Giovani trentenni con la paghetta dei genitori, la politica li ignora: ecco perché

Giovani dipendenti da genitori e nonni anche oltre i 30 anni e molti sopravvivono grazie alla paghetta. E la politica non ha orecchie disponibili all'ascolto.

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Giovani dipendenti da genitori e nonni anche oltre i 30 anni e molti sopravvivono grazie alla paghetta. E la politica non ha orecchie disponibili all'ascolto.

Che i giovani italiani non se la passino granché bene, lo sappiamo già. E i risultati dell’indagine Coldiretti/Ixè, realizzata tra i cosiddetti “millenials”, ovvero persone nate tra il 1982 e il 1997, confermano quanto sapevamo, anzi acclarano di peggio: il 35% dei trentenni vivrebbe con la paghetta di genitori e nonni, alla quale sarebbe costretto a ricorrere per farsi finanziare alcuni bisogni essenziali. Considerando i giovani di età tra i 18 e i 34 anni, la percentuale di chi dipende economicamente dai genitori sale al 55% e un altro 6% deve ricorrere ai nonni. In pratica, quasi due ragazzi italiani su tre non riuscirebbe a vivere con le proprie forze, per cui il 68% sarebbe costretto a vivere con i genitori, pur collaborando alle vicende di casa per il 77% dei casi, spiega ancora l’indagine. (Leggi anche: L’Italia del lavoro resta al palo, precarietà intatta e giovani esclusi)

Cronache di un Paese depresso, dove 2,2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano e nemmeno lavorano, secondo l’Istat, incidendo per oltre un terzo del fenomeno per l’intera UE. Si chiamano “Neet” (“Not in education, employment and training”), un popolo che vale un quarto della fascia di età di riferimento e il cui costo sociale per lo stato italiano è stimato in 36 miliardi di euro all’anno, qualcosa come più di 2 punti di pil. La disoccupazione giovanile, tra i 15-24 anni, colpisce ancora più di un giovane su tre e sempre in questa fascia di età risulta occupato appena poco più di 1 su 10, quando la media nell’Eurozona è di oltre 3 volte superiore.

In Italia, esiste un’emergenza giovanile, che si traduce in bassa natalità e tarda età a cui le donne mediamente partoriscono il primo figlio: a 30,8 anni contro una media europea di 28,9.

E il tasso di fertilità, ovvero il numero di figli per donna, è da noi tra i più bassi al mondo, pari a 1,35 contro una media europea di 1,58. Nel 1960, era ancora a 2,37. Di questo passo, i demografi prevedono che noi italiani saremo minoranza nel nostro stesso Paese entro il 2080. Nonostante un disastro in atto e un altro di lungo periodo annunciato, la voce dei giovani resta inascoltata.

Giovani fuori dai proclami elettorali

In questa campagna elettorale, ancora meno che nelle precedenti, la stessa parola “giovani” sembra essere sparita dal vocabolario dei principali leaders politici, che ammiccano perlopiù al voto dei più anziani, con proposte di revisione delle normative sull’età pensionabile, nonché promettendo pensioni minime più elevate o altri provvedimenti che riguardano la popolazione adulta. Come mai? A spiegarlo sarebbero i sondaggi: i giovani, che già sono una quota calante della popolazione italiana, nemmeno vanno a votare. Almeno, non nelle stesse percentuali delle altre fasce di età. (Leggi anche: Lavoro a termine e per over 50, ecco le cifre)

Secondo una rilevazione Emg, un ragazzo su due tra i 18 e i 24 anni non si recherà alle urne il 4 marzo prossimo, mentre il tasso generale di partecipazione al voto è atteso oggi intorno al 70%. In sostanza, il peso dei giovani alle urne è basso, proprio perché alle urne ci vanno di meno. Disinteressati del loro futuro? No, disillusi e disgustati da una politica inconcludente e che parla un linguaggio incomprensibile, che sembra vivere in una dimensione avulsa dal resto dell’umanità. Secondo Ixè, tra gli under-35, se oggi si andasse a votare, circa il 35% dei consensi andrebbero al Movimento 5 Stelle e altrettanti alla coalizione di centro-destra, il PD si attesterebbe intorno a un quarto e Liberi e Uguali tra il 5% e il 10%. In generale, si registra una maggiore tendenza tra i giovani a preferire movimenti tacciati di “populismo”, sia di destra che di sinistra, oltre che pentastellati.

Queste cifre spiegano meglio le ragioni di una politica sorda alle ragioni dei più giovani e paventano il rischio di un avvitamento, ovvero di uno scollamento tra istituzioni e generazioni di ventenni e trentenni, con la conseguenza che quando le prime dovessero aprire gli occhi, potrebbe essere già troppo tardi sul piano sia dell’evoluzione demografica che del recupero di fiducia tra i meno attempati. E il solo fatto che nemmeno messaggi forti, come quelli dei grillini, si mostrerebbero in grado di attirare “millenials” al voto potrebbe segnalare che il grado di sfiducia verso le istituzioni abbia oltrepassato il limite di guardia. Se così fosse, sarebbe più allarmante di quanto pensiamo.

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