Gli italiani preferiscono il gioco d’azzardo anziché investire sul futuro: ecco i dati clamorosi

Il gioco d'azzardo in Italia è un'industria di tutto rispetto, mentre la previdenza integrativa stenta a diffondersi. L'anomalia italiana.

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Gioco d'azzardo al posto della previdenza integrativa

Il governo Draghi sta cercando di porre rimedio al “salto” a cui sarebbero costretti milioni di lavoratori dall’anno prossimo con la fine di quota 100 per andare in pensione. Un tema che da decenni oramai turba i sonni di ogni premier, oltre che di milioni di lavoratori, diventato sempre più difficile da affrontare in un’ottica sistemica e di lunga durata. La previdenza integrativa nel nostro Paese stenta a decollare come si deve, sebbene il raffronto internazionale ci collochi sopra a stati come la Germania e nettamente davanti alla Francia, dove in pratica i fondi pensione quasi non esistono.

Mancanza di risorse? Scarso senso di programmazione? Giustamente, molte famiglie lamentano i bassi redditi, insufficienti per poter destinare una quota congrua a favore della previdenza integrativa. Tutto vero, anche se i dati ci raccontano che noi italiani siamo un popolo molto incline al piagnisteo e molto meno all’autocritica. Basterebbe citare qualche numero sul gioco d’azzardo per smentire gran parte delle analisi a cui spesso ci affidiamo per giustificare le nostre (cattive) abitudini.

Sapete quanto abbiamo speso nel 2019 per il gioco d’azzardo, vale a dire per le scommesse di vario genere, comprese quelle online? La bellezza di 110,5 miliardi di euro, circa il 6,2% del PIL. Nel 2020, a causa della chiusura per lunghi mesi dei locali per via delle restrizioni anti-Covid, il dato è sceso a 88 miliardi. La spesa effettiva, cioè al netto delle vincite, nel 2019 fu di 19,45 miliardi, oltre l’1% del PIL. Ebbene, pur in lieve crescita sull’anno precedente, nel 2020 noi stessi italiani abbiamo destinato alla previdenza integrativa solamente 16,5 miliardi sotto forma di contributi. Gli asset totali accantonati ammontavano, invece, al 30 giugno 2021 a 205,5 miliardi.

In pratica, a meno di due anni di gioco d’azzardo.

Gioco d’azzardo versus previdenza integrativa

Perché questo raffronto? Esso è emblematico di un modo diffuso di ragionare. Il gioco d’azzardo non va criminalizzato in sé. Chiunque di noi avrà scommesso anche solo una volta nella vita su una partita di calcio o acquistato un gratta e vinci per sognare per un istante di diventare milionari o giocato al lotto o al Superenalotto. O chi non è entrato in una sala bingo o giocato a poker online? Non c’è nulla di sbagliato in tutto ciò, purché non diventi uno stile di vita e si cada nella ludopatia. Ma la quantità fa la qualità: un popolo non può lamentarsi della vecchiaia e spendere centinaia di miliardi all’anno per tentare la fortuna. Se quelle risorse fossero investite sul proprio futuro, non ci sarebbe legge Fornero che tenga.

E, invece, il gioco d’azzardo batte nettamente la previdenza integrativa. A fronte di asset relativamente scarsi accumulati dai fondi pensione in rapporto al PIL, vantiamo il primato nel panorama internazionale della diffusione di apparecchi da gioco rispetto alla popolazione: uno ogni neppure 145 abitanti. Siamo forse ignoranti o stupidi? E’ probabile che lo stato stesso ci induca a tale atteggiamento. Non solo perché si mostra molto liberale verso l’industria del gioco d’azzardo, quando non fa altrettanto con svariate altre attività professionali, ma anche perché ha creato un falso senso di sicurezza verso il sistema previdenziale pubblico, spingendoci a credere che la pensione in futuro resterà garantita a tutti e a livelli dignitosi, quali che fossero i contributi versati.

Questa nostra cecità, legata in buona parte alla visione corta di molti di noi, ci induce a dipendere eccessivamente dall’INPS, cioè dal bilancio pubblico. Pensate che se solo spendessimo la metà di quanto ogni anno puntiamo sul gioco d’azzardo, destinandone l’altra metà alla previdenza integrativa, nel giro di una decina di anni raggiungeremmo la Danimarca in termini di accantonamenti rispetto al PIL, cioè dei paesi meglio messi al mondo sulle pensioni.

E fa specie pensare che molti scommettitori incalliti appartengano a quelle stesse fasce della popolazione più a rischio in età avanzata, avendo spesso alle spalle una scarsa contribuzione. Nessuno criminalizzi il gioco d’azzardo, ma c’è qualcosa che non va nel modo di guardare al futuro di molti di noi. Prendiamone atto.

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