Gli USA evitano lo ‘shutdown’, ma per 2 mesi. E c’è chi lo invoca contro il Titanic fiscale

Gli USA hanno rinviato il rischio "shutdown" di 2 mesi e mezzo, ma le parti sono lontane da un vero accordo. Il clima pre-elettorale non aiuta.

di , pubblicato il
Gli USA hanno rinviato il rischio

Con un voto all’ultimo minuto, il Congresso americano ha approvato un accordo-ponte tra repubblicani e democratici per evitare lo “shutdown”, la chiusura delle attività federali, che 2 anni fa durò 16 giorni e che sottrasse agli USA, si stimò, almeno lo 0,2% del pil. Il Senato ha approvato con 78 voti contro 20, la Camera con 277 contro 151. Successivamente, il presidente Barack Obama ha ratificato l’accordo. Da oggi, infatti, inizia ufficialmente il nuovo anno fiscale in America, per cui il governo non può effettuare alcuna spesa che non sia stata autorizzata dal Congresso. Tuttavia, l’accordo tra i due schieramenti è solo temporaneo e prevede un piano fino all’11 dicembre, data oltre la quale scatterebbe lo “shutdown”, in assenza di un’intesa ampia tra le parti. Per capire di cosa parliamo, dobbiamo fare un passo indietro a 2 anni fa, quando Congresso e Casa Bianca, l’uno a maggioranza repubblicana in entrambi  i suoi 2 rami, l’altra guidata dai democratici, hanno convenuto di alzare il tetto del debito federale autorizzato a 18.113 miliardi di dollari. Questo tetto, in assenza di correttivi, sarà raggiunto tra poco più di 2 mesi, ma i 2 partiti, già in campagna elettorale per le primarie, in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo e del rinnovo di Camera e Senato, non stanno trovando alcuna intesa, ciascuno arroccato sulle proprie posizioni. I democratici chiedono maggiori tagli alla difesa, mentre i repubblicani vorrebbero togliere il sostegno pubblico al Planned Parenthood, un programma da 500 milioni di dollari per l’assistenza alle famiglie, che finanzia anche l’aborto.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/cosa-e-e-quanto-e-grande-il-debito-usa-facciamo-chiarezza/  

Elezioni USA un ostacolo all’accordo

A complicare la situazione c’è l’annuncio delle dimissioni dello speaker del Congresso, il repubblicano John Boehner, che ad oggi ha garantito una piena collaborazione e disponibilità all’intesa con Casa Bianca e democratici, ma per questo oggetto di strali da parte dell’ala destra del GOP, rappresentata dai Tea Party.

Intervistato alla trasmissione della Cnbc,  “Closing Bell”, un esponente dell’amministrazione Reagan tra il 1981 e il 1985, tale David Stockman, si è dichiarato favorevole allo “shutdown”, sostenendo che sarebbe l’unico modo per indurre il Congresso e il governo a trovare una soluzione al “Titanic fiscale” che rischiano gli USA. In pratica, Stockman ritiene (e non è l’unico, specie a destra), che solo uno “shock” potrebbe far prendere atto agli americani e al loro governo che il debito federale rischia di essere fuori controllo, già esploso al 105% del pil e che sommato a quello degli enti locali arriva al 125%.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/ecco-chi-sono-i-creditori-dellamerica-e-le-ultime-mosse-della-cina/  

Debito USA fuori controllo? Per qualcuno ben venga lo shutdown

Va detto che quand’anche si arrivasse alla chiusura delle attività federali, non accadrebbe nulla di realmente grave, specie per gli investitori, perché la Costituzione americana tutela la reputazione del suo governo, assegnandogli il compito di pagare i creditori a ogni costo. Dunque, i Treasuries continuerebbero ad essere rimborsati come sempre, le cedole sarebbero pagate, mentre è più controverso se il presidente possa per decreto autorizzare l’emissione di nuovi titoli per coprire il fabbisogno finanziario. Sembrerebbe di sì, ma il problema sta nel caos politico che si genererebbe, perché a pochi mesi dalle elezioni, il Congresso salterebbe dalla sedia dinnanzi a una tale prova di forza. Pur non rischiando concretamente nulla, gli investitori temono lo scenario, perché la credibilità degli USA ne uscirebbe devastata, come accadde 4 anni fa con il default tecnico evitato all’ultimo minuto, ma che portò al primo storico declassamento del rating sovrano da parte di S&P, e dopo che già nel 2013 abbiamo assistito ai danni derivanti dallo stop ai servizi federali. La Cina, in particolare, che detiene oltre 1.200 miliardi di dollari in Treasuries allora chiese serietà, minacciando altrimenti di disinvestire. Si tratta di un test sull’efficienza delle istituzioni americane, forse anche sulla capacità della classe politica di Washington di trovare soluzioni condivise e di affrontare i nodi centrali del debito e della spesa pubblica a medio-lungo termine. Non c’è alcun rischio per gli investitori, anche se sono possibili temporanei scossoni emotivi a Wall Street e sul mercato dei Treasuries. Di certo, se nelle prossime settimane non dovesse arrivare un accordo, la Federal Reserve avrebbe una ragione in più per giustificare il rinvio della stretta monetaria.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/il-debito-usa-e-fuori-controllo-e-non-e-piu-sostenibile/    

Argomenti: