Stipendi italiani destinati a restare fermi, lo dicono questi dati

Occupazione in ripresa (di poco) in Italia, ma quanto basta a spegnere le speranze di una crescita di salari e stipendi. Ecco perché.

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Occupazione in ripresa (di poco) in Italia, ma quanto basta a spegnere le speranze di una crescita di salari e stipendi. Ecco perché.

C’è speranza tra i lavoratori italiani, che la ripresa dell’economia attecchisca e con il tempo porti a un assorbimento ancora più marcato del numero dei disoccupati, ancora elevato, oltre che a una ripartenza di salari e stipendi, senza la quale è quasi utopico sperare che i consumi possano tornare a crescere in maniera solida e stabile. Il lieve miglioramento dell’occupazione in questi ultimi mesi lascia sperare in tal senso. Il Jobs Act, la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo Renzi, ha contribuito certamente alla risalita della china, abbassando di circa l’1% il tasso di disoccupazione e spingendo le imprese ad assumere maggiormente con contratti a tempo indeterminato e/o a trasformare quelli a termine. Purtroppo, a differenza di quanto si potrebbe pensare, i numeri suggerirebbero un peggioramento delle aspettative relative all’aumento di stipendi e salari. Vediamo perché.

Occupazione Italia in ripresa

In Italia, nel 2015 gli occupati sono aumentati di circa 170.000 unità rispetto all’anno precedente, salendo a 22 milioni e mezzo di lavoratori. In termini percentuali, la crescita è stata dello 0,8%. Nello stesso arco di tempo, le retribuzioni orarie sono aumentate dell’1,1%, ma nel settore privato dell’1,8%, mentre sono rimasti bloccati in quello pubblico, dove sono fermi da oltre 7 anni. Si tratta dei tassi di crescita più bassi della nostra storia, anche se, grazie al fatto che l’inflazione è stata mediamente zero lo scorso anno, tali aumenti sono interamente reali. Nel 2014, il numero degli occupati era aumentato di appena 110 mila unità, pari allo 0,49%, mentre le retribuzioni orarie erano cresciute mediamente dell’1,3%, a fronte di un’inflazione dello 0,2%.      

Crescita stipendi nel biennio 2014-’15

Nell’ultimo biennio, quindi, i salari e gli stipendi degli italiani risultano cresciuti di quasi il 2,5%, un dato molto basso, ma come vi dimostreremo, al contempo insostenibile per lo stato pietoso della nostra economia.

Nel periodo 2014-2015, infatti, l’inflazione cumulata in Italia è stata solo dello 0,2% e la crescita del pil di appena lo 0,4% (-0,4% nel 2014 e +0,8% nel 2015). Ora, i salari sono legati alla produttività. E’ una regola aurea dell’economia: se crescono a un ritmo superiore alla produttività, si genera inflazione, i prezzi dei beni e dei servizi aumentano e le imprese diventano meno competitive, perdendo consumatori e fette di mercato. Dunque, nel medio-lungo termine, i due valori devono necessariamente essere correlati.

Produttività diminuisce

In termini macro, la produttività di un paese è data dal rapporto tra la crescita del suo pil e quella dei suoi occupati. Il pil misura, infatti, la produzione di beni e servizi dell’intera economia. Le sue variazioni segnalano la crescita o la riduzione della produzione nazionale, mentre l’inflazione mostra l’andamento dei prezzi dei beni e servizi prodotti. In sintesi, nel biennio 2014-2015, il valore della produzione italiana (pil reale + inflazione) è cresciuto solamente dello 0,6%, mentre il numero degli occupati è salito dell’1,3%, il doppio. Pertanto, la produttività della nostra economia è diminuita dello 0,7%. Ciò implica che la dinamica dei salari nel prossimo futuro non potrà essere positiva, rasentando probabilmente la stagnazione nominale o crescendo al di sotto del tasso d’inflazione, specie se questo mostrasse un’accelerazione dalla seconda parte di quest’anno.      

Aumenti salariali impossibili senza crescita

Oltre tutto, bisogna tenere conto che l’aumento dell’occupazione si ha esclusivamente nel settore privato, dove si registrano le uniche variazioni positive anche dei salari, dato che sia il numero dei dipendenti pubblici che i loro stipendi sono bloccati da anni, al fine di contenere la spesa pubblica. Anzi, il primo tende a scendere di poco sin dal 2009. Le imprese italiane, quindi, starebbero registrando una crescita dei salari insostenibile, poiché non “coperta” da un altrettanto aumento del valore della loro produzione.

Viceversa, la ripresa dell’occupazione degli ultimi 2 anni rappresenta un ostacolo importante alla crescita delle retribuzioni, perché abbassa la produttività, date le cifre in gioco per la nostra economia. Solo con un’accelerazione della ripresa economica sarà possibile far tornare a crescere salari e stipendi, altrimenti ai lavoratori italiani spetterà fare i conti con un’ulteriore fase di contrazione in termini reali. D’altronde, è intuibile che se l’occupazione sale (poco) e i prezzi non crescono o tendenzialmente scendono, aumenti salariali sono impossibili.  

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