Gli interessi sul debito hanno azzerato i sacrifici degli italiani, l’Europa non può più ignorarlo

Il debito pubblico italiano si autoalimenta a causa degli interessi. Eppure, il nostro non è più da decenni un paese spendaccione, anzi.

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Il debito pubblico italiano si autoalimenta a causa degli interessi. Eppure, il nostro non è più da decenni un paese spendaccione, anzi.

Che l’Italia venga considerata una minaccia alla stabilità dell’Eurozona è cosa nota da anni e negli ultimi mesi, con la nascita del governo giallo-verde, il refrain è diventato quasi assillante tra i mercati e la stampa internazionale. Con la sua montagna del debito pubblico da 2.300 miliardi di euro, pari al 131% del pil, il nostro Paese è percepito quale estremamente vulnerabile al rialzo del costo del denaro da un lato e alle vicissitudini dell’economia dall’altro.

Tuttavia, la storia dei nostri conti pubblici si mostra molto diversa da come viene raccontata. I numeri non mentono e ci descrivono una realtà abbastanza virtuosa, almeno ad iniziare dagli anni Novanta. Deteniamo il record mondiale per il maggior numero di anni consecutivi di avanzi primari. Dal 1992 ad oggi, per ben 25 volte abbiamo chiuso il bilancio in attivo, al netto della spesa per interessi, mentre solo una volta – nel 2009, anno di crisi nera per il mondo – abbiamo segnato un dato negativo (-0,9% del pil) e nel 2010 abbiamo riportato un pareggio.

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Questo significa che l’Italia, che pure negli anni Ottanta era stata cicala, da oltre un quarto di secolo è diventata una formica. Purtroppo, i risultati non si vedono. Come mai? Nonostante il governo centrale e gli enti locali spendano costantemente meno di quanto incassino, alla fine arrivano gli interessi sull’enorme mole di debito accumulato ad azzerare i sacrifici. I contribuenti italiani risultano tra i più tartassati al mondo e sappiamo quanto l’alta pressione fiscale non trovi corrispondenza nei servizi ricevuti. Tuttavia, ciò non ha consentito al nostro debito di dimagrire in relazione alle dimensioni dell’economia, visto che la voce per gli interessi costringe ogni anno lo stato a continuare a chiudere il bilancio in deficit.

Le cifre di una virtù ignorata

Dal 1992, l’avanzo primario medio è stato del 2,3% del pil, ma con punte del 6,2% nel 1997, anno in cui l’allora governo Prodi stangò famiglie e imprese con la famosa “eurotassa” per entrare nell’area della moneta unica.

In valore assoluto, il surplus arrivò alla cifra enorme di 95 miliardi di euro. In tutto, sono stati 1.000 miliardi quelli che la Pubblica Amministrazione ha speso in meno rispetto alle entrate. Ciononostante, nello stesso periodo il debito pubblico italiano è cresciuto di 915 miliardi di euro, a conferma di quanto gli interessi abbiano surclassato i sacrifici dei contribuenti. Per l’esattezza, essi hanno pesato cumulativamente per oltre 1.910 miliardi, pari a quasi 71 miliardi in media all’anno. Dunque, dal 1992 abbiamo chiuso mediamente il bilancio con un disavanzo di 34 miliardi, frutto di 37 miliardi di avanzo primario e di 71 miliardi di interessi sul debito.

Nell’anno da poco trascorso, l’Italia dovrebbe avere portato in dote all’Eurozona quasi un quarto (22,7%) del suo intero avanzo primario atteso, nonostante le dimensioni della sua economia pesino per meno di un sesto del totale dell’area (15,2%). Il raffronto con stati come la Francia non lascia spazio a dubbi: pure in piena crisi, dal 2008 al 2018 solo per un anno abbiamo registrato un disavanzo primario, mentre Parigi non è mai riuscita a segnare un surplus. Se i nostri rendimenti sovrani risultassero meno gravosi, ad esempio ai livelli francesi, i nostri conti pubblici sarebbero sostanzialmente già in pareggio e il rapporto debito/pil si ridurrebbe agevolmente.

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In fondo, quello che l’Italia sta pagando come extra-costo rispetto ai partner dell’Eurozona sembra essere la perdita della fiducia dei mercati, avvenuta intorno alla metà degli anni Ottanta, quando le dimensioni del debito divennero gigantesche e tra frequenti svalutazioni della lira e alta inflazione, ai nostri titoli di stato vennero richiesti rendimenti stellari, i quali a loro volta alimentarono la spirale fiscale negativa. Ma non abbiamo più la lira, né l’inflazione costituisce ormai un problema per l’economia italiana, eppure i mercati ci percepiscono come se fossimo ancora all’epoca dei governi del CAF. Il segno che l’irreversibilità della moneta unica, che ne dica Mario Draghi dalla BCE, sarebbe tutt’altro che considerata granitica dagli investitori.

Il resto lo starebbero facendo proprio la sub-ottimalità dell’euro e la costruzione incompleta dell’unione monetaria, che tenendo assieme economie diverse e con cicli tra loro sfasati senza sostegno per le aree più deboli, contribuisce a rallentare i nostri tassi di crescita, aggravando il rapporto tra debito e pil.

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