Gli italiani sbagliano a tenere troppa liquidità sui conti correnti, come affidare la pecora al lupo

Il rischio di un prelievo forzoso sale con il deterioramento dei conti pubblici e l'idea di parcheggiare tutti i risparmi in banca si rivela un potenziale boomerang per le famiglie.

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Il rischio di un prelievo forzoso sale con il deterioramento dei conti pubblici e l'idea di parcheggiare tutti i risparmi in banca si rivela un potenziale boomerang per le famiglie.

L’Italia in pieno “lockdown” contro il Covid-19 ha portato i suoi risparmi in banca come e più di prima. Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’Abi, in aprile i depositi della clientela presso le banche italiane risultavano in crescita di altri 8,5 miliardi, portando a +19 miliardi il bilancio del bimestre e a +38,5 miliardi quello dei primi 4 mesi dell’anno. Nello stesso periodo del 2019, i depositi erano cresciuti di 29,3 miliardi, per cui si è registrata una crescita tendenziale del 31,4%. Su base annua, sempre in aprile, il dato assoluto parla di +95 miliardi.

I capitali con il Coronavirus fuggono dall’Italia alla Germania e crescono i risparmi in banca

Queste cifre ci spiegano che mentre la crisi economica morde – già prima dell’emergenza Coronavirus eravamo entrati in una spirale recessiva – i conti correnti si gonfiano sempre più. Non è un vero paradosso, perché molti di questi ulteriori depositi sono il frutto sia dei disinvestimenti finanziari degli ultimi mesi con il crac dei mercati accusato tra marzo e aprile (altri 6,2 miliardi di minori obbligazioni bancarie in portafoglio nel bimestre e -8,5 miliardi da inizio anno), sia della prudenza con cui milioni di famiglie si stanno approcciando ai consumi, al di là dell’impossibilità fisica di acquistare beni e servizi in quarantena, temendo il futuro.

Il problema è che molti di noi erroneamente si sentono al sicuro parcheggiando liquidità in banca, pensando che fino a 100.000 euro sui conti non si corrano rischi. Non è così. Prima ancora di preoccuparci delle condizioni finanziarie delle banche, dovremmo attenzionare quelle dello stato italiano, le cui casse sono prossime al collasso per l’impatto violento che sta assestando loro la pandemia. E cosa fa uno stato quando è a corto di quattrini? Li chiede ai suoi cittadini.

Ma poiché aumentare le imposte non è cosa mai facile in una fase di crisi, perché i redditi e il fatturato scendono e la disponibilità dei contribuenti a pagare ancora di più si riduce, ecco che s’ipotizzano soluzioni drastiche, come una patrimoniale.

L’ipotesi di una patrimoniale

La Germania la invoca da tempo sull’Italia, perché la ricchezza delle famiglie nel Bel Paese ammonta a quasi 10.000 miliardi di euro, 5,5 volte il pil e 4 volte il debito pubblico. Prelevando parte di questa immensa ricchezza e trasferendola allo stato, sostengono i ragionier Filini di Berlino, il rapporto debito/pil verrebbe abbattuto. A parte le conseguenze terribili sull’economia di una simile sciocchezza, il principale ostacolo a una patrimoniale arriva dallo stato di illiquidità di gran parte degli assets detenuti dalle famiglie. Se posseggo un immobile dal valore commerciale di 500.000 euro, come fa lo stato a impormi su di esso un prelievo dell’1% (5.000 euro), visto che si tratta di un bene fisico che per tradursi in moneta deve prima essere venduto?

Mentre Conte adombra una patrimoniale sui risparmi, butta altri 3 miliardi con Alitalia

A questo punto, l’attenzione del governo si sposterebbe solo sulla parte finanziaria della ricchezza privata, stimata da Bankitalia in circa 4.200 miliardi. Anche in questo caso, però, le cose appaiono meno semplici di quanto crediamo. In questa cifra rientrano gli investimenti azionari, obbligazionari, in fondi, polizze assicurative, etc. Affinché possano esitare un minimo gettito per lo stato, bisogna che prima questi assets vengano disinvestiti. E ciò provocherebbe una tempesta finanziaria, che alla fine travolgerebbe lo stesso stato. Dunque, l’unica ricchezza più facilmente aggredibile resterebbe quella liquida, che al 30 aprile scorso ammontava a oltre 1.613 miliardi.

Il precedente di Giuliano Amato

Parliamo sostanzialmente di conti correnti e deposito, i quali anch’essi comporterebbero grossi problemi in fase impositiva, perché questo denaro non resta parcheggiato realmente nelle filiali, ma viene impiegato dalle banche per prestarlo a famiglie e imprese.

Tuttavia, le difficoltà tecniche non sembrano insormontabili, tant’è che nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, l’allora governo Amato riuscì ad imporre un prelievo forzoso dello 0,6% sui conti degli italiani, incassando 8.000 miliardi di lire, circa 4,13 miliardi di euro. Oggi, un intervento della stessa entità su tutti i depositi esiterebbe introiti per quasi 10 miliardi, poca roba a dire il vero, tenuto conto che il nostro debito pubblico a fine 2019 fosse salito a quasi 2.410 miliardi e che per fine anno dovrebbe tendere ai 2.600 miliardi.

Conti bancari sotto 100.000 euro davvero sicuri da un prelievo forzoso?

Capite, però, perché sia concettualmente sbagliato pensare che i soldi in banca siano al sicuro? Sarebbe come sostenere che le pecore siano salve dall’assalto dei lupi, semplicemente portandole tutte all’ovile. In realtà, se questo venisse lasciato incustodito, sarebbe il modo migliore per sacrificarle agli appetiti di un branco affamato. E se pensate che nessun governo mai si assumerebbe la responsabilità di una decisione così impopolare, sappiate che a poterla mettere in atto non potrebbe che essere un esecutivo debolissimo, certo della sua fine politica imminente e che si giocherebbe la sua (forse) ultima carta per entrare nelle grazie delle cancellerie europee, gli ultimi alleati che tipicamente rimangono con Roma quando il popolo italiano abbandona il suo capitano.

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