Il giallo della Cdp in TIM che costa 100 milioni ai risparmiatori postali

La Cassa depositi e prestiti entra in TIM, ma è giallo sulla fuga di notizie, che rischia di costare ai risparmiatori postali 100 milioni di euro. Chi ci sarebbe dietro ai rumors?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cassa depositi e prestiti entra in TIM, ma è giallo sulla fuga di notizie, che rischia di costare ai risparmiatori postali 100 milioni di euro. Chi ci sarebbe dietro ai rumors?

E’ giallo sull’operazione della Cassa depositi e prestiti in TIM. Giovedì scorso, il braccio finanziario del Tesoro ha tenuto un cda, con il quale ha deliberato l’ingresso nella compagnia telefonica, al fine di tutelare un asset strategico nazionale, salendo fino al 5%. Una mossa evidentemente contro la francese Vivendi, che controlla TIM con il 23,94% e che dalla scorsa estate si trova nel mirino del governo per non avergli notificato la sua posizione di controllo, come richiesto dalle norme in materia. E così, in scia alle indiscrezioni, il titolo è salito di quasi il 12% tra giovedì e venerdì, passando da 76 a 85 centesimi, ai massimi da 8 mesi. In conseguenza di questa corsa all’acquisto da parte del mercato, il valore di capitalizzazione di TIM è passato da 15,5 a 17,3 miliardi di euro. A conti fatti, il 5% a cui punta la Cdp costerà, quindi, 90 milioni in più, considerando che al mercoledì scorso avrebbe dovuto spendere 775 milioni, mentre oggi dovrebbe mettere sul piatto almeno 865 milioni per arrivare a detenere un ventesimo del capitale ordinario.

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Ma quale convenienza avrebbe avuto allora la Cdp a fare uscire la notizia? Nessuna. Infatti, il rumor non è arrivato dall’ente del Tesoro, che si è trincerato dietro un “no comment”. Cosa ancora più grave è che le agenzie di stampa hanno battuto dell’ingresso in TIM già dal mercoledì sera, pur senza citare l’acquisizione del 5%, ovvero già prima del cda del giorno seguente, parlando di un incontro del giorno precedente tra il premier Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dello Sviluppo, Carlo Calenda, l’ad di Cdp, Claudio Costamagna, e forse anche il presidente delle Fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti. Queste ultime detengono più del 15% della Cdp. In quell’occasione, tutti sarebbero stati d’accordo con l’operazione voluta dal premier, tranne Padoan.

La fuga di notizie costa sui 100 milioni alla Cdp

Ora, la Cdp gestisce il risparmio di Poste Italiane, per cui è essenziale che si faccia chiarezza su una fuga di notizie, che alla fine sarà costata non meno di 90-100 milioni di euro proprio ai correntisti postali, i quali ignari finanziano l’operazione con il loro denaro tranquillamente parcheggiato in un libretto o un conto. Non sappiamo ad oggi da chi sia arrivato il rumor, ma possiamo immaginare che a divulgare una informazione così “price sensitive” possa essere qualcuno tendenzialmente ostile all’operazione sul piano delle conseguenze finanziarie e/o politiche.

La mini-scalata di Cdp in TIM si pone come obiettivo di fare asse con il fondo americano Elliott Management per mettere Vivendi in minoranza alla prossima assemblea degli azionisti del 24 aprile, data in cui i soci dovranno votare la richiesta del fondo per revocare 6 consiglieri vicini ai francesi, sostituendoli con altrettanti di nuova nomina. Nel disegno di Elliott, la compagnia dovrebbe scorporare la rete, assegnare le azioni della società che la controllerà agli attuali azionisti TIM e successivamente fonderla con Open Fiber. L’esito di queste mosse sarebbe una ri-nazionalizzazione di fatto della rete, che si ritroverebbe sotto il controllo del Tesoro.

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Si può essere contro la nazionalizzazione di TIM per ragioni politico-ideologiche o di interessi. Nel primo caso, a schierarsi in favore sono stati i partiti vincitori delle elezioni (Movimento 5 Stelle e Lega), ma anche Forza Italia. I primi, perché intendono cacciare la finanza straniera dal controllo di un asset strategico come la rete, la seconda per tutelare un interesse aziendale del leader Silvio Berlusconi. Già, perché Vivendi è in guerra anche con Mediaset, essendo salita al 28,8% del suo capitale (29,9% dei diritti di voto), attentando al controllo di Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi. Questa ha chiesto al bretone ex amico Vincent Bolloré 3 miliardi di euro per risarcimento dei danni subiti con la mancata acquisizione di Premium nel 2016.

Chi è contro l’ingresso della Cdp in TIM

Dunque, paradossalmente abbiamo che grillini e berlusconiani si trovino sulla stessa barca, pur da prospettive diverse, in difesa dell’operazione Cdp in TIM. E politicamente, chi avrebbe motivo per avversare la mini-scalata? In teoria, coloro che vorrebbero far saltare l’alleanza possibile tra centro-destra e M5S, ovvero il PD, ma anche pezzi dello stesso M5S. Il fatto che Padoan abbia votato contro, sarebbe il segno che al Nazareno non abbiano gradito questo involontario aiuto a Berlusconi. Si consideri, poi, che la cacciata dall’Italia di Vivendi non deporrebbe bene per i rapporti tra l’ex segretario Matteo Renzi e il presidente francese Emmanuel Macron, intenti persino ad allearsi in vista delle prossime elezioni europee del 2019.

Fin qui, la politica. E’ ovvio che l’operazione attiri ostilità anche sul piano finanziario e, anzitutto, da parte degli stessi francesi. Sarà un caso, ma contestualmente alla notizia relativa alla Cdp, TIM ha annunciato la nomina di Unicredit e Goldman Sachs come advisor. Ora, Unicredit deve un grosso favore a Padoan, che due anni fa le tolse le castagne dal fuoco, spingendo il gotha finanziario nazionale a creare il fondo Atlante per il salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, consentendo a Piazza Gae Aulenti di ritrarsi dall’aumento di capitale garantito per l’istituto vicentino, evitando un dissanguamento finanziario e di immagine.

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Con questo, non vogliamo certo puntare il dito contro nessuno. Sarà la Consob, poi, ad accertare se effettivamente siamo dinnanzi a un caso di arbitraggio o se il rumor sia stato frutto di una fuga involontaria e non maliziosa. Anche perché, a dirla tutta, non è nemmeno detto che la Cdp stia rastrellando azioni sul mercato. Potrebbe acquistarle da qui a venerdì, data ultima per depositare i titoli in vista dell’assemblea, attraverso contratti di opzione, ovvero fuori borsa. I fondi detentori di quote in TIM rivenderebbero parte delle azioni alla Cdp a prezzi concordati – e verosimilmente inferiori a quelli attuali – evitando che il Tesoro spenda oltre i circa 750 milioni attesi per appropriarsi del 5%. A fare propendere per tale soluzione sarebbe anche lo scarso lasso di tempo intercorrente tra il cda e il prossimo venerdì. Difficile, infatti, rumors a parte, che la Cdp avrebbe potuto tenere nascosta la notizia dell’ingresso in TIM e che avrebbe, pertanto, potuto evitare l’apprezzamento delle azioni. E allora, è possibile che abbia semmai siglato accordi per acquistare a blocchi, fuori dalle negoziazioni a Piazza Affari. Se così fosse, nessun vero caso aggiotaggio, semmai solo politico-finanziario.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Servizi pubblici

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