Clausole di salvaguardia, se Gentiloni dovrà fare il lavoro sporco

Governo Gentiloni di breve o brevissima durata? Guardando alle clausole di salvaguardia potremmo arrivare a fine legislatura.

di , pubblicato il
Governo Gentiloni di breve o brevissima durata? Guardando alle clausole di salvaguardia potremmo arrivare a fine legislatura.

Che sia o meno la fotocopia del governo Renzi, l’esecutivo a guida Paolo Gentiloni potrebbe durare più di quanto previsto in questi giorni, durante i quali si specula su una presunta data già scritta per le elezioni anticipate già dalla primavera prossima, subito dopo la riscrittura della legge elettorale. Le opposizioni strillano per andare subito alle urne, con la parziale eccezione di Forza Italia, così come il PD di matrice renziana. Ma aldilà del gioco delle parti, siamo davvero sicuri che ci sia un leader politico realmente disposto a far sciogliere il Parlamento entro breve? Non solo questione di sondaggi, che sorridono a qualcuno e scontentano altri, quanto di conti pubblici, o meglio, di clausole di salvaguardia.

L’eredità lasciata dal premier Matteo Renzi non sarà facile sul piano fiscale per Gentiloni, che certo è a conoscenza già oggi della situazione delicata del nostro bilancio, essendo stato fino all’altro ieri ministro degli Esteri. Lunedì scorso, il giorno dopo il referendum costituzionale, l’Eurogruppo ha chiesto all’Italia una manovra correttiva in primavera, al fine di rispettare la famosa clausola del deficit. Cosa dice questa? Che al netto delle componenti una tantum, il disavanzo fiscale deve diminuire dello 0,5% all’anno, tendendo al pareggio di bilancio entro il 2019.

Rischio di IVA al 26%

Ora, l’Italia avrebbe dovuto centrare nel 2017 un rapporto deficit/pil dell’1,8%, ma il governo Renzi ha impostato una manovra finanziaria su un deficit fino al 2,3%, di fatto auto-concedendosi flessibilità per lo 0,5%, corrispondente a oltre 8 miliardi di euro. E’ probabile che anche per ragioni di opportunità politica, il premier Gentiloni si troverà a coprire tale gap solo in parte, vedendosi venire incontro i commissari europei, ma non per questo i suoi problemi con il pasticcio dei conti pubblici sono finiti.

Nel 2017 scadevano clausole di salvaguardia per 19 miliardi, che scattando avrebbero fatto aumentare l’aliquota IVA ordinaria dal 22% al 25% e quella sui beni primari dal 10% al 13%. Renzi ha chiesto e ottenuto che tali clausole fossero rinviate di un anno, guadagnando sì dodici mesi di tempo, ma durante i quali dovranno trovarsi le risorse necessarie per evitare una stangata fiscale.

Quindi, o si taglia la spesa pubblica o si alzano altre tasse o si fanno entrambe le cose. (Leggi anche: Clausole di salvaguardia addio? Servono 20 miliardi)

 

 

 

 

Gentiloni farà il lavoro sporco?

Il salasso non è ancora finito, perché tra due anni, sicuramente, quindi, dopo il voto, chiunque sia al governo dovrà trovare altri 3,6 miliardi per evitare che l’IVA salga ancora al 25,9%. Sommati agli oltre 19 miliardi di cui sopra, il conto totale ammonterà a circa 23 miliardi in due anni.

Credete per caso che esista un segretario di partito con sincere ambizioni di vittoria, che nei prossimi mesi vorrà tornare al voto, salvo “regalare” agli italiani come primo atto una batosta da quasi 20 miliardi? Non ritenete che sia più semplice che il “lavoro sporco” lo faccia il buon Gentiloni? (Leggi anche: Referendum e aumento IVA, così Renzi scava la fossa all’Italia)

Renzi ha paura delle clausole di salvaguardia

Certo, per contro sarebbe molto impopolare per Renzi andare al voto con la spada di Damocle di un PD al governo, che in piena campagna elettorale starebbe impostando una manovra “lacrime e sangue” di oltre un punto di pil, per cui dal suo punto di vista potrebbe convenire sbrigarsi il prima possibile e magari giocarsela in sede di trattativa con la Commissione, non appena vinte le elezioni.

Poiché le chiavi della legislatura le tiene il segretario del PD, ovvero lo stesso Renzi, potrebbe prevalere questa linea di ragionamento e gli italiani tornerebbero così ai seggi entro giugno. Se così non fosse, se emergesse la volontà di utilizzare il premier incaricato come un secondo Mario Monti, ovvero un “bad government” su cui scaricare certe responsabilità (banche, clausole di salvaguardia, etc.), allora certamente potremmo tornare a votare anche alla scadenza naturale. Rispetto al 2013, però, il PD avrebbe qualche problema in più a distanziarsi da certe colpe dinnanzi agli elettori, essendo quello in via di varo un esecutivo politico al 100%.

(Leggi anche: Banche italiane salvate con le tasse dei contribuenti)

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , ,
>