Tra banche e italiani non c’è fiducia, quest’anno potrebbe andare peggio

Le banche italiane non prestano soldi al settore privato, ma anche i risparmiatori segnalano di non riporre molta fiducia nel sistema creditizio nazionale. Nell'ultimo anno risultano "spariti" 17,5 miliardi.

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Le banche italiane non prestano soldi al settore privato, ma anche i risparmiatori segnalano di non riporre molta fiducia nel sistema creditizio nazionale. Nell'ultimo anno risultano

I dati di ieri dell’Abi confermano quanto profonda sia la crisi del credito in Italia, benché si continui a ostentare ottimismo, non supportato affatto dai dati. Iniziamo da una constatazione: la raccolta delle banche italiane tra la clientela è stata a gennaio di 1.665,9 miliardi, in calo dai 1.683,4 miliardi di un anno prima, ovvero di 17,5 miliardi (-1,5%). La contrazione è frutto, in particolare, della fuga dei risparmiatori italiani dalle obbligazioni bancarie, passate in 12 mesi da 373,7 a 307,3 miliardi, segnando un crollo del 17,8%, mentre i depositi bancari sono cresciuti da 1.309,6 a 1.358,6 miliardi (+3,7%).

A fronte di una minore raccolta diretta, le banche hanno anche prestato meno denaro a imprese e famiglie italiane, erogando loro 1.400 miliardi, 10,3 in meno di un anno prima. Gli stessi dati suggeriscono un’esposizione sostanzialmente stabile e intorno a 405 miliardi verso i titoli del debito pubblico italiano e degli altri paesi. Alla fine del 2016, le sofferenze nette delle banche italiane risultavano in crescita di 1,6 miliardi a 86,9 miliardi, il 4,89% del totale degli impieghi, il che spiega in buona parte perché non stia ripartendo il credito. (Leggi anche: Banche italiane e BTp, rischi e opportunità)

Pesa anche la paura per la fine dell’euro?

Ora, queste cifre dimostrano che gli italiani abbiano ritirato dal sistema bancario nell’ultimo anno qualcosa come l’1,1% del pil, mentre le banche hanno prestato una decina di miliardi in meno, ovvero lo 0,6% del pil. Di cosa avrebbero paura i primi? Certamente, la crisi dei nostri istituti non ha giovato ad avvicinare nuovi risparmi, anche se con il salvataggio delle quattro banche nel novembre 2015 (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), pare che i risparmiatori si stiano spostando sui depositi, come a volersi tenere liquidi e pronti a ritirare il loro denaro, non appena dovessero materializzarsi segnali di cedimento ulteriore del sistema bancario, così come forse anche dell’euro.

Già, l’euro. Vi ricordate le vicissitudini legate al rischio Grexit, ovvero alle trattative nel corso dei primi 7 mesi del 2015 tra il governo Tsipras e i creditori europei, che stavano per spingere Atene fuori dall’euro? Ebbene, nei mesi più convulsi, quelli tra maggio e luglio, i depositi degli italiani scesero di oltre 9 miliardi, a cui si sommano i 14,5 miliardi in meno investiti nelle obbligazioni bancarie, se quest’ultimo è un trend ormai pluriennale.

In totale, però, in appena tre mesi defluirono dai nostri istituti in tutto silenzio quasi 24 miliardi di euro. Sarà un caso, ma i depositi tornarono a crescere dal mese di agosto, quando il terzo salvataggio della Grecia in 5 anni pose fine, almeno per il momento, al rischio di una rottura dell’Eurozona. (Leggi anche: Grecia fuori dall’euro per passare al dollaro)

Rischio fuga dei risparmiatori?

Di Grexit si torna a parlare da qualche settimana, anche se il sentimento predominante nell’opinione pubblica è ormai di stanchezza per una farsa, che dura da troppo tempo e che non appassiona davvero più nessuno. Il guaio è che tra elezioni in tutti gli stati-chiave della UE, forse Italia compresa, e nessun miglioramento percettibile dell’economia ellenica, l’uscita dall’euro della Grecia stavolta potrebbe essere più realistica di quanto il minore clamore mediatico facciano pensare.

Se lo scenario peggiore dovesse realizzarsi, esisterebbe il rischio di una fuga dei risparmiatori italiani dalle banche? La risposta non può dirsi certa, ma considerando che l’Italia venga percepita quale l’economia immediatamente più esposta dopo la Grecia al rischio di uscita dall’Eurozona, lo spostamento dei capitali all’estero (Germania, etc.) sarebbe perfettamente possibile, specie considerando che quasi 1.160 miliardi risulterebbero detenuti in depositi, certificati di deposito e conti correnti, ovvero in strumenti molto liquidi.

D’altra parte, l’eventuale discesa anche dei depositi, nel caso di panico per il degenerare della crisi ellenica o per le tensioni geo-politiche nell’Eurozona, avrebbe quale effetto immediato potenziale una stretta ulteriore sul credito al settore privato e l’aumento del rapporto sofferenze/impieghi, denotando un peggioramento delle condizioni patrimoniali del nostro sistema del credito. Il 2017 sarà un anno molto delicato per le banche italiane, già reduci da un 2016 da dimenticare.

Stavolta, però, i problemi potrebbero arrivare non dalla borsa o dai debitori, bensì dai clienti-risparmiatori. (Leggi anche: Banche italiane salve solo fuori dall’euro per SocGen)

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