Gli alleati della Germania si sganciano da Frau Merkel e lanciano un segnale forte

Il nuovo presidente dell'Eurogruppo è l'irlandese Paschal Donohoe, che ieri ha vinto a sorpresa contro la spagnola Nadia Calvino, favorita alla vigilia, battendo l'asse franco-tedesco.

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Il nuovo presidente dell'Eurogruppo è l'irlandese Paschal Donohoe, che ieri ha vinto a sorpresa contro la spagnola Nadia Calvino, favorita alla vigilia, battendo l'asse franco-tedesco.

E’ stata una vittoria inattesa quella di Paschal Donohoe di ieri, diventato il nuovo presidente dell’Eurogruppo. Il ministro delle Finanze irlandese ha battuto la spagnola Nadia Calvino, che pure era la favorita della vigilia, essendo stata appoggiata, oltre che naturalmente da Madrid, da Francia, Germania, Italia e Grecia. Insomma, i “big” avrebbero dovuto piazzare il successore del portoghese Mario Centeno senza troppe difficoltà sulla carta per i prossimi due anni e mezzo. Invece, Dublino l’ha spuntata alla faccia loro, riuscendo a conquistare almeno 10 dei 19 votanti.

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L’uomo ha 45 anni, appartiene al partito liberal-conservatore Fine Gael, si mostra favorevole all’uso degli strumenti fiscali messi a disposizione dall’Unione Europea e al contempo si è costruito la fama di un abile pontiere, di un politico capace di mettere d’accordo sostenitori di istanze diverse. Contrario alla “digital tax”, egli è riuscito anche a riportare il bilancio irlandese in surplus dopo un decennio. Non è facile fare della sua vittoria una caricatura scontata del nord contro il sud, perché l’Irlanda è stata sottoposta a un salvataggio della Troika nel 2011 e le sue posizioni fiscali non sono mai state rigide, a differenza di quelle del resto del Nord Europa.

Tuttavia, non può passare in sordina il modo in cui Donohoe ha battuto la rivale spagnola, cioè con l’appoggio di quei piccoli stati dell’area, che formalmente sono alleati della Germania e i quali, però, da settimane segnalano forte nervosismo contro il tentativo della cancelliera Angela Merkel di istituire un fondo comune per la ripresa e di autorizzare prestiti incondizionati a tassi nulli per affrontare l’emergenza sanitaria.

Una sconfitta ancora più significativa quella accusata da Berlino, dato che da inizio luglio Frau Merkel è anche presidente di turno della UE per tutto il semestre.

Il segnale alla Germania

Olanda, Austria, Slovenia e tanti altri avranno votato per Donohoe in segno di protesta contro l’asse franco-tedesco e non soltanto su temi come “Recovery Fund” e MES. La cancelliera vorrebbe introdurre una “web tax” contro i giganti della rete, molti dei quali hanno sede proprio in Irlanda, e combattere l’elusione fiscale, eliminando quegli espedienti normativi che spingono le grandi aziende a spostare la sede in paesi come l’Olanda. La vittoria di Donohoe è un grosso calcio tirato a Berlino e Parigi dai paesi interessati, che non sarebbero solo del nord, se si considera che la stessa Malta vanti una fiscalità molto generosa per i residenti e non voglia certo piegarsi ai desiderata franco-tedeschi.

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Probabile, poi, che nella votazione abbia prevalso anche la tentazione dei piccoli di ritagliarsi uno spazio a spese dei più grandi. Fatto sta che Donohoe rappresenta un duro colpo per i “Big Four” e un segnale di cui i conservatori tedeschi dovranno tenere conto per evitare nuove magre figure in futuro. Di per sé, il presidente dell’Eurogruppo non ha veri poteri di indirizzo politico in UE. Egli guida i consessi dei ministri delle Finanze nell’Eurozona, potendo semmai influenzarne le scelte. Tutti i predecessori sono stati esponenti di piccoli paesi: Jean-Claude Juncker per il Lussemburgo, Jeroen Dijsselbloem per l’Olanda e Mario Centeno per il Portogallo. In un certo senso, la vittoria di Donohoe sembrava già scritta, per quanto sia arrivata imprevista.

Di certo che gli “elettori” dell’irlandese faranno valere il loro appoggio, pretendendo che dossier come la fiscalità armonizzata, la tassa sul web, l’emissione di debito in comune e il MES incondizionato finiscano quanto più in fondo all’agenda e per contro si ridia priorità ai target fiscali e al ripristino del Patto di stabilità quanto prima.

Poi, è vero che le decisioni si prendono tutti insieme e che da solo il presidente non potrà imporre alcunché a nessuno, ma il suo non è un ruolo puramente cerimoniale e qualcuno a Berlino dovrà cogliere il segnale lanciato.

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