Governo M5S-Lega, ecco il (doppio) gioco di Berlusconi per tutelarsi le aziende

L'ex premier Silvio Berlusconi punta a sabotare l'alleato Matteo Salvini, ma la politica non c'entra nulla. L'unico vero interesse è oggi tutelarsi le aziende di famiglia, ecco come.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'ex premier Silvio Berlusconi punta a sabotare l'alleato Matteo Salvini, ma la politica non c'entra nulla. L'unico vero interesse è oggi tutelarsi le aziende di famiglia, ecco come.

La salita al Colle dei “big” ieri ha sancito le differenze di prospettiva tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il primo, uscendo dal colloquio con il presidente Sergio Mattarella, ha chiuso la porta al dialogo con il Movimento 5 Stelle, sostenendo che Forza Italia appoggerà un governo presieduto dall’alleato della Lega o “per le emergenze”, ma non con dentro “pauperisti e giustizialisti”. Il leader del Carroccio, invece, ha spiegato di puntare a un governo di centro-destra, aperto ai grillini, visto che “non ci vuole uno scienziato per capire che senza non ci sono i numeri”. Prima ancora che iniziassero le consultazioni, Salvini si era mostrato indisponibile a farsi incaricare dal Quirinale per fare il premier, prendendo atto che ad oggi non disporrebbe di una maggioranza parlamentare. Viceversa, Berlusconi punta proprio su di lui, ma ci sarebbe ben poco da essere lusingati, perché quella dell’ex premier sembra a tutti gli effetti una trappola, tesa a mettere nel sacco l’alleato e ad avallare un governo del presidente, scommettendo su un quasi certo insuccesso nel caso in cui davvero Mattarella assegnasse a Salvini un mandato esplorativo.

Come mai Berlusconi non vuole che si faccia un governo con il Movimento 5 Stelle? E perché continua a sperare che alla fine si mettano insieme centro-destra e PD in un esecutivo istituzionale? Nulla o quasi di politico. L’unico obiettivo palese del leader azzurro è oggi di tutelare le proprie aziende da quella che ritiene essere la più grande minaccia agli affari di famiglia: l’ingresso a Palazzo Chigi dei grillini, magari accompagnati dai leghisti.

Qualcuno noterà come Berlusconi abbia, in effetti, compiuto un tentativo pubblico di avvicinamento a Luigi Di Maio nei giorni caldi delle trattative sulle presidenze di Camera e Senato e dalle quali la sua immagine ne è uscita più che ammaccata, come se non fosse bastata la batosta di un paio di settimane prima alle elezioni politiche. Il leader pentastellato non ha nemmeno risposto al telefono a una chiamata del Cavaliere, con ciò dimostrando massima chiusura nei suoi confronti, oltre che carenza di galanteria personale e istituzionale. Ma ciò che ci interessa in questa sede capire è la ragione vera di questo passo compiuto apparentemente verso i grillini. Berlusconi ha scommesso sul “gran rifiuto” dell’M5S, consapevole che mai avrebbe potuto incassare il suo sostegno, cercando di fare saltare sul nascere l’accordo M5S-Lega sui presidenti di Camera e Senato, portando così acqua al suo mulino, ovvero a quella strategia di dialogo con il PD, a cui non ha mai rinunciato.

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Le norme anti-Mediaset

Nel caso in cui i grillini avessero ceduto, tanto meglio. Per Forza Italia avrebbe significato entrare nel governo e da lì inciderne sull’azione. E sappiamo che all’età di 81 anni e rotti e al capolinea della sua carriera politica, a Berlusconi ormai tutto interessa, tranne che di portare avanti la “rivoluzione liberale” del 1994. Scordiamoci il taglio delle tasse, le pensioni minime a 1.000 euro al mese, l’ancoraggio all’Europa, l’abbattimento della burocrazia. Non sono questi gli obiettivi dell’ex premier, quanto mettere al sicuro Mediaset e le altre aziende di famiglia. Non a caso, il suo primo gesto post-elettorale consistette, il giorno dopo le elezioni, nel presentare ad Arcore al vincitore Salvini i figli Piersilvio e Marina, come per dirgli “guarda che adesso ci devi pensare tu”.

Di cosa ha paura nel concreto Berlusconi? In primis, di eventuali riforme punitive delle norme sul sistema radio–televisivo da parte dei grillini e ai danni di Mediaset, come l’imposizione di un tetto pubblicitario ben più stringente per ciascun canale e a livello di gruppo o l’obbligo per gli editori di non detenere partecipazioni qualificate in società diverse da quelle editoriali. Se passasse, Fininvest dovrebbe vendere parte delle numerose reti sul digitale terrestre, con il duplice risultato negativo di dovere cedere ascolti e fatturato a terzi operatori e di subire un aumento della concorrenza. Ma questo sembra lo scenario più estremo, per quanto non improbabile nel caso in cui l’M5S arrivasse al governo solo con la Lega. Difficile, infatti, che Salvini, slegato da Forza Italia, imbracci una battaglia all’ultimo sangue in difesa di Mediaset, che lo farebbe apparire come un sottoposto agli ordini berlusconiani. Non parliamo, poi, di una possibile privatizzazione parziale della Rai, che giustificherebbe un ridimensionamento anche dei gruppi televisivi privati, obbligando Mediaset a cedere qualche rete. A tale proposito, si consideri che vi sarebbero da tempo imprenditori interessati alla nascita di un vero terzo polo televisivo a seguito della cessione di assets da parte dei principali gruppi, come quell’Urbano Cairo a capo di La 7 e Corriere della Sera, la cui linea editoriale, guarda caso, appare ultimamente favorevole all’M5S. Pensate che sia un sostegno gratis?

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Il rebus nomine

E allora, la partita sembra più complessa. In effetti, la tutela delle aziende di famiglia avviene attraverso modalità meno rumorose. Una di queste consiste nell’incidere sulle nomine Rai. Dopo l’approvazione del bilancio, verosimilmente a maggio, la presidente Monica Maggioni e il direttore generale Mario Orfeo si dimetteranno. A quel punto, bisognerà individuare i successori. Difficilmente, M5S e Lega, vincitori delle elezioni, consentiranno ai due manager un secondo mandato, specie considerando le polemiche, specie da parte dei grillini, sulla scarsa obiettività dell’informazione della TV pubblica nei mesi precedenti alle elezioni. Ora, la Maggioni e Orfeo rispondono politicamente al patto del Nazareno, ovvero al PD e all’area berlusconiana.

Ma siamo sicuri che parliamo solo e tanto di politica? Immaginate se Di Maio e Salvini si mettessero a nominare dirigenti fuori dai due schieramenti politici tradizionali e che gestissero la Rai davvero come fosse un’azienda privata, ovvero facendo concorrenza reale a Mediaset. Sarebbe un disastro per la famiglia Berlusconi, a maggiore ragione se, magari con la scusa di abbassare il canone Rai (sarebbe una misura popolarissima), il governo alzasse l’affollamento pubblicitario massimo consentito alla TV di stato. Le reti del Biscione si troverebbero a inseguire gli inserzionisti per ottenere i contratti pubblicitari e Viale Mazzini a ingraziarseli con maggiori contenuti “di mercato”, ovvero puntando più sugli ascolti e insidiando davvero la TV commerciale, di cui Mediaset è leader. Certo, si dirà che il servizio pubblico non potrebbe concentrarsi su nani e ballerine, ma lasciamo da parte le sempiterne polemiche all’italiana.

Non è finita. Tra un anno dovranno essere nominati i nuovi membri dell’Agcom, l’Autorità garante per le comunicazioni. Il presidente sarà indicato dal premier e dal ministro dello Sviluppo, mentre gli altri 4 componenti vengono eletti due dalla Camera e altrettanti dal Senato. A conti fatti, una maggioranza M5S-Lega avrebbe i numeri per fare tutto da sola. Il presidente uscente Angelo Marcello Cardani fu nominato dall’allora governo Monti con il benestare di PD e Forza Italia. E pare che abbia restituito il favore a Berlusconi, quando non più tardi di 6-7 mesi fa scendeva in campo insieme al governo Gentiloni, in difesa di Mediaset contro il tentativo di scalata ostile della francese Vivendi.

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Berlusconi punta al governo istituzionale

Infine, l’Antitrust. Potrebbe avere qualcosa da ridire sulla posizione dominante di Mediaset nel mercato delle telecomunicazioni. Il presidente e gli altri membri dell’authority vengono nominati dai presidenti di Camera e Senato. I giochi sarebbero fatti, quindi, con l’elezione di Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Le due figure contrapposte sul piano politico assicurerebbero nomine frutto di mediazione, ovvero equilibrate. Sì, ma con un governo M5S-Lega, le sirene di Palazzo Chigi si farebbero sentire e, a quel punto, Berlusconi rischierebbe di trovarsi scoperto persino su questo fronte.

Un governo istituzionale, del presidente, di scopo che dir si voglia servirebbe all’ex premier per superare gli scogli delle nomine sopra indicate e per guadagnare tempo. Anche perché serve un esecutivo, che mantenga su Vivendi la massima pressione, affinché si persuada di uscire dal capitale di Mediaset. In teoria, grillini e leghisti lo accontenterebbero volentieri almeno in questo, in virtù delle loro posizioni “sovraniste”, ma i primi non muoverebbero certamente un dito per fare alcun favore alla famiglia Berlusconi. Tirando le somme, Berlusconi dovrà fare buon viso a cattivo gioco con Salvini, sabotando i suoi tentativi di alleanza con l’M5S. Se il centro-destra non trovasse i voti in Parlamento per governare, l’unica via percorribile per il leader azzurro sarà solo quella di un pannicello caldo con un premier “super partes”, che tiri a campare. Nell’attesa che per lui si compia un qualche inverosimile miracolo politico.

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Argomenti: Economia Italia, Politica, Politica italiana