Governo Lega-5 Stelle, cosa significa la vittoria di Salvini per le misure economiche del governo Conte

La vittoria di Matteo Salvini alle elezioni amministrative rafforza la Lega dentro al governo Conte e amplia i suoi poteri negoziali con gli alleati dei 5 Stelle sulle prossime misure economiche.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La vittoria di Matteo Salvini alle elezioni amministrative rafforza la Lega dentro al governo Conte e amplia i suoi poteri negoziali con gli alleati dei 5 Stelle sulle prossime misure economiche.

Matteo Salvini è l’unico vero e grande vincitore di questa tornata di elezioni amministrative. Ha scelto di chiudere la campagna elettorale a Siena, venerdì scorso, e per tutta risposta porta a casa il sindaco della cittadina toscana, così come in tutte le altre grandi roccheforti “rosse”, tra cui Pisa, Massa, Sondrio, Ivrea e Cinisello Balsamo. Gli alleati pentastellati dovranno accontentarsi di Avellino – qui Luigi Di Maio giocava in casa – e di Imola, altra roccaforte del PD caduta in mani inattese. Il voto premia complessivamente il governo Conte, non fosse altro che per l’avanzata netta della Lega, non certo per i risultati magri del Movimento 5 Stelle. Vero è che le coalizioni che si sono presentate nelle città erano diverse da quelle esistenti sul piano nazionale, con il centro-destra unito e contrapposto tanto al PD che all’M5S, ma ad avvalorare gli esiti come una sorta di lasciapassare per il premier è proprio Salvini, che da vice-premier e ministro dell’Interno può rivendicare di avere ottenuto il plebiscito sperato (anche di più) per le sue politiche sulla sicurezza.

E Salvini minaccia il taglio dei contributi alla UE, colpendo gli amici dell’est

L’elemento positivo per Giuseppe Conte lo hanno offerto i ballottaggi. Non era scontato che gli elettori grillini avrebbero votato per i candidati del centro-destra contro il PD, data la forte caratterizzazione di destra che Salvini sta imprimendo all’azione di governo in queste prime settimane. Eppure, è accaduto. Centro-destra e M5S hanno votato compatti per i candidati degli uni e degli altri e tutti contro il PD, nonostante adesso questi non sia più al governo e non vi sia più l’obiettivo comune di mandare a casa il Nazareno.

Ricordiamoci, però, che il governo penta-leghista è nato l’1 giugno scorso sui risultati elettorali del 4 marzo, che hanno visto i grillini trionfare con il 32,7% dei voti e la Lega conquistare un ottimo 17,4%. Dunque, i primi hanno goduto di un potere contrattuale maggiore di quello dei leghisti, i quali hanno sfruttato dal canto loro l’essere parte di una coalizione per portare acqua al loro mulino. Alla fine, il premier è andato ai 5 Stelle e la Lega si è preso alcuni ministeri di peso, tra cui l’Interno, così come l’Economia si trova nelle mani di un uomo dal profilo formalmente tecnico, ma vicino più al centro-destra che non all’M5S. Gli esordi sono stati scoppiettanti per l’esecutivo, che ha dimostrato su spinta solo e solamente di Salvini di poter rimettere mano agli equilibri europei e di riuscire a spuntarla sulla gravosa questione degli sbarchi sulle nostre coste.

La spinta sulle tasse

Salvini ha salvato la faccia al governo, che se fosse rimasto interamente legato ai soli 5 Stelle, avrebbe portato a casa risultati penosi, rinvigorendo il PD. Adesso, gli stessi sondaggi ci spiegano che i due partiti della maggioranza sarebbero sostanzialmente alla pari e, anzi, che la Lega avrebbe persino superato gli alleati di governo nei consensi, avvicinandosi al 30%. Comunque sia, i numeri in Parlamento restano gli stessi, ma gli equilibri interni alla maggioranza sono già cambiati, grazie all’abilità di Salvini di trasformare in oro tutto ciò che tocca, in questa fase. Per questo, il primo vero e grande test per Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sarà la legge di Bilancio per il 2019. Già con il Documento di economia e finanza è stato deciso di disinnescare le clausole di salvaguardia da 12,4 miliardi, che altrimenti avrebbero aumentato le aliquote IVA dal 22% al 24% e dal 10% all’11,5%, così come avrebbero ritoccato le accise sul carburante all’insù.

Perché la flat tax va realizzata prima del reddito di cittadinanza 

Non aumentare le tasse non può bastare per un governo “del cambiamento”. E Salvini punta subito a fare entrare in vigore la “flat tax”. Non per tutti, però, perché i conti pubblici non autorizzano a colpi di testa. E allora, già dal 2019 dovrebbe essere certa un’aliquota unica del 15% sui redditi di tutti i liberi professionisti e i lavoratori autonomi con partita IVA. Un bel risparmio rispetto alle aliquote Irpef attuali, che variano dal un minimo del 23% per gli scaglioni fino a 15.000 euro all’anno e fino ad arrivare al 43% per i redditi superiori ai 72.000 euro. Un occhio di attenzione a quelle fasce da sempre cuore pulsante dell’elettorato di centro-destra, tra cui si annidano forme più o meno palesi di precariato, visto che molte partite IVA mascherano spesso rapporti di lavoro subordinati.

La pace fiscale costituisce un altro obiettivo di Salvini: chiusura di tutte le liti in corso tra contribuente e Amministrazione finanziaria, in cambio del pagamento di una percentuale minima del dovuto (ipotesi dal 6% al 25%). Il gettito atteso dalla misura sarebbe di oltre una cinquantina di miliardi, che nell’ipotesi più spinta arriverebbe a coprire nel primo anno le perdite derivanti dall’introduzione della flat tax per tutti i redditi delle persone fisiche, in attesa che l’abbattimento della pressione fiscale rinvigorisca l’economia e si auto-finanzi. Difficilissimo, però, che una simile ipotesi possa trovare concorde il Quirinale, a meno che Salvini, Conte e Tria non salgano al Quirinale con coperture certe dal secondo anno di attuazione della riforma, utilizzando il “condono” per prendere tempo.

I temi in conflitto con i 5 Stelle

Dal canto suo, i 5 Stelle non potranno rinunciare ad avviare quel cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, specie adesso che i sondaggi certificherebbero un travaso di consensi tra i due partiti della maggioranza e ai loro danni. L’altro vice-premier, Luigi Di Maio, ha già chiarito che il sussidio verrà erogato agli inoccupati che s’impegnino a svolgere 8 ore di lavori di pubblica utilità a settimana. Emergono, quindi, i primi criteri restrittivi per evitare la distribuzione di denaro a pioggia che disincentivi alla ricerca di un’occupazione, specie al sud. E state certi che il rafforzamento della Lega renderà tali criteri ancora più stringenti di quanto sinora ipotizzati, perché il Carroccio farà di tutto per concentrare l’utilizzo delle risorse sul taglio delle tasse. Servono risultati concreti da qui al maggio 2019, quando si terranno le elezioni europee, le quali decreteranno chi passa il turno, e in quali condizioni, per la Terza Repubblica. E obiettivo non secondario di Salvini consiste nell’azzerare Forza Italia, impossessandosi del centro-destra e “sbarazzandosi” una volta per tutte dell’ombra ingombrante dell’alleato Silvio Berlusconi.

Anche su un terreno molto più spicciolo la Lega farà valere di più il suo accresciuto peso elettorale. Parliamo del magico mondo delle nomine dei dirigenti nelle società partecipate. Il primo dossier aperto riguarda la Cassa depositi e prestiti, di cui si discute proprio in queste ore sul nome dell’amministratore delegato. A seguire e sempre nei prossimi giorni si apre il capitolo Rai. Qui, il governo cancellerà i residui del renzismo, mettendo a capo delle reti pubbliche uomini vicini alla nuova maggioranza parlamentare. Dovranno essere rinnovati anche il cda, la presidenza e la carica di direttore generale e i leghisti punteranno a massimizzare il profitto, magari spingendo l’M5S a prendersi Rai 3, come se fosse il nuovo centro-sinistra.

Infine, le spinose ristrutturazioni aziendali, tra cui Ilva, Alitalia e MPS. Lo scontro tra Lega e 5 Stelle riguarda la prima, visto che il Carroccio vorrebbe mantenere attivi gli impianti, mentre i pentastellati ambiscono a chiudere lo stabilimento di Taranto, riconvertendolo e bonificando l’area. Per ragioni di realismo politico, oltre che per quanto detto sopra, probabile che a spuntarla saranno i primi. E a Siena, mani ancora più libere sulla banca più antica del mondo, dopo la vittoria del centro-destra in città. Il nuovo sindaco esprimerà parte delle cariche della Fondazione, ma il cui peso in MPS risulta ormai marginale. Tuttavia, sul piano prettamente politico, il passaggio di consegne tra PD e coalizione salviniana pone la Lega in una posizione di forza contrattuale nei confronti degli alleati grillini per la gestione della crisi dell’istituto, oggi in mano al Tesoro per il 68,2% del capitale. E nonostante tutto, può stare meno inquieto anche l’ex premier Berlusconi, dato che con un Salvini più forte dentro il governo dovrebbe essere maggiormente garantito nei suoi interessi aziendali. Più difficile per un Di Maio mettere mano alle frequenze TV o imporre un tetto pubblicitario per rete penalizzante per Mediaset. Tanto, se il governo non dovesse durare a lungo, meglio tenersi questo tema come pretesto per arrivare al “redde rationem” con la Lega e addossarle magari la ragione della caduta di Conte.

Rai e Mediaset contro il web sugli ascolti e la paura di Berlusconi per il governo

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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