Gli effetti del dollaro debole sull’economia mondiale

Il dollaro si è indebolito del 3% a gennaio, scendendo ai minimi da oltre 3 anni. Ieri, il presidente Trump è intervenuto a suo sostegno da Davos. Ma cosa si cela dietro questo trend e cosa potrebbe comportare?

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Il dollaro si è indebolito del 3% a gennaio, scendendo ai minimi da oltre 3 anni. Ieri, il presidente Trump è intervenuto a suo sostegno da Davos. Ma cosa si cela dietro questo trend e cosa potrebbe comportare?

Il dollaro ha perso mediamente il 6,5% contro le altre valute dagli inizi di novembre e oltre l’11% su base annua, scendendo al livello più basso da oltre 3 anni. Le perdite per il biglietto verde si mostrano generalizzate. Solo il peso argentino è riuscito a indebolirsi contro di esso.

Già quest’anno, l’arretramento medio ponderato è stato del 3%, spaziando dal 6% contro la corona norvegese all’1% contro il won sudcoreano. L’euro, invece, è riuscito a guadagnare oltre il 3%. Quando l’altro ieri, il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, partecipando al World Economic Forum di Davos, aveva dichiarato che il dollaro debole farebbe bene all’economia mondiale, il cambio americano sembrava davvero avere rotto le dighe, amplificando le perdite delle sedute precedenti e toccando il suo minimo intorno alla metà giornata di ieri. In serata, però, ci ha pensato il presidente Donald Trump, appena messo piede in Svizzera, a rassicurare che le parole di Mnuchin sarebbero state mal interpretate e che alla fine il dollaro si rafforzerà sotto la sua amministrazione e che, anzi, egli ambisca a un dollaro più forte.

Parole in forte contrasto con le sue precedenti battute sul tema, come quando lo scorso anno aveva parlato di un “dollaro troppo forte” e che farebbe male all’economia americana. Ad ogni modo, sono bastate per fare rimbalzare il biglietto verde di circa tre quarti di punto percentuale in appena un’ora. Bisogna capire, però, cosa abbia indotto il presidente a una simile affermazione. Il sospetto è che possa essere stato consigliato a rilasciarla per calmare i mercati, segno che alla stessa Casa Bianca si temono contraccolpi negativi per l’economia americana e/o mondiale, nel caso di un cedimento eccessivo del cambio USA.

Un discreto indebolimento del dollaro, come vi avevamo documentato in un nostro precedente articolo, ha persino fatto bene alla crescita globale, ravvivando le quotazioni delle materie prime (espresse in dollari) e sostenendo così le economie emergenti produttrici. Un cambio più debole ha consentito alla Federal Reserve di continuare ad alzare i tassi, grazie a una ripresa dell’inflazione, che oggi si attesta intorno al target del 2%.

Ciò ha reso relativamente più accomodanti le altre banche centrali, le quali non a caso hanno iniziato a segnalare da mesi l’intenzione di avviare presto la normalizzazione monetaria. (Leggi anche: Come il dollaro debole sta sostenendo l’economia mondiale)

Petrolio e dollaro, quale nesso?

Tuttavia, l’indebolimento marcato del dollaro rafforza i cambi delle altre economie, impattando negativamente sui rispettivi tassi d’inflazione, attenuando la crescita dei prezzi delle materie prime, tra cui il petrolio. Un cambio euro-dollaro a 1,25, ad esempio, potrebbe fare svanire la ripresa dell’inflazione avvenuta nel 2017 nell’Eurozona, rallentandone anche la crescita del pil. Questo scenario spingerebbe la BCE a porre un freno ai suoi piani di uscita dall’accomodamento monetario, e così presso le altre economie avanzate.

E proprio l’impatto sui prezzi del petrolio potrebbe essere alla lunga negativo e non positivo. Se è vero che le quotazioni crescono per effetto del dollaro più a buon mercato, questo dovrebbe stimolare la produzione. Già, ma di chi? Nel breve, non dei membri dell’OPEC, che sono legati da un accordo fino a tutto il 2018 per tenerla ai livelli di ottobre 2016. Non la Russia, che oltre all’accordo stretto con l’OPEC, vedrebbe sfumare l’effetto positivo del rincaro del Brent, visto che un dollaro più debole implica minori ricavi in rubli dalla vendita all’estero di un barile di greggio. In pratica, ogni economia produttrice con tassi di cambio flessibili si gioverebbe poco del rialzo delle quotazioni, tranne che questo non superi decisamente il deprezzamento del dollaro.

Di certo, le compagnie americane, che non sono soggette all’effetto cambio, trovano conveniente aumentare le estrazioni petrolifere con le quotazioni più alte. Non a caso, la produzione quotidiana negli USA è salita al record di 9,9 milioni di barili, praticamente eguagliando quella saudita, alle spalle solamente dei russi. Ceteris paribus, ciò significa che il mercato del petrolio mondiale sarà caratterizzato nei prossimi mesi da un’offerta maggiore delle attese e perlopiù dovuta alla crescita delle estrazioni americane.

Un simile scenario porterebbe a un ripiegamento delle quotazioni internazionali, anche senza il bisogno che si scateni una guerra commerciale tra i maggiori produttori. E un petrolio che dovesse tornare a costare di meno, magari intorno ai 60 dollari dai 70 attuali, finirebbe per rafforzare il trend discendente dell’inflazione presso le principali economie avanzate, USA esclusi, allontanando l’abbandono dei tassi zero e degli stimoli monetari in queste realtà. (Leggi anche: Trump e Merkel litigano su dollaro e commercio mondiale per interessi)

Dollaro troppo debole non conviene all’economia mondiale

Infine, un dollaro troppo debole finirebbe per colpire la domanda degli americani per i beni prodotti nel resto del mondo. E gli USA sono la prima economia mondiale e contribuiscono alla crescita globale con importazioni nette per oltre 500 miliardi di dollari, di cui il 60% verso la sola Cina. E Germania e Italia rientrano tra le principali beneficiarie, con esportazioni nette verso gli USA rispettivamente di 60 e 30 miliardi di dollari all’anno, pari a un quinto dell’intero surplus tedesco e la metà di quello italiano. Vero è anche, però, che con l’ultima ventata di globalizzazione, il legame tra tassi di cambio e volumi esportati si è affievolito, ma certo che meglio sarebbe un dollaro più forte che uno troppo debole per le imprese europee, asiatiche, etc.

A sua volta, Trump sa che l’economia americana non vive avulsa dal resto del mondo. Destabilizzare la crescita globale non è un suo obiettivo, semmai lo è di avere il più possibile la botte piena e la moglie ubriaca, ovvero di godere di un dollaro debole, a fronte di tassi USA che necessariamente dovranno salire. La stretta della Fed impatterà negativamente sui consumi americani, che rappresentano i due terzi del pil USA. Serve uno sfogo per bilanciare tale tendenza, ovvero un rinvigorimento immediato delle esportazioni. Da qui, il perseguimento di un cambio più favorevole. Ma in pieno rialzo dei tassi, questo dovrebbe rafforzarsi e non indebolirsi, da qui la retorica ostentata sul dollaro debole, che punta a incentivare il mercato a vendere e non comprare dollari.

Viste così le cose, sembra proprio che il sell-off degli ultimi mesi abbia motivazioni più psicologiche che legate ai fondamentali. Attenzione, però, perché se il gioco si spingesse oltre, si scatenerebbe nel mondo una malcelata “guerra valutaria”, di cui abbiamo avuto diversi segnali negli anni passati, proprio quando il dollaro era scivolato a livelli eccessivamente bassi, salvo ripartire solamente dalla metà del 2013.

Andrà avanti ancora per molto? Tra pochi giorni s’insedia alla presidenza della Fed il nuovo governatore Jerome Powell e c’è da scommettere che i suoi primi passi fungeranno da catalizzatore per il mercato forex, nell’una o nell’altra direzione. L’altro segnale arriverà dal petrolio: quotazioni in ulteriore crescita dovrebbero rimarcare il trend negativo del dollaro nel breve, un loro ripiegamento dovrebbe, invece, segnarne un graduale recupero. (Leggi anche: Petrolio e dollaro, il grafico che inchioda le quotazioni)

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