Governo Craxi e lo scherzo dell’inflazione sul debito pubblico italiano

Gli anni del craxismo si prestano a una doppia lettura, a seconda che si guardi allo stato dell'economia italiana o ai conti pubblici

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Debito pubblico e governo Craxi

Il debito pubblico italiano esplose negli anni Ottanta, che rimangono nella memoria nazionale come il periodo del governo Craxi, malgrado questi sia durato appena tre anni. L’agosto 1983 segnò una rivoluzione nella storia politica della Repubblica italiana, fino ad allora dominata dalla Dc. Qualche anno prima vi era stato l’unico premier non democristiano dal Secondo Dopoguerra, cioè il repubblicano Giovanni Spadolini. Ma con il craxismo a Palazzo Chigi, la musica cambia. Per la prima volta, i socialisti guidavano un esecutivo e lo facevano con un leader innovativo, persino dalla figura ingombrante.

Gli anni del governo Craxi sono segnati da indubbi successi su vari fronti, tra cui l’attivismo dell’Italia in politica estera. Bettino Craxi ebbe una visione, condivisibile o meno che fosse, e la perseguì con tenacia e costanza. Ma la sua eredità è da decenni considerata un testamento funebre per i conti pubblici italiani: il debito pubblico esplose sotto la sua gestione e dopodiché non riuscì più a rientrare.

Era il 14 febbraio 1984, quando il governo Craxi vara il celeberrimo “Decreto di San Valentino”. Con esso, poneva fine alla “scala mobile”, un sistema di indicizzazione dei salari al tasso d’inflazione. Era stato introdotto tramite accordi sindacali con la Confindustria siglati nel 1975, ma entrato in vigore qualche anno più tardi. La scala mobile consentiva ai lavoratori di conservare il potere di acquisto, ma finiva con il tenere alta l’inflazione, creando una spirale perversa tra crescita dei salari e dei prezzi.

Boomerang debito pubblico per il governo Craxi

Quando il governo Craxi pose fine alla scala mobile, riscuotendo successo al referendum abrogativo del giugno 1985, l’inflazione stava riducendosi un po’ in tutto l’Occidente.

Vuoi per la stretta monetaria di USA e Regno Unito, vuoi per il ripiegamento delle quotazioni petrolifere, la stabilità dei prezzi risultava alla portata dei vari governi, Italia compresa. Da noi, l’inflazione crollò dal 13,5% a cui la trovò il premier socialista al 5% a cui la lasciò quando uscì da Palazzo Chigi. Tuttavia, la vittoria si tradusse in boomerang per lo stesso ricordo del craxismo, come testimonia l’esplosione del debito pubblico.

Questi era salito nei tre anni del governo Craxi dal 69% all’85% del PIL. Di lì in poi, anziché ripiegare, continuò a salire fino a culminare al 124% nel 1994. Come mai? Il debito pubblico tende a salire in rapporto al PIL, quando il disavanzo fiscale risulta eccessivo rispetto alla crescita economica nominale. Con il crollo dell’inflazione, il PIL nominale italiano aumentava a ritmi sempre più lenti, mentre il deficit durante gli anni del craxismo non era affatto stato tagliato. Anzi, esso risultava salito dal 10% a più dell’11,5% del PIL. Due furono le ragioni dietro a tale tendenza: Craxi credeva nella leva fiscale per sostenere la crescita economica all’interno di un sistema di libero mercato “guidato”; la politica italiana era diventata eccessivamente clientelare e non aveva la forza e la volontà di tagliare la spesa pubblica o di alzare la pressione fiscale.

Deficit alto, spesa per interessi non determinante

C’è una storiella molto in voga tra gli stessi economisti, secondo la quale il boom del debito pubblico fu dovuto all’esplosione della spesa per interessi. E il sottinteso di questa affermazione sarebbe che a trainarla sia stato il famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981. Quell’anno, il governatore Carlo Azeglio Ciampi e il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, concordarono che la banca centrale non fosse più costretta a comprare il debito pubblico invenduto alle aste, se non fino nel limite del 14%. Un cambiamento, che si poneva l’obiettivo di combattere l’inflazione a due cifre e a responsabilizzare i governi sulla politica fiscale.

Tuttavia, i numeri raccontano altro: in rapporto al PIL, la spesa per interessi salì solo dal 7,5% all’8,4% negli anni del governo Craxi. Nel frattempo, il saldo primario divenne ancora più negativo, scendendo dal -2% al -3%. E per quanto la leva fiscale sostenesse l’economia italiana, il legame tra spesa in deficit e crescita reale del PIL si fece blanda. Nei tre anni di craxismo, l’Italia era cresciuta cumulativamente dell’8,5%. Bene, ma neppure così benissimo come pensiamo.

Il debito pubblico salì, quindi, non già per effetto della spesa per interessi, quanto per l’incapacità e assenza di volontà del governo Craxi di tagliare il deficit. Il più grande successo in politica economica ottenuto dal premier socialista – la lotta all’inflazione – si trasformò in un boomerang. I conti pubblici peggiorarono proprio per la minore crescita nominale del PIL, a fronte di disavanzi fiscali che ristagnavano sopra la doppia cifra. Non che la soluzione sarebbe stata di tenere alta l’inflazione, anzi. Semmai, è mancato quel secondo tempo necessario per accompagnare la stabilità dei prezzi con la solidità fiscale. Chissà che non abbia inciso la cronica breve durata dell’esecutivo. Fatto sta che il governo Craxi viene oggi associato al debito pubblico e agli anni della spesa allegra. In pochi ricordano oggi che fu anche quello che riuscì a sconfiggere l’inflazione, pur rimanendone vittima. Qualcosa di simile accadde negli stessi anni nell’America di Ronald Reagan. Ma quella fu tutta un’altra storia.

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