Gli effetti della crisi: ogni due ore falliscono tre imprese

Ogni giorno nel nostro paese 35 imprenditori alzano bandiera bianca. Dall'inizio dell'anno i fallimenti delle imprese sono stati 5300. Un bollettino di guerra

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Ogni giorno nel nostro paese 35 imprenditori alzano bandiera bianca. Dall'inizio dell'anno i fallimenti delle imprese sono stati 5300. Un bollettino di guerra

La percezione della crisi economica in Italia è viva, peggiora di giorno in giorno. Per commercianti e imprenditori è un periodo nero, che non accenna ad attenuarsi, soprattutto alla luce degli ultimi effetti fiscali, pesanti per qualsiasi tipo di impresa. I numeri, a conti fatti, dicono questo: in Italia va via via sgretolandosi l’esercizio commerciale a suon di fallimenti. E non accenna a placarsi il processo innescato negli ultimi mesi. Neanche quando si parla di medie giornaliere, si può dormire sonni tranquilli. Al contrario, ci si impressiona. Trentacinque fallimenti al giorno sulla penisola, che in due ore fanno tre imprese che gettano la spugna; nel 2013 figurano oltre cinquemila abbandoni, un 5,6% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che corrispondono a duecentottantaquattro imprese fuori dai giochi in soli sei mesi del nuovo anno. La fotografia di Unioncamere sulla crisi italiana è impietosa, ripercorre perfettamente tutto il disagio vissuto negli ultimi tempi tra lamentele e velate proteste di piazza, una rappresentazione del baratro in cui è caduto il ‘belpaese’, proprio nel momento in cui il governo è alla ricerca di risorse disperate per ripianare quantomeno quel senso di speranza finito (quasi) irrimediabilmente nel dimenticatoio. Oltre ai fallimenti, preoccupano i dati sulle domande di concordato: siamo di fronte a numeri triplicati rispetto al 2012, un passaggio da 539 casi a 904 (+68%). I creditori bussano e, in molti casi, proseguono situazioni disperate.

 

Aziende in crisi: le attività manifatturiere pagano il prezzo più alto

Detto dell’impresa sempre più in crisi, con i consumi che scendono e la difficoltà di agganciarsi al treno dell’export causa costi troppo alti, la questione crediti allarma lo Stato, che pur pagando la prima parte dei debiti arretrati (20 miliardi) si troverebbe comunque dinanzi ad una crisi del mondo privato non indifferente.

La situazione debitoria, spesso e volentieri, parte da lì. I settori più colpiti sono le attività manifatturiere (1131 fallimenti), le costruzioni (1138) e il commercio, al dettaglio e all’ingrosso (1203). Tempi cupi anche per il settore immobiliare, per il trasporto, magazzinaggio, seguiti a ruota dalla flessione riscontrata dai ristoratori (seppur più lieve) e dai produttori di mobili. Le domande di concordato raggiungono numeri altissimi nel settore immobiliare (+277%), fino ad arrivare agli alimentari (+222,2%).

 

Fallimenti imprese: è crisi profonda da Nord a Sud

Non c’è soltanto il Mezzogiorno al centro dell’esame. I tempi della produttività al Nord sembrano essersi arenati, i numeri confezionano una crisi che avvolge l’intero paese senza particolari distinzioni. Ad esempio, è Milano la città con il primato più alto di fallimenti (circa il 10% del campione totale), ben 525 nei primi cinque mesi del nuovo anno. Seguono a ruota, in uno scenario desolante, Roma (466), Napoli, Torino, Brescia e Firenze. Pertanto, spetta alla Lombardia il primato in negativo nel panorama regionale: 1211 ko, seguita da Lazio e Veneto. In controtendenza anche i dati sulle altre regioni. Significativo l’aumento dei fallimenti in Toscana, Calabria ed Emilia Romagna, che in passato avevano fatto registrare numeri meno allarmanti, segno di una crisi che sta penetrando in ogni angolo del paese. Di fronte ad una situazione del genere, l’impressione è che non basteranno misure di contorno. Serve uno scatto forte, una cura che sappia restituire ossigeno alle imprese. Il prima possibile.

 

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