Golfo Persico, petrolio fino a 95 dollari per evitare la crisi fiscale

L'economia nel Golfo Persico rallenta e servono quotazioni del petrolio fino a quasi 95 dollari per pareggiare i conti pubblici dei vari paesi della regione.

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L'economia nel Golfo Persico rallenta e servono quotazioni del petrolio fino a quasi 95 dollari per pareggiare i conti pubblici dei vari paesi della regione.

L’Arabia Saudita ha emesso ieri bond a 5, 10 e 30 anni per complessivi 17,5 miliardi di dollari, il collocamento maggiore di sempre nella storia del Golfo Persico e di tutte le economie emergenti. Obiettivo: trovare liquidità per tamponare le casse statali, alle prese con la peggiore crisi fiscale da un quarto di secolo a questa parte. Ma Riad non è l’unico paese con problemi di bilancio, perché tutti gli stati della regione stanno subendo i contraccolpi del tracollo delle quotazioni del petrolio, in ripresa nelle ultime settimane, dopo l’accordo preliminare all’interno dell’OPEC e con la Russia per contenere la produzione.

In ogni caso, a metà del 2014 il greggio veniva venduto sui mercati a quasi 115 dollari al barile, oggi a poco più di 50. Inevitabili le ripercussioni sui paesi produttori, che specie nel Golfo Persico dipendono largamente dalla materia prima per entrate statali ed esportazioni.

Quotazioni del petrolio necessarie fino a 95 dollari

L’Arabia Saudita dovrebbe quest’anno registrare un deficit fiscale del 13,5%, destinato a scendere intorno all’8-9% nel 2017. La monarchia assoluta sta adottando diverse misure per porre rimedio all’eccessiva dipendenza dal petrolio, incentivando finalmente l’occupazione privata, che ad oggi rappresenta meno di un terzo del totale, spingendo verso il mercato del lavoro persino le donne. (Leggi anche: Arabia Saudita, crisi di liquidità?)

Secondo le stime diffuse dal Fondo Monetario Internazionale, affinché i bilanci statali dei paesi del Golfo Persico raggiungano il pareggio, sarebbe necessario che le quotazioni del petrolio, ceteris paribus, salgano a 79,70 dollari per i sauditi, a 62,10 dollari per il Qatar, a 58,60 per gli Emirati Arabi, a 47,80 per il Kuwait, a 77,50 per l’Oman e, addirittura, a 93,80 per il Bahrein.

 

 

 

Bassa crescita con basse quotazioni del petrolio

Sempre per l’FMI, la crescita nella regione sarà solamente dell’1,7% quest’anno, accelerando al 2,5% nel 2017. L’economia saudita dovrebbe espandersi di appena l’1,2% dal +3,5% dello scorso anno, mentre Kuwait e Qatar dovrebbero crescere rispettivamente del 2,5% e del 2,6%.

Caso diverso è quello dell’Iran, che quest’anno dovrebbe crescere del 4,5%, a seguito del ritiro delle sanzioni dell’Occidente contro le sue esportazioni, tra cui quelle di greggio. Resta il dubbio che Teheran sia in grado di mantenere questi ritmi anche per i prossimi anni, senza far leva anche su altre direttrici della crescita.

Fabbisogno di 560 miliardi in 5 anni

Standard & Poor’s stima di 560 miliardi di dollari il fabbisogno statale dei sei paesi del Golfo Persico (Iran, escluso) tra il 2015 e il 2019. La parte del leone la fa Riad, che dopo aver registrato un disavanzo di 98 miliardi lo scorso anno, nel 2016 dovrebbe ancora chiudere in passivo di 87 miliardi.

L’entità del ricorso al mercato del debito da parte della regione dipende dalla sua capacità di reperire per altre vie le risorse necessarie per fronteggiare i deficit fiscali. Le riforme iniziano già ad essere varate, tra cui un taglio dei sussidi, elargiti con generosità alle rispettive popolazioni, le quali ad oggi hanno vissuto spesso semi-gratis e senza lavorare, se non alle dipendenze del settore statale. Esempio lampante è proprio l’economia saudita, che conta su 10 milioni di lavoratori immigrati su una popolazione autoctona di 20 milioni. Si capisce meglio il cambio di linea apparente di Riad, che punta adesso a un ritorno più veloce delle quotazioni a livelli nettamente superiori a quelli odierni. (Leggi anche: Golfo Persico taglia i sussidi)

 

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