Gli insulti di Verhofstadt a Conte e l’urgenza di una strategia dell’Italia dopo le elezioni europee

L'Italia giallo-verde dovrà puntare a una strategia concreta dopo le elezioni europee, altrimenti rischia di essere isolata e senza sostegno per la sua economia. Vediamo qualche scenario possibile.

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L'Italia giallo-verde dovrà puntare a una strategia concreta dopo le elezioni europee, altrimenti rischia di essere isolata e senza sostegno per la sua economia. Vediamo qualche scenario possibile.

Essere definiti un “burattino” è un insulto sempre e comunque, ma quando viene indirizzato a un capo di governo, l’epiteto assume una valenza denigratoria persino nei confronti dei cittadini che questi rappresenta. E il premier Giuseppe Conte si è sentito dire questo e molto di più all’Europarlamento di martedì, non solo dal capogruppo dell’Alde, il belga Guy Verhofstadt, che si atteggia da anni a Strasburgo come il depositario di verità rivelate esclusivamente a lui, tanto da essere inviso a gran parte dei suoi stessi colleghi di partito e da essere con ogni probabilità rimpiazzato come leader dopo le elezioni europee.

Se consideriamo che lo stesso trattamento fu riservato nel 2003 all’allora premier Silvio Berlusconi nel giorno di assunzione della presidenza di turno della UE, non possiamo non notare che l’Italia da tempo sia sotto scacco, considerata in Europa alla stregua di uno stato di serie B o anche C, impossibilitato di dire la sua su qualsiasi questione e oggetto naturale di reprimende a ogni tentativo di portare avanti una posizione autonoma.

Poiché in politica, così come nella vita, ciascuno avrebbe ciò che si merita, il problema che emerge è sostanzialmente di una nazione allo sbando, senza una visione d’insieme delle cose e che va da decenni a rimorchio ora della Francia, ora della Germania, ora persino della Spagna, in assenza di una strategia interna condivisa tra i principali schieramenti.

Le elezioni europee saranno l’occasione per verificare se l’Italia disponga o meno di margini di manovra nei prossimi anni a Bruxelles. Se così fosse, bisognerebbe sfruttarli al meglio, altrimenti due si riveleranno le uniche opzioni perseguibili: accodarsi alla Francia o alla Germania sulla base della maggiore convenienza nazionale, oppure fare come Londra, vale a dire uscire dalla UE con tutte le conseguenze che ne deriverebbero sul piano economico, finanziario e politico. Probabile che sceglieremo la terza opzione non consentita: restare nella UE da non protagonisti “critici”. E ciò ci allontanerebbe sempre più dal nucleo di comando, relegandoci a una posizione di pura subordinazione.

Avete presente il piano B dell’ormai ex ministro Paolo Savona? Se fossimo un popolo che ragionasse, anziché limitarsi ad urlare nelle pubbliche piazze, ammetteremmo che abbia un senso. Solo se si possiede un’alternativa credibile e praticabile, agli occhi degli interlocutori si ha un certo potere negoziale al tavolo delle trattative. L’Italia non ha un piano A, figuriamoci quello B.

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Gli scenari tra Commissione e BCE

Ad ogni modo, dobbiamo decidere entro maggio cosa vogliamo fare da grandi. Subito dopo il rinnovo dell’Europarlamento, dovranno scegliersi i presidenti della UE, della Commissione europea, dello stesso Europarlamento e della BCE. Tutte posizioni apicali, ma due vanno al cuore dell’economia: Commissione e BCE. La prima influenza le politiche di bilancio degli stati dell’Eurozona, insomma si occupa della politica fiscale; la seconda di quella monetaria. L’Italia non potrà reclamare un proprio uomo per Francoforte, essendo il governatore uscente proprio l’italiano Mario Draghi. Non ha nemmeno candidati in corsa per la poltrona di presidente della Commissione, visto che qui dal 2014 viene applicato il metodo dello “Spitzenkandidat”, pur informalmente. In pratica, assume la carica colui o colei, il cui partito ha ottenuto il maggior numero di seggi. E il vincitore dovrebbe essere il PPE del bavarese Manfred Weber, tra i critici dell’Italia “giallo-verde” l’altro ieri, per quanto non abbia mai proferito insulti al nostro indirizzo.

Poiché le cariche vengono spartite anche e, soprattutto, sulla base della nazionalità, va da sé che se Weber diventasse presidente della Commissione, succedendo al disastroso Jean-Claude Juncker, la Germania non avrebbe più chance per piazzare un proprio uomo come governatore della BCE. A quel punto, le ipotesi più probabili sarebbero che quella posizione torni alla Francia dopo soli otto anni. In corsa, vi sarebbero non uno, né due, bensì tre candidati d’Oltralpe: l’attuale consigliere esecutivo Benoit Coeuré, considerato una “colomba” e co-artefice dell’allentamento monetario deciso da Draghi in questi anni; il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, apprezzato da falchi e colombe per le sue posizioni non pregiudiziali di politica monetaria e, infine, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, da considerarsi una donna pragmatica in fatto di tassi e misure non convenzionali.

La Germania ancora ci spera per il suo Jens Weidmann, specie dopo che l’Italia ha aperto clamorosamente al suo mandato alla BCE con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Tuttavia, torniamo al problema di prima: o Berlino molla Bruxelles o Francoforte, tutte e due le posizioni non paiono possibili. Se puntasse sulla BCE? Per Parigi si aprirebbe la strada della Commissione, con alla guida Michel Barnier, attuale capo-negoziatore per la UE sulla Brexit, ex commissario alla Concorrenza e da considerarsi un conservatore ultra-europeista. Per l’Italia di Luigi Di Maio e Matteo Salvini una pessima notizia, anche perché Weber punterebbe a un’alleanza con i gruppi sovranisti non nazionalisti, insomma includendo la Lega, ma chiudendo a Marine Le Pen.

Le possibili manovre italiane

Quali carte potremmo giocarci? Tutto dipende da cosa riteniamo essere prioritario per l’Italia. Se intendiamo batterci per strappare concessioni sul piano fiscale, dovremmo appoggiare Weidmann per ottenere una posizione di rilievo nella Commissione, attraverso la quale sperare di allentare la vigilanza sui nostri conti pubblici; se crediamo, invece, che la nostra salvezza nei prossimi anni passi per la conduzione di una politica monetaria accomodante, in continuità con l’indirizzo dato da Draghi, dovremmo appoggiare Weber alla Commissione, così da vantare un credito con i tedeschi per Francoforte, da spendere magari condividendo con l’asse franco-tedesco la nomina del prossimo governatore.

L’apertura a Weidmann potrebbe leggersi come interesse dell’Italia a piazzare un tedesco al posto di un francese alla guida della BCE, così da fare un dispetto a Macron, ma riscuotendo il credito a Bruxelles, dove Roma dovrebbe ottenere una posizione importante, anche se rischierebbe di ritrovarsi un francese come presidente della Commissione.

Oppure, sarebbe l’esatto contrario: Tria avrebbe aperto al tedesco per fare sì che l’Italia abbia voce in capitolo nella nomina del successore di Draghi e nelle scelte decisionali che verranno adottate in politica monetaria nei prossimi otto anni.

E se l’Italia appoggiasse il “falco” tedesco come successore di Draghi alla BCE?

Cosa serve davvero all’Italia

Più che ipotizzare incredibili sfornate di ulteriore flessibilità fiscale, le quali sotto i governi del PD hanno esitato risultati quasi nulli sul fronte della crescita e che verosimilmente verrebbero utilizzate per accrescere la spesa corrente già elevata, sarebbe interesse italiano assicurarsi che il futuro governatore non commetta il tragico errore del predecessore di Draghi, quel Jean-Claude Trichet, che alzò i tassi proprio mentre iniziava a infuriare la tempesta finanziaria nell’Eurozona, esacerbando la crisi dello spread in Italia, Spagna e Portogallo. Sappiamo com’è finita. Soprattutto, ci serve come l’aria un governatore, che non tuoni dalla mattina alla sera contro il nostro debito pubblico, il quale è certamente molto alto, ma non presenta segni di insolvibilità. Anzi, siamo abituati a conviverci da un quarto di secolo e senza che ciò abbia mai impensierito seriamente i governi che si sono succeduti, semmai impossibilitati a godere di margini di manovra sui conti pubblici.

Lo spread BTp-Bund è altissimo oggi, nonostante sia sceso dai massimi toccati nell’ottobre scorso, riflettendo non tanto i timori dei mercati per il nostro stato finanziario, quanto le tensioni costanti tra Roma e Bruxelles. La Spagna è tornata in crisi politica per la terza volta in poco più di due anni, quando ieri al governo Sanchez il Parlamento ha bocciato la finanziaria, aprendo le porte ad elezioni anticipate in aprile. Eppure, lo spread spagnolo si attesta su livelli intorno a poco più di 110 punti base, due volte e mezzo più bassi dei nostri. Come mai? Nessuno ha mai messo in dubbio a Bruxelles o Francoforte la solvibilità del debito iberico, anzi Madrid è stata lodata oltremisura per le sue riforme economiche di questi anni.

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Per il mercato, ciò equivale a una garanzia informale della BCE, contrariamente a quanto avviene per l’Italia, dove al netto di certe strampalate dichiarazioni sul ritorno alla lira, il problema consiste nella chiusura a riccio delle istituzioni europee contro i governi di Roma, come se rischiassimo, a un certo punto, di essere messi alla porta dell’euro. Questo spiegherebbe perché lo spread sia esploso e poi parzialmente rientrato rispettivamente durante e al termine delle trattative tra Roma e Bruxelles sul deficit. Se i mercati fossero stati preoccupati davvero (solo) dalla politica fiscale più espansiva dell’Italia, avrebbero dovuto continuare a vendere i nostri bond, anche se va riconosciuto che su pressione dei commissari il deficit-obiettivo sia stato tagliato di 4 decimali di punto al 2%.

Il patto con la Germania

Può un tedesco garantirci qualcosa in più di quanto non faccia un altro europeo? Ciò dipenderà dal mandato implicito che riceverebbe con la sua nomina. Dimentichiamoci che possa accontentarci con i tassi sempre azzerati o un “quantitative easing” perpetuo. Del resto, i nostri BTp prezzano già come se fossimo in un ambiente monetario restrittivo, per cui il problema per noi non saranno tanto i tempi del varo della stretta. Minore pressione sul debito pubblico, in cambio di riforme e conti pubblici non squilibrati, sarebbe un buon esito per il governo Conte e chi gli dovesse succedere nei prossimi anni. Magari i tedeschi rinuncerebbero ai forconi per costringerci in tempi brevi al pareggio di bilancio, ma tra un po’ di deficit in più rispetto alle attuali tappe concordate e un messaggio sostanzialmente rassicurante da parte della BCE sui nostri bond, eviteremmo il peggio.

Per questo, quindi, serve muoversi con e non contro la Germania, in un quadro di cooperazione bilaterale improntato sul “do ut des”, rifuggendo dall’europeismo classico di maniera all’italiana, per cui appoggiamo da decenni qualsiasi progetto discusso a Bruxelles e proposto da altri, anche quando cozzasse con il nostro interesse nazionale. Bail-in e Fiscal Compact insegnano. E non a caso Salvini, il più attrezzato politicamente dei due leader della maggioranza, da mesi si muove con toni concilianti verso Berlino, anche perché l’unico reale ostacolo al potere negoziale dell’Italia in seno alle istituzioni comunitarie è rappresentato seriamente dalla cancelliera Angela Merkel, che tra crollo di popolarità in patria, ascesa attesa dei “populisti” alle elezioni europee di maggio e recessione quasi in corso in Germania dovrebbe svaligiare da qui a non molto, lasciando il posto probabilmente a un nuovo capo di governo meno euro-filosofeggiante.

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