Google si fa banca con “Cache”, così ci “schederà” tutti

Google lancia "Cache" e si trasforma in banca, grazie alla mole di informazioni che detiene su tutti noi. In futuro, banche, aziende e governi potrebbero dover sottostare al motore di ricerca.

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Google lancia

L’annuncio era nell’aria da tempo e la conferma è arrivata in questi giorni: Google si fa anche un po’ banca. Dall’anno prossimo lancia “Cache”, un servizio di conto su cui depositare denaro e attraverso il quale si potranno richiedere prestiti. L’iniziativa avviene in collaborazione con CitiGroup, per cui il motore di ricerca cerca di tranquillizzare per il momento lo stesso sistema bancario sul fatto che non stia divenendo un loro concorrente, almeno non in assoluta autonomia. Non sappiamo ancora se il servizio prevederà il sostenimento di costi da parte dell’utente o se verrà fornito gratuitamente. Quello che sappiamo, invece, è che trasformerà il sistema del credito internazionale.

Anzitutto, non è la prima volta che un colosso del “Big Tech” lancia servizi finanziari. Basti pensare alla stessa Google Pay per i pagamenti e a Google Wallet per fare acquisti appoggiandosi alle carte di credito o ai bancomat. E Amazon da tempo consente ai clienti di depositare denaro e persino di ricevere piccoli prestiti, un programma che mira alla loro fidelizzazione. Il suo principale concorrente, il cinese Alibaba, ha lanciato anni fa Alipay, una piattaforma di pagamento online. E Facebook ha annunciato persino il lancio di una propria moneta, chiamata Libra, sotto le lenti delle autorità finanziarie e dei governi di tutto il mondo. Infine, Apple ha appena lanciato un servizio di carte di credito.

Amazon può diventare una banca

Rischi e opportunità da Cache

Perché il conto corrente di Google costituisce al contempo una grossa opportunità e un rischio per consumatori, aziende, governi e banche? Da un lato, ponendosi in concorrenza con i sistemi bancari nazionali, offre tendenzialmente una via di fuga rispetto a certi timori che serpeggiano insistentemente in questo periodo.

Ad esempio, se tutte le banche di uno stato o un’area economica imponessero tassi negativi sui loro conti, i clienti avrebbero modo di spostare denaro sul motore di ricerca, della cui solidità finanziaria non esistono dubbi. Anche se offrisse conti infruttiferi, perlomeno si eviterebbe la stangata.

Tuttavia, nulla si crea dal nulla. La capacità di Google di offrire un servizio di natura prettamente finanziaria è legata alla raccolta di una mole di dati così ingente, da fare sbiancare qualsivoglia altra multinazionale. E’ il problema dei cosiddetti “big data”. Ogni giorno, sul motore di ricerca clicchiamo su pagine, articoli, video, banner, inseriamo parole o frasi da cercare. Tutto ciò ci “scheda”, perché Google così riesce a conoscere le nostre preferenze più nascoste e inconfessabili. Con Cache, l’opera viene completata. I prelievi, gli accrediti, le utenze eventualmente domiciliate racconteranno di noi quel poco che Mountain View ancora non sa, vale a dire quanto guadagniamo esattamente, quanto spendiamo e per cosa, i nostri stili di vita, le abitudini alimentari, le preferenze musicali, politiche, i nostri spostamenti, etc.

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Cache e i “big data”

Questa mole di informazioni sarebbe il vero oro a cui Google vorrebbe attingere. Per quanto i suoi vertici abbiano rassicurato che non venderanno i dati raccolti a terzi, poco importa. Nei fatti, grazie ad essi avrà modo ancora più di quanto non faccia oggi di discriminare tra utente e utente sulla base delle caratteristiche commercialmente sensibili, nonché tra le aziende clienti, riuscendo con quasi assoluta esattezza a farsi pagare il valore corrispondente alla propria offerta pubblicitaria. Chi restasse fuori dal suo mondo, rischierebbe di non vendere più nulla per scarsa competitività e mancanza di conoscenze sufficienti per soddisfare la clientela.

Le banche, che oltre tutto hanno già perso in Europa il monopolio della detenzione delle informazioni relative ai clienti, non potranno che subire, non disponendo di un database che sia anche solo lontanamente paragonabile a quello di Google.

Se volessero competere, dovrebbero “acquistare” dati dal motore di ricerca, cioè dovrebbero spendere per riuscire ad attirare risparmiatori in filiale e/o per offrire prestiti a imprese e famiglie.

Banche sotto scacco dalla fintech

Infine, governi e banche centrali vedrebbero limitati i loro poteri. E questo in sé sarebbe senz’altro un bene. Tornando all’esempio dei tassi negativi, i governatori non potrebbero più in futuro fare il bello e il cattivo tempo e distorcere i tassi di mercato a loro piacimento, perché se già oggi le loro azioni si stanno rivelando poco efficaci, l’offerta di servizi bancario/finanziari da parte di colossi come Google finirebbe per renderle del tutto prive di significato. E se i risparmiatori riuscissero nel tempo a spostare masse di denaro nascoste al Fisco senza rischiare di essere scoperti?

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