Giappone: deflazione addio (forse), ma solo grazie allo yen debole

L'economia in Giappone starebbe uscendo dalla deflazione e la stagnazione, anche se non per il successo della politica monetaria della BoJ. Ecco chi dovrebbero ringraziare a Tokyo.

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L'economia in Giappone starebbe uscendo dalla deflazione e la stagnazione, anche se non per il successo della politica monetaria della BoJ. Ecco chi dovrebbero ringraziare a Tokyo.

La Bank of Japan ha mantenuto ieri invariati gli stimoli monetari, confermando l’impegno a perseguire il controllo della curva dei rendimenti ai livelli “appropriati” attuali. Ciò, fino al raggiungimento del target d’inflazione del 2%. L’assenza di novità era attesa, ma ugualmente ha indebolito lo yen, che ha ceduto un altro 1% contro il dollaro, portandosi a un cambio di 118,2 e segnando un indebolimento del 15% contro la divisa americana negli ultimi tre mesi, dell’11% dalle elezioni USA dell’8 novembre scorso.

L’aspetto più importante dell’ultimo board della BoJ ha riguardato le stime macro: +1,5% la crescita attesa del pil per l’anno prossimo, dal +1,3% attuale. Si tratterebbe, se confermato, del terzo anno di seguito di espansione economica sopra l’1%. Quanto all’inflazione, dopo un 2016 piatto, il 2017 dovrebbe registrare un +1,1%. (Leggi anche: Giappone disperato: stimoli illimitati contro la deflazione)

Finalmente deflazione addio?

Quest’anno, l’inflazione in Giappone è stata negativa per sette mesi, considerato i dati disponibili fino a ottobre. L’uscita dalla deflazione, un fenomeno che non lascia definitivamente l’economia del Sol Levante da quasi un ventennio, potrebbe aversi adesso solo grazie all’indebolimento dello yen, che aumenta il costo dei beni importati.

E l’export dovrebbe sostenere anche la crescita del pil, cosa che si sta già traducendo in un rialzo delle quotazioni azionarie di Tokyo, salite ai massimi dell’anno. Eppure, tutto questo non sembra avere a che fare granché con la politica monetaria dell’istituto, che bombarda il Giappone di stimoli sin dall’aprile del 2013. (Leggi anche: QE qualitativo in Giappone per nascondere un fallimento?)

 

 

 

 

La svolta con la vittoria di Trump

Come suggeriscono benissimo i grafici sia del cambio yen-dollaro, sia dei rendimenti sovrani, il punto di svolta è stata la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA di un mese e mezzo fa. Essa ha rinvigorito tutto ad un tratto le aspettative d’inflazione negli USA, per via della politica pro-crescita promessa dal neo-presidente in campagna elettorale.

Ciò sta spingendo i mercati a scontare tassi di mercati più alto, quindi, rendimenti più elevati sui titoli di stato e le obbligazioni private USA, ma per influenza anche sui titoli delle altre economie avanzate, mentre il dollaro si rafforza, avendo ormai toccato i massimi degli ultimi 14 anni contro le principali valute straniere.

Banche centrali potranno nascondere il loro fallimento

A quanto pare, 80.000 miliardi di yen in acquisti annui di assets non sono bastati in Giappone per rinvigorire i prezzi interni e la crescita del pil, mentre è bastata aria nuova a Washington per stravolgere il quadro. Il resto lo sta facendo da settimane anche l’accordo OPEC per il taglio della produzione di petrolio, finalizzato a sostenerne le quotazioni.

Prezzi energetici più alti e dollaro più forte stanno surriscaldando le aspettative d’inflazione in Giappone ed Eurozona, mentre euro e yen cedono di ottava in ottava. Non potranno mai ammetterlo, ma Mario Draghi e Haruhiko Kuroda dovrebbero ringraziare il prossimo inquilino alla Casa Bianca, se nei prossimi mesi potranno mostrare finalmente qualche successo tangibile, dopo anni di fallimenti delle loro misure monetarie. Che per caso invieranno un biglietto d’auguri per Natale, con tanto di sentiti ringraziamenti, a Trump? (Leggi anche: La Banca del Giappone non tocca i tassi e si avvia al tapering)

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