Governo Lega-5 Stelle quasi al via, tremano industria e finanza legate al vecchio sistema

Il governo pentaleghista colpirebbe al cuore PD e Forza Italia, facendo venire meno le relazioni di cui godono nel mondo del capitalismo stato-centrico nazionale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo pentaleghista colpirebbe al cuore PD e Forza Italia, facendo venire meno le relazioni di cui godono nel mondo del capitalismo stato-centrico nazionale.

Il governo giallo-verde s’ha da fare. Anche la maggioranza bulgara della base leghista ai gazebo di ieri ha dato l’ok all’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle. E il giorno prima, Beppe Grillo parlava di “matrimonio” che lo agita, ma al contempo mostrandosi fiducioso che con Matteo Salvini i pentastellati possano governare bene. Oggi, al presidente Sergio Mattarella le due formazioni presenteranno il nome del premier a cui intendono affidare le sorti dell’Italia. Sarebbe Giuseppe Conte, docente di Diritto Privato e in quota M5S. Se così fosse, a guidare il Ministero dell’Economia andrebbe un leghista, molto probabilmente Giancarlo Giorgetti, vicinissimo a Salvini, il quale guiderebbe il Viminale, mentre Di Maio il Lavoro. Figure tecniche, a quanto pare, per Esteri e Politiche europee, per cui correrebbero Giampiero Massolo ed Elisabetta Belloni, entrambi diplomatici apartitici.

E già trema il mondo della finanza e dell’industria. Non solo e non tanto per lo spread già a 175 punti base e per i rendimenti decennali dei BTp schizzati in area 2,30%, né per il crollo delle azioni bancarie nel corso della settimana scorsa, quando sono stati divulgati prima alcuni stralci dell’accordo e dopo l’intesa ufficiale sul programma, tra cui spiccano una certa virulenza nei confronti della UE e scarsa attenzione ai conti pubblici. Non è di questo che sono preoccupati finanzieri e industriali italiani legati al governo, bensì del capitolo nomine. Già dalle prossime settimane, infatti, inizierà il valzer delle poltrone tra le decine di partecipate statali, i cui consigli di amministrazione verranno rinnovati su indicazione del Tesoro.

Perché MPS è crollata e il caso Borghi, vero nemico di Salvini al governo

E si parte con la Rai, il cui cda scadrà con l’approvazione a giugno del bilancio. Dopo la riforma del governo Renzi, scendono da 9 a 7 i componenti, tra i quali non si capisce se faccia parte o meno l’amministratore delegato e di cui 4 nominati dal Parlamento, 2 (o 3) dal Tesoro e 1 dai dipendenti di Viale Mazzini. Di fatto, i penta-leghisti controlleranno la TV pubblica, anche solo prendendosi 2 dei 4 nominati dal Parlamento, visto che il Tesoro nominerà dirigenti certamente vicini alla maggioranza giallo-verde. E ci saranno i direttori dei TG, il direttore generale, tutte posizioni di spicco, che orienteranno i palinsesti e l’informazione statale per i prossimi anni, segnando la fine del renzismo e dello stesso berlusconismo.

Rivoluzione in Rai e partecipate statali

Tanti i nomi che circolano per le cariche, tra cui Ferruccio De Bortoli alla presidenza, Enrico Mentana al TG 1 e Milena Gabanelli al TG 2. Quel che sembra assai probabile è che il PD rischia di nemmeno conservare la quota spettante alle opposizioni, la quale andrebbe a formazioni come Forza Italia e Fratelli d’Italia, formalmente schierate contro il governo. Che fine farà Rai 3, ad esempio? Continuerà ad essere l’altoparlante della sinistra italiana o per la prima volta sarà costretta a cambiare casacca?

Perché un governo tra Di Maio e Salvini spaventa davvero la vecchia politica

Non solo Rai. C’è la sempre più potente Cassa depositi e prestiti, la nuova Iri della Terza Repubblica. Organi in scadenza anche in questo caso. L’ad Claudio Costamagna, di nomina renziana, dovrebbe fare le valigie ed essere succeduto da un uomo indicato dal nuovo ministro dell’Economia. Nomine anche in questo caso importantissime, perché l’ente controlla Terna, Snam, è entrato da poco nel capitale di TIM, fa parte di una cordata per Ilva, ha il 50% di Open Fiber, società con cui si fonderebbe NetCo, la controllante della rete TIM post-scorporo, potrebbe anche rilevare Alitalia e gestisce i risparmi depositati in Poste Italiane.

Insomma, chi andrà al governo ora avrà la possibilità da qui a un anno di sfornare 350 nomine, tra cui anche di colossi come ENI ed Enel, che ridisegneranno il potere finanziario-industriale tricolore. Di questo hanno enorme paura i partiti tradizionali della Seconda Repubblica, PD in testa. Perdere l’aggancio con la giungla delle partecipate significa non contare più niente. E se persino la TV pubblica dovesse portare acqua al mulino dei “populisti”, la strada per il ritorno al potere per PD e Forza Italia si farebbe più irta. Avere straperso le elezioni è stata una brutta botta, ma perdere anche i legami con quel capitalismo relazionale che da sempre caratterizza l’ossatura economica italiana sarebbe devastante. I “nuovi barbari” rischiano di non andarsene più da Roma.

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Argomenti: Politica, Politica italiana