Gli stimoli di Draghi hanno aiutato l’economia sbagliata, ma anche l’Italia ne ha tratto beneficio

L'Eurozona ha beneficiato degli stimoli monetari della BCE, ma non tutte le sue economie in egual misura. Germania e Italia tra le più avvantaggiate, molto meno Francia e Spagna. Consumi mai trainanti.

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L'Eurozona ha beneficiato degli stimoli monetari della BCE, ma non tutte le sue economie in egual misura. Germania e Italia tra le più avvantaggiate, molto meno Francia e Spagna. Consumi mai trainanti.

Il “quantitative easing” prosegue solamente nella forma di reimpieghi dei proventi derivanti dai bond in scadenza, gli acquisti netti della BCE sono cessati da questo mese dopo quasi 4 anni. Era il gennaio del 2015, quando il governatore Mario Draghi varava il programma di allentamento monetario con inizio a partire dal marzo successivo. L’arrivo di nuovi stimoli, tra cui l’azzeramento dei tassi, era stato annunciato già nel maggio dell’anno precedente, quando il cambio euro-dollaro iniziò a indebolirsi, passando da quasi 1,40 a un minimo prossimo alla parità di due anni fa, scontando la divergenza monetaria crescente con la Federal Reserve, che stava già riducendo gli acquisti di assets realizzati con il suo terzo ciclo di QE e da lì a un anno e mezzo avrebbe avviato la stretta con il primo rialzo dei tassi dal 2006.

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Il QE della BCE ha avuto un effetto positivo indubbio sui conti pubblici di tutti gli stati dell’Eurozona, abbassando notevolmente i rendimenti dei titoli del debito emessi. E così, persino l’Italia dello spread alle stelle ha potuto giovarsi del calo della spesa per interessi, scesa ai minimi da 40 anni, cioè al 3,7-3,8% del pil, con risparmi stimabili in almeno l’1% del pil all’anno. E l’economia? Controversi i risultati, se è vero che l’Italia ha smesso di recedere, ma non è andata granché avanti, crescendo nel quinquennio 2014-2015 di appena il 3,8% in tutto. Ciò non esclude che la nostra economia abbia beneficiato degli stimoli monetari di Draghi, semplicemente perché ci sarebbe potuta andare pure peggio.

Effetti scarsi per Francia e Spagna

Prendendo spunto dai dati macro delle quattro principali economie dell’area, troviamo che tutti hanno registrato un aumento dei consumi privati in valore assoluto, segno che i bassi tassi avrebbero funto da tonificante. Quando si passa, però, per raffrontarli con gli aumenti dei rispettivi tassi di crescita nominali del pil, il discorso cambia. La Germania, ad esempio, segna un aumento annuo dei suoi consumi di circa 190 miliardi di euro rispetto ai 12 mesi precedenti all’annuncio di nuovi stimoli nel maggio 2014, pari a un incremento del 12%.

Tuttavia, in rapporto al pil, la quota dei consumi è scesa nel frattempo da quasi il 56% al 52,2%. In pratica, se già i tedeschi venivano considerati un po’ troppo parsimoniosi, i tassi a zero non solo non hanno modificato le loro abitudini di consumo, anzi avrebbero persino indotto le famiglie a risparmiare ancora di più, un paradosso che si spiegherebbe con l’attuazione di una politica fiscale restrittiva da parte di Berlino, il cui governo ha chiuso i bilanci in attivo lungo tutto il quinquennio.

I consumi privati risultano aumentati anche in tutti gli altri tre stati, con la Spagna a segnare un +13,4% su base annua nel 2018 rispetto a 12 mesi pre-stimoli. Anche in questo caso, però, si riscontra un calo dal 58,8% al 56,8% rispetto al pil. L’Italia con il suo +7% supera la Francia (+5,7%), con i consumi a scendere da circa il 61% e quasi il 60% del pil. Quelli francesi arretrano dal 54,9% al 52,3%. In altre parole, non è stata la domanda delle famiglie ad avere trainato la crescita nel quinquennio passato, segno che il QE avrebbe agito positivamente sui consumi, ma non tale da renderli la forza motrice del pil.

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Bene export di Italia e Germania

Più variegato l’effetto sulle esportazioni, attraverso principalmente l’indebolimento del cambio. La Germania è passata da un surplus commerciale inferiore ai 200 miliardi di euro del 2013 a uno intorno ai 250 miliardi dello scorso anno. In termini cumulati, nel quinquennio si sono registrate esportazioni nette in crescita di oltre 220 miliardi rispetto al 2013, ultimo anno prima dell’annuncio degli stimoli e del tonfo dell’euro contro le altre valute. Trattasi di un aumento sensibile e che corrisponde a circa un settimo della crescita cumulata nominale del pil tedesco dal 2013 al 2018.

Molto bene anche l’Italia, che registra il principale aumento percentuale dell’avanzo netto, cumulando quasi 80 miliardi di euro in più, quasi un quinto del maggiore pil nel quinquennio.

Viceversa, Francia e Spagna sono rimaste in deficit, sebbene la prima abbia ridotto nel frattempo i suoi disavanzi di circa 35 miliardi, mentre la seconda li ha accresciuti di una quarantina. In altre parole, il QE si è rivelato insufficiente a rilanciare l’export francese e non ha minimamente rinvigorito quello spagnolo.

Riassumendo: gli stimoli monetari hanno esitato un aumento sia dei consumi che delle esportazioni di Germania e Italia, mentre per Francia e Spagna sono risultati positivi solo sul fronte dei consumi domestici, non anche delle esportazioni. In nessun caso, però, i consumi si sono rivelati trainanti i tassi di crescita, mentre lo sono state le esportazioni tedesche e ancor di più italiane. Semmai, la Francia è riuscita a fare meno peggio nelle sue relazioni commerciali, ma insieme alla Spagna ha pagato la sua politica fiscale espansiva, che tenendo alta la spesa pubblica in deficit è finita per incentivare anche le importazioni (+8% e +23% rispettivamente), a discapito dei saldi.

E se l’Italia appoggiasse il ‘falco’ tedesco come successore di Draghi alla BCE?

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