Gli italiani hanno paura e l’economia collassa

Crescita economica italiana al palo da anni, mentre crescono i risparmi a ritmi impressionanti e i prestiti restano fermi. Ma com'è possibile che il conto in banca si gonfi in un'economia depressa?

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Crescita economica italiana al palo da anni, mentre crescono i risparmi a ritmi impressionanti e i prestiti restano fermi. Ma com'è possibile che il conto in banca si gonfi in un'economia depressa?

Tra i dubbi amletici di sempre vi è quello se sia nato prima l’uovo o la gallina. E in Italia ci chiediamo da anni se la crisi economica e finanziaria esplosa nel 2008 abbia alimentato la paura, allontanando il ritorno alla crescita, oppure se non sia stata proprio la paura, a un certo punto, ad avere provocato la crisi dell’economia, con riferimento alla seconda recessione tra il 2011 e il 2014 e dalla quale sembra che non riusciamo più a risollevarci.

I dati dell’Associazione bancaria italiana appaiono uno specchio alquanto ambiguo di un’Italia non esattamente messa così male come crediamo. A novembre, sui conti correnti e deposito risultavano giacenze per 1.580 miliardi di euro, in crescita di 116 miliardi negli ultimi 12 mesi (+7,9%). Sommando anche gli investimenti in obbligazioni bancarie, per la prima volta in crescita annuale dopo 7 anni, si arriva a un totale di 1.820 miliardi.

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Rispetto alla fine del 2007, quando ci dirigevamo inconsapevolmente verso la più grave crisi economica e finanziaria dalla Grande Depressione, i depositi propriamente detti risultano cresciuti di 555 miliardi (+54,2%), mentre le obbligazioni bancarie in portafoglio sono crollate del 54%. Nel complesso, la raccolta bancaria è lievitata di 271 miliardi, +17,5%. Ma il risparmio di per sé è un indicatore di benessere, segnala la capacità delle famiglie di mettere da parte qualcosa dopo avere consumato almeno il minimo indispensabile. Com’è possibile che l’economia italiana vada così male, se i risparmi non fanno che crescere?

Solo nell’ultimo anno, a fronte di una crescita azzerata, la raccolta bancaria è cresciuta del 7%. E tra il 2007 e oggi, il pil nominale si è espanso di appena 150 miliardi, cioè del 9,3%, anche se in termini reali (al netto dell’inflazione) è sceso di circa il 4,5%. A conti fatti, nel lungo periodo si è registrato un incremento del risparmio quasi doppio rispetto alla crescita dell’economia italiana. E nello stesso arco di tempo, i prestiti delle banche sono cresciuti solamente di 20 miliardi, cioè sono diminuiti in termini reali di circa il 12,5%. E mentre nel 2007, essi incidevano per il 104% del pil, adesso non vanno oltre il 96%.

Non solo: allora, superavano la raccolta di quasi 125 miliardi, mentre oggi la inseguono di un valore altrettanto elevato.

Da dove arrivano i risparmi?

In sintesi, prima della crisi le banche prestavano più denaro di quanto ne avessero raccolto tra i clienti e per un valore superiore al pil, mentre oggi sono molto indietro sia verso l’uno che l’altro. I risparmi sono aumentati a un ritmo di 13,5 volte superiore ai prestiti, per cui l’Italia ha smesso di consumare e investire e si è rifugiata nel conto in banca, seppure divenuto infruttifero. E attenzione, perché quando parliamo di prestiti delle banche in Italia, ci riferiamo non solo a quelli elargiti a famiglie e imprese, bensì pure alla Pubblica Amministrazione. E in questo lungo decennio, le banche hanno sostanzialmente raddoppiato le esposizioni verso i titoli di stato domestici, per cui non solo prestano nel totale quasi la stessa quantità di denaro del 2007, ma lo hanno redistribuito in favore dei BTp e a sfavore di mutui alle famiglie e finanziamenti alle società non finanziarie.

Resta da capire da dove arrivi questo fiume di risparmi. Un indicatore ce lo fornisce la pubblicazione periodica delle stime della Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie. Alla fine del 2017, quella di natura finanziaria risultava pari a 4.400 miliardi di euro, circa 800 in più rispetto ai livelli del 2010. In pratica, la ripresa dei mercati ha creato valore nei portafogli delle famiglie ed è presumibile che, man mano che queste hanno disinvestito per realizzare i guadagni, li abbiano convertiti in liquidità parcheggiata in banca nell’attesa di tempi migliori, fiutando il rischio di ributtarsi sui mercati a prezzi degli assets ormai troppo alti, così come di dovere affrontare una qualche emergenza personale, visto il quadro macroeconomico depresso.

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Il fatto che le plusvalenze finanziarie non si siano trasformate in nuovi investimenti e che nemmeno le stesse banche, pur raggiunte da un fiume di denaro, abbiano sostenuto la ripresa dell’economia con maggiori erogazioni ai clienti sarebbero la spia di un malessere profondo che si respira tra le varie categorie sociali, dal lavoratore al libero professionista, dall’imprenditore al disoccupato.

Nessuno investe, nessuno acquista beni durevoli più dello stretto necessario e nessuno si aspetta un visibile miglioramento a breve dell’economia, che nei fatti si avvita su sé stessa. Lo stato non fa che accrescere ansie e timori, esibendo confusione sui principali temi in agenda e non lasciando intravedere alcun allentamento fiscale in vista. E il conto in banca continua a gonfiarsi, senza che ciò denoti alcunché di positivo per il futuro della nostra economia.

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