

Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, è il grande sconfitto delle elezioni politiche. Sostenitore di Matteo Renzi prima e di Paolo Gentiloni poi, rischia di essere travolto dal prossimo giro di nomine del nuovo governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, è il grande sconfitto delle elezioni politiche. Sostenitore di Matteo Renzi prima e di Paolo Gentiloni poi, rischia di essere travolto dal prossimo giro di nomine del nuovo governo.

C’è un grande sconfitto di queste elezioni politiche, anche se non si tratta di un leader di partito e nemmeno di un parlamentare. Parliamo di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, in carica da appena due anni e che ha già collezionato due sconfitte brucianti: la prima, in occasione del referendum costituzionale nel dicembre 2016, quando ha schierato la confederazione degli industriali al fianco del governo Renzi, al contempo lanciando l’allarme per un triennio di recessione atteso nel caso di vittoria dei “no”, che poi vi è stata con il 60% dei voti. Manco a farlo apposta, il 2017 è stato l’anno di maggiore crescita per l’economia italiana da un decennio a questa parte e persino le tensioni finanziarie sembrano ad oggi rientrate, con lo spread sceso ai minimi dalla crisi del 2011, viaggiando sotto i 130 punti base per la scadenza a 10 anni; la seconda è avvenuta proprio il 4 marzo scorso, quando gli elettori non solo non hanno fatto proprio l’appello di Confindustria di fine gennaio, votando per partiti marcatamente euro-scettici, ma hanno persino ridotto in cenere le speranze di chi, come Boccia, tifava o almeno auspicava come scenario di “second best” le larghe intese tra PD e Forza Italia.

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Non si può dire che sia fortunato Boccia. Dopo che gli è andata male la prima, anche un paio di mesi fa il suo Centro Studi paventava rischi per l’economia italiana derivanti dall’esito eventualmente sfavorevole ai partiti di impronta europeista. Staremo a vedere come andranno le cose, ma nel frattempo i mercati non si curano, complice la “droga” monetaria loro somministrata dalla BCE. Un fatto è certo: il numero uno di Viale dell’Astronomia rischia di vivere una seconda fase del mandato quadriennale piuttosto turbolenta.

La caduta di Confindustria

Per capire perché, dobbiamo spiegare, anzitutto, cosa sia diventata Confindustria. Da tempo non si levano più voci apertamente critiche verso l’operato dei governi da queste parti. E la ragione è semplice: l’organizzazione rappresenta al suo interno molte società partecipate dallo stato, espressione proprio dei governi. Per intenderci, Confindustria si è ridotta a una combriccola di associati tra cui l’incidenza del settore pubblico tende ad aumentare con la fuga degli iscritti privati. A darle l’addio è stata tra le grandi imprese la Fiat di Sergio Marchionne anni fa, ma è stata da allora seguita da diverse decine di realtà altrettanto di peso e anche di medie dimensioni: UnipolSai, Salini-Impregilo, Amplifon, Finmeccanica, Azimut, Gruppo Ferretti, Cartiere Pigna, Morellato, Vismara Marine e Viareggio Superyacht, solo per citare i nomi più importanti. E qua e là sul territorio si registrano da anni addii di imprese molto radicate nei distretti economici, come il gruppo alimentare Monaldi, il pastificio “La Campofilone” e Royal Pat, Nero Giardini solo nella provincia di Fermo, nelle Marche.

Alla base degli screzi vi sono gli elevati contributi richiesti agli iscritti e le lamentele degli imprenditori, che chiedono più fatti e meno sfilate. Confindustria, invece, è diventato un organismo quasi burocratico e semi-politico, che più che difendere gli interessi della categoria, finisce spesso per trastullarsi nel propinare ricette economiche e nell’esternare il suo sostegno vuoi a questo ministro, vuoi a quel premier o formula di governo. E, però, con l’arrivo dei “populisti” a Palazzo Chigi, per Boccia saranno cavoli amari.

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Già, perché il prossimo governo avrà il compito di nominare ben 350 nuovi amministratori e controllori di società partecipate dallo stato, quasi tutti in scadenza di mandato tra le prossime settimane e l’anno prossimo. Il Ministero dell’economia e delle finanze dovrà direttamente provvedere alle nomine di uomini nei cda di colossi come Cassa depositi e prestiti, Leonardo (ex Finmeccanica), Eur SpA, Sogei, Sogesit e la Rai. E tra le partecipate indirette abbiamo in scadenza di rinnovo i cda di colossi ancora più di peso nel panorama industriale, come Eni, Enel, Ferrovie dello stato, l’organo di vigilanza di Poste Italiane, mentre l’anno prossimo toccherà a Fincantieri e Snam. Tra due anni, poi, ci saranno i cda di Poste, Terna ed Enav, anche se per allora non abbiamo minimamente idea di quale governo potrebbe esservi. A giorni, invece, dovranno rinnovarsi le cariche di Saipem.

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Non solo stiamo parlando di aziende importantissime per il nostro tessuto economico – la Cdp gestisce i risparmi depositati presso Poste Italiane e funge da Iri 2.0, come longa manus dello stato – oltre tutto, sono membri proprio di quella Confindustria, dove gli equilibri potrebbero propendere verso nuovi assetti “politici”, nel momento in cui i rinnovi degli organi delle partecipate statali si traducessero in una compagine differente di soci votanti dentro agli organi assembleari e dirigenziali.

Ieri, Boccia ha continuato a mostrarsi critico verso Lega e Movimento 5 Stelle, sostenendo che non avrebbero possibilità di essere realizzate né le promesse sulla flat tax, né quelle sul reddito di cittadinanza, invitando semmai il nuovo governo a mantenere alcune riforme “positive” dei governi Renzi-Gentiloni, come il Jobs Act e Industria 4.0 (“non si toccano”), puntando su misure selettive, data la carenza di risorse disponibili. Tra queste, l’abbattimento del cuneo fiscale per incentivare le assunzioni e la defiscalizzazione per i lavoratori più giovani. Una esortazione al realismo, rivolta con ogni evidenza a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che prima o poi potrebbe costargli cara, nonostante le aperture immediatamente successive al voto, quando ha dichiarato di non avere paura dei 5 Stelle, magari immaginando che sarebbero andati al governo con il PD, anziché con la Lega, come sembrerebbe dalle ultime mosse.

Non sappiamo se e quando entrambi i leader andranno al governo, né in quali termini, ma sarà il prossimo esecutivo a dovere sostituire centinaia di consiglieri di amministrazione e di membri degli organi di vigilanza delle società partecipate dallo stato facenti parte di Confindustria. Quando ciò avverrà, se non proprio un terremoto dagli effetti immediati, assisteremo probabilmente a movimenti tellurici apparentemente di scarsa intensità, ma frequenti nel tempo dentro l’organizzazione. Boccia potrà pure continuare a fare da ventriloquo ad un assetto politico uscito distrutto alle urne, ma rischia di ritrovarsi sempre più solo, perché difficilmente il numero uno degli industriali potrà mettersi di traverso contro colossi del calibro di Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Fincantieri, etc.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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