Gli scafisti affondano il PD, Renzi & Co perdono pure la “rossa” Toscana

Il crollo del PD anche nelle roccheforti rosse segnala lo sfaldamento di un partito abbarbicato al potere e incapace di rappresentare le istanze degli italiani. Il peggio arriverà nei prossimi mesi per il Nazareno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il crollo del PD anche nelle roccheforti rosse segnala lo sfaldamento di un partito abbarbicato al potere e incapace di rappresentare le istanze degli italiani. Il peggio arriverà nei prossimi mesi per il Nazareno.

I risultati dei ballottaggi alle elezioni amministrative di ieri hanno confermato il crollo del PD, ma dipingendo per il Nazareno uno scenario ben più tetro delle già magre aspettative: i democratici affondano nell’ultimo baluardo loro rimasto, la Toscana. Perdono in tutti e tre i comuni capoluogo al voto, ossia a Siena, Massa e Pisa. Qui, a spuntarla nella corsa a sindaco sono stati i candidati del centro-destra. Già una mezz’ora dopo la mezzanotte si era capito che il sindaco uscente Bruno Valentini avesse perso contro Luigi De Mossi, che ha soffiato la città del palio al centro-sinistra in una storica vittoria ottenuta con il 50,8% dei votanti. E questa è la sconfitta più bruciante per il partito di Matteo Renzi e Maurizio Martina, perché Siena è la città dei guai di MPS, del “sistema” politico-economico attorno al quale ha sguazzato prima il PCI e poi il PDS-DS-PD. E perdere qui significa non avere più diritto di parola dentro la banca più antica del mondo, controllata dai dem fino a poco tempo fa, tramite la Fondazione MPS, che si è ridotta oggi a valere poca roba nel capitale dell’istituto. Il tracollo toscano assume un significante ancora più inquietante per il Nazareno, perché questa è anche la regione di Maria Elena Boschi, volto ormai irrinunciabile del renzismo, nonostante sia da anni fonte di estremo imbarazzo per il partito, tanto da essere stata candidata alla Camera in un seggio altoatesino.

Perché Salvini è diventato l’unico leader politico italiano e come la sinistra ha rinunciato ad esistere 

Il PD ha perso anche in altre roccheforti, come Cinisello Balsamo (MI) e Imola. Quest’ultima è andata al candidato del Movimento 5 Stelle, Manuela Sangiorgi. I grillini conquistano anche Avellino con quasi il 60% dei consensi, battendo il rivale del centro-sinistra. Perdono, però, Ragusa, che viene vinta dal centro-destra, mentre il centro-sinistra può consolarsi con Siracusa, Brindisi, Teramo e Ancona, ma deve rinunciare a Terni, la città dell’acciaieria, strappata dal centro-destra.

Il PD non subisce una debacle storica solo sul piano numerico. Il suo è un tracollo politico, se è vero che non riesce più ad emergere nemmeno nelle regioni sinora considerate non contendibili per il centro-destra. Un assaggio lo avevamo avuto il 4 marzo con i risultati clamorosi del sorpasso del centro-destra ai danni del PD in Emilia-Romagna, ma che sarebbero cadute tutte le roccheforti toscane qualche mese dopo sembrava poco probabile, anche perché sull’elezione dei sindaci appaiono incidere forti dinamiche e storie locali. Invece, nulla sembra essere rimasto di questo PD del toscano Renzi e che vorrebbe ripartire dall’insipida reggenza di Martina.

Finito il partito-sistema del PD

Le ragioni della fine del partito-sistema sarebbero tante, ma la contingenza ha avuto un ruolo determinante. Il PD è rimasto l’unico partito italiano a difendere la vecchia politica di gestione dell’immigrazione, nonché un assetto di relazioni internazionali che ci hanno visti soccombere per tanti anni. Anziché sostenere il tentativo del governo Conte di ottenere rispetto delle regole e delle ragioni dell’Italia in Europa, il Nazareno ha sparato a zero contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, schierandosi con le opache Ong e non riuscendo a prendere le distanze dall’ipocrisia di un Emmanuel Macron o di un Pedro Sanchez, a capo di paesi che gli immigrati li respingono senza sottigliezze e che accolgono spesso a colpi di fucile.

PD e sinistra vanno alle elezioni amministrative senza idee per ripartire 

Il PD perde, perché chi lo sta succedendo alla guida dell’Italia starebbe dimostrando come un nuovo equilibrio internazionale con un’Italia non più remissiva e relegata al ruolo di potenza subordinata sia possibile. Affoga persino nelle sue regioni, non offrendo alternativa alla sua visione di difesa dello status quo a tutto campo. Non ha più un elettorato di riferimento, che affondi le sue radici in una qualche dimensione popolare. Soprattutto, il PD non sembra accorgersi che quella del 4 marzo non è stata una sconfitta come le altre, bensì di quelle che segna la fine di un’era politico-istituzionale. Anziché reagire rinnovandosi e partendo dalla presa d’atto dei numerosi errori commessi, il Nazareno ha contrapposto al governo penta-leghista una visione elitaria e arroccata di sé. Il risultato era già stato allarmante alle elezioni regionali di Molise e Friuli-Venezia-Giulia e il completamento dei risultati locali di ieri lo esalta in negativo.

La linea demenziale di attacco al “populismo” contrapponendogli la fierezza dell’élite dominante che fu sta semplicemente moltiplicando i consensi per il governo Conte, che parrebbe essere apprezzato da oltre due italiani su tre. Ad approfittarne è, soprattutto, la Lega di Salvini, che rappresenta in questa fase la voglia di riscatto degli italiani nei confronti di un sistema europeo (e italiano stesso) che ha calpestato gli interessi nazionali, difesi male o affatto dai governi a marchio PD, con quest’ultimo a sperare che l’unica possibilità che avrebbe di rimettersi in pista consisterebbe nel presentarsi all’opinione pubblica come opposizione ferrea, raccogliendone i frutti e attirando a sé i contrari al e i delusi del Movimento 5 Stelle. E, però, di sconfitta in sconfitta, i democratici si stanno avviando all’estinzione. E il peggio arriverà nei prossimi mesi, quando l’astinenza dalla gestione del potere nazionale inizierà ad avvertirsi nel rapporto con i poteri che contano e anche le mani in pasta negli enti locali saranno di meno, mentre il governo in carica nominerà nuovi vertici presso partecipate del calibro di Cdp, Rai e forse anche MPS, derenzizzandole. Cosa resterà di questo PD che aveva puntato tutto sulla gestione del potere e non sulla rappresentanza di istanze sociali?

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Argomenti: Politica, Politica italiana