Giappone brinda all'”Abenomics” ma l’economia pompata è rischiosa

Una montagna di moneta per fare ripartire l'economia giapponese dopo 15 anni di stagnazione. Gli occhi dei mercati sulla cura varata da Kuroda contro la deflazione

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Una montagna di moneta per fare ripartire l'economia giapponese dopo 15 anni di stagnazione. Gli occhi dei mercati sulla cura varata da Kuroda contro la deflazione

Il Giappone è sotto i riflettori degli investitori di tutto il pianeta, dopo che lo scorso giovedì è stato varato il nuovo corso di politica monetaria dal neo-governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, nominato a capo della banca centrale dal nuovo governo di centro-destra di Shinzo Abe, formatosi a dicembre, dopo la vittoria alle elezioni politiche.

Le misure annunciate dal governatore hanno fatto impallidire persino coloro che già si attendevano provvedimenti drastici. La BoJ acquisterà titoli di stato nipponici fino a 7 mila miliardi di yen al mese, pari a circa 73 miliardi di dollari, l’1,4% del pil, senza più limiti temporali per le scadenze, fino ad oggi a un massimo di tre anni. La banca centrale potrà acquistare anche titoli pubblici fino a 40 anni, rompendo la regola in vigore fino a questi giorni.

 

Pil Giappone drogato dalla base monetaria

L’obiettivo d’inflazione è stato elevato al 2% all’anno, mentre la BoJ acquisterà sul mercato anche gli altri titoli privati, in primis, legati al comparto immobiliare, in analogia a quanto fa già la Federal Reserve sotto Ben Bernanke.

In soli due anni, la base monetaria sarà raddoppiata a 2.800 miliardi di dollari. In altri termini, le misure di Kuroda varranno 1.400 miliardi di dollari in due anni, il 27% dell’attuale pil nipponico. Ma l’entità di tali provvedimenti potrà arrivare fino al 40% del pil, stando alle indicazioni del governatore, contrariamente al limite massimo del 21% inizialmente previsto. E la borsa festeggia, con Tokyo che mette a segno un roboante +2,8% nell’ultima seduta (Chiusura Borsa Tokyo boom: il Nikkei sfiora i massimi del 2008).

In termini percentuali, il quantitative easing giapponese vale quasi due volte e mezzo quello originale degli USA, dove la Fed ha da mesi corroborato il suo piano iniziale di acquisto di titoli pubblici e privati a 85 miliardi di dollari mensili, lo 0,6% del pil americano.

La cura messa in piedi da Abe e Kuroda è stata già ribattezzata con il nome di “Abenomics“, sebbene siano in grossa parte l’attuazione delle idee interventiste in fatto di politica monetaria del neo-governatore, secondo quanto risulta dalle sue stesse dichiarazioni rese alla stampa nel lontano 2003.

L’obiettivo dichiarato è di riportare il Giappone fuori da 15 anni di deflazione e stagnazione, con prezzi calanti e famiglie che, pertanto, rinviano i consumi, avviando l’economia verso una spirale negativa, con gli investimenti delle imprese che non ripartono e gli utili e i salari fermi.

 

Gli effetti negativi della marea di moneta

Tuttavia, che questa marea di moneta in circolazione possa essere la soluzione definitiva alla crisi del Sol Levante è in dubbio, mentre si temono gli effetti negativi sia sul piano interno che internazionale.

La Borsa di Tokyo ha già sperimentato una crescita di valore del 40% da dicembre a oggi, in coincidenza con l’annuncio della svolta Abe-Kuroda. Lo yen è sceso in soli due sedute del 4,5% e del 5% rispettivamente contro dollaro ed euro, che poi è l’altro obiettivo della nuova accoppiata, ossia svalutare lo yen e fare ripartire le esportazioni.

Ma i partner commerciali resteranno a guardare? In particolare, il discorso riguarda le confinanti Cina e Sud Corea. Seoul, ad esempio, concentra il suo export nel comparto tecnologico e automobilistico, il medesimo del Giappone. Una concorrenza diretta, spietata e sleale ai suoi interessi, con i sudcoreani tentati nel rispondere con una svalutazione del won, mentre Pechino potrebbe porre la questione dinnanzi alla Banca Asiatica per lo Sviluppo.

Per non parlare di Europa e USA, che potrebbero anche decidere di non subire passivamente la strategia di Tokyo. Se è vero che l’America di Barack Obama avrebbe poche ragioni per protestare, avendo attuato le stesse misure e che la BCE non potrebbe rincorrere per statuto il Giappone sul fronte delle svalutazioni competitive, è altrettanto indubbio che l’intero pianeta potrebbe essere trascinato verso una rovinosa chiusura delle frontiere commerciali, magari innalzando apposite barriere regolamentari.

 

Inflazione Giappone: il rovescio delle medaglia

Infine, il rischio inflazione. Tanta, eccessiva liquidità in patria potrebbe far sfuggire di mano la situazione. I prezzi da stagnanti potrebbero correre sin troppo e dare vita a un’inflazione fuori controllo, causando effetti esattamente opposti a quelli desiderati, in termini di minore competitività con l’estero e di minore crescita di medio periodo. E la stessa incognita del debito impensierisce tanti analisti ed investitori di tutto il mondo, visto che esso si attesta già al 230% del pil e che lo stesso Kuroda l’ha definito non più sostenibile, se continuassero questi ritmi di indebitamento.

Una crisi di sfiducia sulla sostenibilità del debito nipponico porterebbe a una fuga dei capitali stranieri e ad oggi solo una larga diffusione all’interno dei confini nazionali ha preservato Tokyo da un crollo dei bond pubblici. Ma cambiando lo scenario, spingendo i giapponesi al consumo e, pertanto, sottraendo risorse all’acquisto dei bond pubblici, il discorso cambia. Difficile trovare un equilibrio che soddisfi tutte le istanze politiche ed economiche.

E’ certo, però, che gli investitori credono già al ribasso dello yen. Qualche giorno fa, a poche ore dalla prima riunione del board BoJ a guida Kuroda, il finanziere George Soros indicava in un’intervista alla Cnbc i rischi di tali politiche, ma al contempo ammetteva di avere già speculato al ribasso contro la valuta di Tokyo e per la bellezza di un miliardo di dollari. E, in genere, dove va Soros, va il mercato (Soros: dalla Bce una politica di lenta morte).

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